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Economia

Draghi: 100 miliardi di garanzie di Stato all’intelligenza artificiale

L’ex presidente Bce chiede fondi Ue per i data center. L’Europa ha meno del 5% del calcolo mondiale e un piano di riarmo da 800 miliardi.
Byoblu·02 ottobre 2026
Economia — Byoblu

Mario Draghi chiede all’Europa di mettere sul tavolo circa 100 miliardi di euro per l’intelligenza artificiale. Lo ha fatto ieri a Zurigo, al Politecnico federale, durante la Karl Brunner Distinguished Lecture. È la conferenza con cui la Banca nazionale svizzera, la banca centrale elvetica, ricorda l’economista svizzero di scuola monetarista. La proposta prevede di usare una fetta del prossimo bilancio dell’Unione per ridurre il rischio di chi investe in data center e capacità di calcolo. Il motivo, secondo l’ex presidente della Bce ed ex presidente del Consiglio, è che senza crescita il debito europeo diventa ingestibile. Né i tagli né la banca centrale possono più coprire il buco.

A parlare è l’uomo che le cancellerie europee ascoltano come un oracolo e che Francesco Cossiga, nel 2008, definì «un vile affarista», ricordandone il passato in Goldman Sachs. Le cifre che ha messo in fila vanno comunque lette una per una. Raccontano un’Europa più fragile di quanto la sua classe dirigente abbia mai ammesso.

Tassi americani, crescita americana

Il cuore del discorso è il rapporto fra due numeri: quanto costa il debito e quanto cresce l’economia. Se gli interessi corrono più del PIL, il peso del debito sale da solo, anche senza spendere un euro in più. Per fermarlo serve un avanzo primario: lo Stato deve incassare più di quanto spende, interessi esclusi.

Oggi l’eurozona è ancora protetta dall’eredità dei tassi bassi. Il costo medio del debito pubblico è intorno al 2,25%. La crescita nominale, cioè quella che comprende anche l’inflazione, è attorno al 3,5%. Ogni anno però circa un sesto del debito va rifinanziato ai tassi correnti. Secondo le proiezioni della Commissione europea citate da Draghi, all’inizio del prossimo decennio il tasso medio pagato dagli Stati supererà la crescita.

I tassi, spiega Draghi, si decidono sempre meno in Europa. I rendimenti dei titoli europei seguono quelli americani. Quest’anno le grandi aziende tecnologiche statunitensi dovrebbero investire quasi 800 miliardi di dollari, soprattutto in centri dati per l’IA. Quella fame di capitali spinge in alto il costo del denaro su tutti i mercati. La sintesi di Draghi: «L’Europa importa l’intero aumento dei tassi, ma soltanto una frazione della crescita». E ancora: «Delle due forze che determinano il debito, il tasso d’interesse è sempre più stabilito al di fuori dell’Europa. La crescita è quella su cui l’Europa può ancora agire».

A dirlo è chi ha guidato la Bce dal 2011 al 2019. La moneta unica doveva garantire all’Europa il controllo sul costo del denaro. Draghi certifica che oggi quel costo dipende in larga misura dal ciclo degli investimenti americani. L’Europa ha fallito i suoi obiettivi. Però spendiamo 800 miliardi in armamenti anziché in investimenti per la crescita e l’innovazione.

Debito al 130%: l’austerità non basta

Il Fondo monetario internazionale ha simulato uno scenario preciso: i governi finanziano le nuove spese per invecchiamento della popolazione, difesa e transizione climatica senza correttivi né riforme. In quel caso, nel 2040 il debito medio dei Paesi europei arriverebbe al 130% del PIL. Se si pesano i Paesi per dimensione economica, si sale al 155%.

Per rientrare, gli Stati in difficoltà dovrebbero migliorare il saldo primario del 6-7% del PIL. Negli ultimi trent’anni le correzioni tipiche in Europa si sono fermate al 3-4%. Già quelle, ricorda Draghi, sono state politicamente dolorose. La sua conclusione: «Un certo consolidamento di bilancio nel medio termine è inevitabile. Ma se dovrà essere realizzato soltanto attraverso tagli della spesa e aumenti delle tasse, difficilmente produrrà ciò che serve».

La frase arriva da uno dei due firmatari della lettera con cui la Bce, nell’agosto 2011, chiese all’Italia tagli, riforme e pareggio di bilancio. Quindici anni dopo, lo stesso Draghi riconosce che la sola austerità non rimette in ordine i conti.

Poi Draghi ha difeso il proprio operato. Secondo stime della stessa Bce, tassi negativi e acquisti di titoli pubblici, il cosiddetto quantitative easing, avrebbero prodotto più di un quarto della crescita dell’eurozona fra il 2015 e il 2019. Senza quelle misure ci sarebbero stati circa 2,5 milioni di occupati in meno. Oggi però l’inflazione è sopra l’obiettivo. «La prima priorità è controllare l’inflazione», dice Draghi. La seconda è non frenare la crescita più del necessario. Le stime che cita indicano che il rialzo dei tassi atteso dai mercati dalla fine del 2025 toglierà fra 1,1 e 1,3 punti di crescita cumulata nel triennio 2026-2028. I calcoli sono precedenti a un ulteriore aumento delle aspettative registrato da metà agosto.

I 100 miliardi per l’intelligenza artificiale: cosa ha detto Draghi

Il punto di partenza è la produttività. Dal 2019 il prodotto per ora lavorata è cresciuto dello 0,3% l’anno nell’eurozona e dell’1,8% negli Stati Uniti: sei volte tanto.

Per Draghi l’intelligenza artificiale è il terreno dove il ritardo si misura meglio. L’Unione ospita meno del 5% della capacità di calcolo mondiale dedicata all’IA, cioè dei server e dei chip che servono ad addestrare e far funzionare i modelli. «L’accesso sicuro alla capacità di calcolo va a beneficio di tutti gli europei, eppure l’offerta è insufficiente quando ogni Paese agisce da solo».

Secondo uno studio citato nel discorso, salire al 15% entro il 2030 richiederebbe circa 1.300 miliardi di euro di investimenti. Quella quota corrisponde più o meno al peso dell’Ue nell’economia mondiale. La gran parte dei capitali dovrebbe essere privata. Al pubblico toccherebbe la quota necessaria a ridurre il rischio dell’operazione, stimata in circa 100 miliardi. Draghi non ha indicato gli strumenti. Nella prassi europea questo tipo di intervento passa per garanzie pubbliche, coperture delle prime perdite e cofinanziamenti, che rendono l’affare abbastanza sicuro da attirare gli investitori.

Quei soldi dovrebbero uscire dal prossimo bilancio pluriennale dell’Ue, in trattativa in questi mesi. Varrebbero circa il 5% del totale e non peserebbero sui conti nazionali, già sotto pressione. «Quella somma è pienamente alla nostra portata», assicura Draghi. Una rapida adozione dell’IA, aggiunge, potrebbe aumentare fino a 0,4 punti la crescita della produttività totale dei fattori nel prossimo decennio. È la parte di crescita che dipende da come si usano lavoro e macchinari, al di là della loro quantità. Altro mezzo punto l’anno potrebbe arrivare dal completamento del mercato unico e dalle riforme interne.

Rischio pubblico, profitto privato

Ridurre il rischio significa che il denaro pubblico assorbe le perdite potenziali. I guadagni restano a chi possiede le infrastrutture. Draghi non ha detto chi costruirebbe i nuovi data center né chi ne sarebbe proprietario. Oggi il cloud usato da imprese e amministrazioni europee è fornito in larga parte da colossi statunitensi. Senza vincoli precisi, una parte del denaro europeo potrebbe finire a coprire il rischio delle stesse aziende i cui investimenti, nel ragionamento di Draghi, alzano i tassi pagati dagli europei.

È poi interessante notare come nella logica neoliberista la mano invisibile del mercato avrebbe dovuto regolare tutto, e l’intervento dello Stato è sempre stato visto come il fumo negli occhi se si tratta di finanziare strade, scuole e ospedali, ma oggi non si vede nessuna contraddizione nel fornire coperture pubbliche a potenziali perdite private. O ci si sbagliava prima, o ci si sbaglia adesso.

Resta poi aperta la questione industriale. Il discorso di Zurigo fornisce una cifra. Mancano le risposte su quali modelli sviluppare, per chi, con quali dati e sotto quale controllo. Nel frattempo «intelligenza artificiale» è diventata la formula che apre ogni cassa pubblica, a Bruxelles come nelle capitali nazionali.

Dopo il riarmo, cosa resta

Tra le spese che spingono il debito verso il 130%, Draghi inserisce la difesa. Nel passaggio sulle riforme europee indica fra gli investimenti da finanziare quelli «nei settori della tecnologia, dell’energia pulita e della difesa in un momento di ristrettezze di bilancio».

La corsa agli armamenti, intanto, è già partita. Il piano ReArm Europe, presentato dalla Commissione nel marzo 2025, punta a mobilitare fino a 800 miliardi di euro. Buona parte dovrebbe arrivare da deficit nazionali autorizzati in deroga alle regole di bilancio. I Paesi Nato si sono impegnati a portare la spesa per la difesa al 5% del PIL entro il 2035. È spesa a debito, e accresce proprio i debiti che Draghi descrive come difficili da sostenere.

Il rapporto è di otto a uno: 800 miliardi per le armi, 100 miliardi pubblici per l’IA. I critici del riarmo sostengono che la spesa militare restituisca poca crescita all’economia europea. Fanno notare anche che una quota rilevante degli acquisti finisce a fornitori statunitensi. Draghi, dal canto suo, propone di finanziare l’IA con il bilancio comune perché quelli nazionali sono ormai saturi.

Il calendario della rincorsa

I tempi pesano quanto le cifre. Le big tech americane investono quasi 800 miliardi di dollari in un solo anno. Il piano evocato da Draghi prevede 1.300 miliardi di euro spalmati fino al 2030. La quota pubblica arriverebbe da un bilancio che partirà nel 2028, a pochi anni dalla scadenza. Anche in caso di successo, il 15% della capacità mondiale porterebbe l’Europa in linea con il suo peso economico, lontana dalla leadership. Nei numeri riportati dal discorso, inoltre, il confronto è solo con gli Stati Uniti. La Cina, l’altro polo della corsa all’IA, non compare.

Draghi ha chiuso chiedendo ai legislatori nazionali ed europei di «assumersi pienamente la responsabilità della crescita come obiettivo dell’Unione». Il bilancio 2028-2034 dovrà essere approvato all’unanimità dai governi dei Ventisette, con il via libera del Parlamento europeo. Sono gli stessi governi che, nell’ultimo anno e mezzo, hanno fatto deficit per le armi ma hanno lasciato la spesa pubblica indietro. Peraltro, a causa della partecipazione alle logiche dei conflitti, portando la spesa per l’energia a livelli insostenibili. E chi paga alla fine? Sempre i cittadini. Che però di soldi non ne hanno più. Forse Draghi potrebbe pensare di regalargli qualche nuovo “euro digitale” nei nuovi “portafogli digitali” di Stato?

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