Drone in Romania: era stato abbattuto dall’Ucraina, non era un attacco diretto alla NATO

Un drone russo si è schiantato il 29 maggio 2026 contro una palazzina civile nella città di Galati, in Romania, ferendo alcuni residenti. L’episodio ha scatenato una reazione immediata e unanime da parte delle istituzioni europee e dell’Alleanza Atlantica, che hanno parlato di violazione del territorio NATO e si sono dette pronte a “difendere ogni centimetro di suolo” degli Stati membri. Eppure, la versione fornita dallo stesso presidente rumeno Nicuşor Dan, nella serata di venerdì, ridimensiona notevolmente la narrativa dell’attacco diretto.
Dan: “È stato colpito sopra l’Ucraina e ha cambiato rotta”
Arrivato sul posto tra le contestazioni di parte della popolazione locale, il capo dello Stato romeno ha fornito una ricostruzione precisa: il drone, parte di uno sciame che attraversava il territorio ucraino, sarebbe stato intercettato dalle difese antiaeree di Kiev nei pressi di Reni, città ucraina che sorge esattamente sul confine con la Romania. Colpito “cineticamente” — parole dello stesso Dan — il velivolo avrebbe perso il controllo della traiettoria precipitando sul territorio rumeno anziché su quello ucraino.
“Mentre attraversavano il territorio ucraino, alcuni droni sono stati abbattuti”, ha spiegato il presidente, “e uno, probabilmente colpito sopra Reni, ha cambiato traiettoria dirigendosi verso Galati”. Alla domanda se la deviazione fosse accidentale, Dan ha risposto in modo netto: “È stato colpito cineticamente. È stato colpito anche per questo motivo”.
L’accusa alla Russia: proporzionata o prematura?
Nonostante questa ricostruzione — che attribuisce la caduta del drone in Romania non a una scelta deliberata di Mosca bensì all’azione difensiva ucraina — le reazioni istituzionali europee nei giorni precedenti avevano puntato il dito direttamente contro la Russia, evocando scenari da articolo 5 del Trattato NATO. Una narrazione che, alla luce delle dichiarazioni dello stesso presidente rumeno, appare quantomeno affrettata.
Non è la prima volta che si verifica un episodio simile nel corso del conflitto. Droni intercettati o disturbati da sistemi di jamming hanno già perso la rotta in passato, finendo fuori dai confini ucraini. La prossimità di Reni al confine romeno rende plausibile, secondo la ricostruzione ufficiale di Bucarest, che uno schianto in territorio europeo fosse la conseguenza non intenzionale di un’operazione difensiva ucraina.
Dan contestato: tra accuse e richiesta di più difese
Il presidente Dan non ha però minimizzato la gravità della situazione. Visitando i feriti in ospedale, ha dichiarato: “Non c’entriamo con questa guerra, ma siamo sotto minaccia”, annunciando un aumento degli investimenti in tecnologia militare. Ha anche spiegato le complessità legate all’uso di sistemi anti-drone forniti dalla NATO: abbattere un velivolo in prossimità del confine richiede la certezza che i detriti o i missili intercettori non causino ulteriori danni al territorio o alle abitazioni.
A tratti le sue parole sono state coperte dalle urla di protesta dei cittadini presenti, segno di una tensione sociale evidente in una città che si è ritrovata suo malgrado al centro di un conflitto che non la riguarda direttamente.
Il precedente e le domande aperte
L’episodio di Galati solleva interrogativi che vanno al di là dell’indignazione immediata. Se la caduta del drone è conseguenza dell’abbattimento operato dall’Ucraina, come affermato dal presidente Dan, accusare la Russia di aver violato il territorio di uno Stato NATO risulta una semplificazione che rischia di alimentare escalation ingiustificate. La distinzione tra un attacco intenzionale e un incidente derivato da operazioni di difesa aerea è cruciale, tanto sul piano diplomatico quanto su quello della sicurezza collettiva.
L’espulsione del console russo, annunciata da Bucarest come misura proporzionata, resta sul tavolo. Ma il quadro che emerge dalle parole del presidente Dan impone una riflessione più attenta prima di trarre conclusioni affrettate sull’intenzionalità dell’episodio.