Ebola, due cooperanti febbricitanti al Sacco: ma il virus non si trasmette per via aerea

Due cooperanti rientrati dall’Uganda — un uomo di trent’anni e una donna di 33, residenti nel Comasco tra Lurate Caccivio e Bulgarogrosso — sono stati ricoverati nella mattinata di lunedì 25 maggio presso l’ospedale Sacco di Milano dopo essere atterrati all’alba a Malpensa su un volo proveniente da Addis Abeba. Entrambi presentano febbre alta, vomito, nausea e brividi. I familiari del gruppo — in tutto undici persone suddivise in due nuclei — sono stati posti sotto sorveglianza sanitaria. Tra loro anche una bambina di un anno che risulta affetta da malaria.
Il Ministero della Salute ha comunicato ufficialmente l’attivazione dei protocolli previsti per i casi sospetti di malattia da virus Ebola, specificando che i due pazienti sono sottoposti agli accertamenti diagnostici del caso in una struttura di massimo biocontenimento. I risultati dei test erano attesi tra il tardo pomeriggio e la serata di oggi. L’assessore lombardo alla Sanità Guido Bertolaso ha convocato una conferenza stampa per il pomeriggio.
La domanda che i media evitano: come si trasmette davvero l’Ebola?
Eppure, prima di alimentare l’allarme, vale la pena ricordare un dato scientifico fondamentale che spesso scompare nei titoli: il virus Ebola non si trasmette per via aerea, né attraverso il contatto occasionale con persone infette. Il contagio avviene esclusivamente tramite il contatto diretto con i fluidi corporei — sangue, sudore, saliva, vomito, urine — di una persona che presenta già i sintomi della malattia. Non basta trovarsi sullo stesso aereo, nello stesso ufficio o sedere allo stesso tavolo.
Questo significa che il rischio per i passeggeri del volo Addis Abeba-Malpensa, per i familiari non a stretto contatto con i due cooperanti, e più in generale per la popolazione italiana è, nelle parole dello stesso Ministero della Salute, «molto basso». Un giudizio che non è un auspicio ottimistico, ma la diretta conseguenza delle caratteristiche biologiche del virus.
Nel coperchio dell’allarmismo mediatico si dimentica spesso di spiegare che l’Ebola ha una modalità di trasmissione molto meno efficiente di quella di altri agenti patogeni respiratori come l’influenza o il Covid-19. Le epidemie africane si propagano principalmente negli ambienti sanitari privi di dispositivi di protezione adeguati, durante la preparazione dei cadaveri per i riti funebri, o nei contesti familiari dove si assiste un malato in fase sintomatica.
Il vero problema: povertà, guerra e sistemi sanitari fragili
Gli esperti concordano sul fatto che l’attuale focolaio — causato dal ceppo Bundibugyo, diverso da quello Zaire responsabile della grande epidemia 2014-2016 — si stia diffondendo nell’est della Repubblica Democratica del Congo e in Uganda non perché il virus sia diventato più contagioso, ma per ragioni strutturali ben note.
Vittorio Colizzi, professore di Patologia generale e Immunologia, spiega che «l’estrema povertà, la guerra, il cibarsi di animali infetti sono i tasselli che compongono il puzzle di questa epidemia». L’Ebola è una zoonosi: il serbatoio naturale sono i pipistrelli della foresta equatoriale. Quando le popolazioni, spinte dalla fame, consumano carne di selvaggina — comprese scimmie — senza un’adeguata cottura, il virus può fare il salto di specie.
Nelle province di Ituri, Nord Kivu e Sud Kivu, epicentro dell’epidemia, operano decine di gruppi armati. Secondo i dati al 23 maggio, i casi sospetti nella RDC hanno superato quota 900, con 101 casi confermati in laboratorio e 119 decessi sospetti. In Uganda il totale dei casi confermati è salito a sette, tra cui operatori sanitari di una struttura privata nella capitale Kampala.
Giovanni Putoto di Medici con l’Africa Cuamm sottolinea un ulteriore elemento critico: per il ceppo Bundibugyo «non esistono vaccini pienamente efficaci come quelli sviluppati per il ceppo Zaire». E la mobilità forzata di milioni di sfollati complica ulteriormente il tracciamento dei contatti.
Il sistema italiano risponde, ma i toni non vanno amplificati
Il Ministero della Salute ha confermato che il 24 maggio il Dipartimento della Prevenzione ha partecipato alla riunione dell’Health Security Committee della Commissione europea e ha convocato un tavolo di coordinamento nazionale con la partecipazione di Istituto Superiore di Sanità, Spallanzani, Sacco, San Matteo di Pavia e rappresentanti di più ministeri. Il sistema è operativo e i protocolli attivati.
La domanda che resta sospesa, però, è un’altra: se la modalità di trasmissione dell’Ebola è così circoscritta e il rischio per l’Italia è definito «molto basso» dalle stesse autorità sanitarie, a chi giova un’informazione che privilegia il pathos dell’allarme rispetto alla precisione scientifica? La risposta corretta all’Ebola non è il panico: è il rigore dei protocolli, già in atto.