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Esteri

Ebola in Congo: emergenza reale, ma il copione dell’allarme globale fa già discutere

L’OMS dichiara rischio «molto alto» e scatta la macchina internazionale. Qualcuno chiede: è solo sanità pubblica o anche questo diventerà un pretesto?
Byoblu·23 maggio 2026
Esteri — Byoblu

L’epidemia di Ebola nella Repubblica Democratica del Congo non accenna a rallentare. Al 23 maggio 2026 si contano circa 750 casi sospetti e 177 decessi, secondo i dati aggiornati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, che il 17 maggio scorso ha dichiarato l’emergenza sanitaria globale e ha alzato il livello di rischio regionale a «molto alto» — la soglia massima prevista dalla scala di allerta. A livello globale, il rischio è classificato come «basso», almeno per ora.

Tre volontari della Croce Rossa — identificati dalla Federazione Internazionale (IFRC) come Alikana Udumusi Augustin, Sezabo Katanabo e Ajiko Chandiru Vivian — hanno perso la vita tra il 5 e il 16 maggio. Operavano nella sede di Mongbwalu, nella provincia di Ituri, epicentro del contagio. Secondo l’IFRC, avrebbero contratto il virus il 27 marzo durante un’operazione di recupero salme nell’ambito di una missione umanitaria non correlata all’Ebola: «Al momento dell’operazione, la comunità non era a conoscenza dell’epidemia e il virus non era ancora stato identificato», ha precisato la federazione.

Il contagio si è intanto esteso oltre i confini congolesi. L’Uganda ha confermato cinque casi dall’inizio dell’epidemia il 15 maggio, tra cui un autista, un operatore sanitario ugandese e una cittadina congolese. Kampala ha sospeso tutti i trasporti pubblici verso la RDC. In Kenya è stato registrato il primo caso sospetto: un camionista ventanovenne giunto dalla RDC, attualmente isolato in un ospedale di Eldoret.

Un virus senza vaccino, in una regione senza pace

La variante in circolazione è il virus Bundibugyo, tra le ceppi più insidiosi perché, a differenza del più noto Zaire, non dispone di vaccini o terapie approvate. La risposta sanitaria è resa ancora più difficile dal contesto: la provincia di Ituri è teatro, dalla fine del 2025, di una nuova intensificazione del conflitto armato. L’OMS ha riconosciuto che «violenza e insicurezza stanno ostacolando la risposta all’epidemia».

Il 22 maggio, a Rwampara, la situazione è degenerata in aperto scontro sociale: alcuni giovani hanno dato fuoco alle tende dell’ospedale da campo dopo che era stato impedito loro di recuperare il corpo di un amico, un soldato ventiduattrenne, per dargli sepoltura secondo le tradizioni locali. Gli operatori sanitari sono stati costretti a fuggire. «La polizia è intervenuta per cercare di calmare la situazione, ma purtroppo senza successo», ha dichiarato ad Associated Press Alexis Burata, studente presente sul posto.

L’organizzazione ActionAid, attiva nella provincia di Ituri dal 2022, ha lanciato l’allarme: l’83% delle scuole non dispone di postazioni per l’igiene specifica per l’Ebola, il 78% è privo di dispositivi di protezione individuale, il 74% degli insegnanti non ha ricevuto alcuna formazione. «Una bomba a orologeria», secondo ActionAid.

La macchina internazionale si mette in moto — e qualcuno inizia a chiedersi perché

La risposta finanziaria internazionale è scattata rapidamente. Le Nazioni Unite hanno stanziato 60 milioni di dollari dal Fondo centrale di risposta alle emergenze. Gli Stati Uniti hanno promesso 23 milioni di dollari e annunciato la costruzione di fino a 50 centri di cura in Congo e Uganda — sebbene le autorità ugandesi abbiano dichiarato di non essere state informate di questo piano. L’Unione Europea ha mobilitato 15 milioni di euro aggiuntivi, che si sommano a 102 milioni già stanziati per la regione, e ha organizzato un ponte aereo umanitario con circa 100 tonnellate di forniture.

In Italia, il ministro della Salute Orazio Schillaci, intervenuto al Festival di Trento, ha assicurato che «nonostante il rischio basso ci siamo attivati prontamente», richiamando il modello già seguito per l’hantavirus. Schillaci ha poi criticato chi, a suo dire, «fa speculazione anche sulle emergenze».

È proprio quest’ultima affermazione che apre una questione più delicata — e che vale la pena sollevare senza per questo sminuire la tragedia reale in corso.

Il nodo: emergenza sanitaria o strumento di governance?

Ebola non è una novità. Il virus circola ciclicamente nell’Africa centrale da decenni, con epidemie ricorrenti che raramente hanno generato allarmi globali di questa portata. La pandemia di Covid-19 ha però segnato un prima e un dopo: ha mostrato come la dichiarazione di emergenza sanitaria internazionale possa tradursi, in tempi brevissimi, in restrizioni alle libertà fondamentali — di movimento, di assemblea, di informazione — applicate su scala planetaria, anche in paesi geograficamente lontanissimi dall’epicentro.

Oggi, con l’OMS che dichiara la PHEIC (Public Health Emergency of International Concern) già a pochi giorni dall’identificazione del focolaio, con gli Stati Uniti che pianificano decine di centri di cura senza coordinarsi con i governi locali, e con la macchina mediatica internazionale che si attiva in modo sincronizzato, è lecito domandarsi — senza per questo essere «no-vax» o negazionisti — se il perimetro dell’emergenza sanitaria stia diventando strutturalmente più ampio di quanto la situazione epidemiologica oggettiva richiederebbe.

La domanda non riguarda l’esistenza dell’epidemia, che è reale e drammatica per le popolazioni colpite. Riguarda la risposta istituzionale e i meccanismi che essa può innescare: chi decide quando un’epidemia locale diventa «emergenza globale»? Sulla base di quali criteri? E soprattutto: le misure adottate in passato — come i green pass, le quarantene obbligatorie, la sospensione di diritti costituzionali — sono già codificate in nuovi strumenti normativi internazionali pronti ad essere riattivati?

Il nuovo Regolamento Sanitario Internazionale, emendato nel 2024 proprio sulla spinta della lezione Covid, ha ampliato i poteri di coordinamento dell’OMS in caso di emergenza. Critici di diversa estrazione politica e giuridica hanno già segnalato che quelle norme potrebbero essere invocate anche per epidemie di portata regionale, come quella in corso in Congo.

Schillaci invita a «non speculare sulle emergenze». Ma distinguere tra analisi critica e speculazione è esattamente il lavoro che il giornalismo — e i cittadini — sono chiamati a fare. Soprattutto quando l’esperienza recente ha mostrato quanto velocemente un’emergenza sanitaria possa trasformarsi in un’emergenza per le libertà civili.


Fonti:

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