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Ambiente

El Niño, allarme ONU: verso il picco record a dicembre. Cosa c’è di vero e quali conseguenze reali possono esserci.

Alluvioni e siccità, carestia e devastazioni in America Centrale. Ma quali ripercussioni possono esserci in Europa? Eccole, una per una.
Byoblu·08 ottobre 2026
Ambiente — Byoblu

Oggi l’Organizzazione meteorologica mondiale, l’agenzia dell’Onu che si occupa di meteo e clima, ha lanciato un avvertimento chiaro: El Niño sta crescendo in fretta e toccherà il suo picco a dicembre. Potrebbe diventare uno dei più forti mai registrati almeno dal 1950. E con ogni probabilità resterà con noi fino a febbraio 2027. Ne avevo già parlato quest’estate, qui: Super El Niño in arrivo: il più forte degli ultimi 150 anni?

Cosa vuol dire, in pratica? Più caldo in buona parte del pianeta. Piogge che cambiano strada. Siccità dove di solito piove, alluvioni dove di solito no.

Che cos’è El Niño, spiegato semplice

Immagina l’Oceano Pacifico come una grande vasca. Di solito ci sono venti forti che soffiano da est verso ovest. Funzionano come un ventilatore: spingono l’acqua calda di superficie verso l’Indonesia. Intanto, davanti alle coste del Perù, risale dal fondo acqua fredda.

Quando quei venti si indeboliscono, il ventilatore rallenta. L’acqua calda torna indietro, verso le Americhe. E qui scatta un meccanismo a catena: meno differenza di temperatura tra le due sponde, venti ancora più deboli, ancora più acqua calda che si sposta. È come una palla di neve che rotola giù e si ingrossa da sola.

Questo è El Niño. Un fenomeno naturale. Arriva di solito ogni due-sette anni e dura tra i nove e i dodici mesi. Poi lascia il posto al suo opposto, La Niña, con fasi neutre in mezzo.

I numeri che preoccupano

L’indice che misura quanto è più caldo del normale il Pacifico centro-orientale è salito da +1,6 gradi a giugno a +2,5 ad agosto. Per ottobre, novembre e dicembre la previsione è di circa +3,7 gradi. Il record precedente, quello del 2015-2016, era di +2,6. La stima nasce dall’accordo tra tredici grandi centri meteorologici nazionali e internazionali.

E un record è già caduto. Il 21 settembre la temperatura del mare nella zona chiave del Pacifico ha toccato +3,11 gradi sopra la media. Il primato giornaliero precedente era di +3,08, fissato il 18 novembre 2015. Allora, però, quell’evento era al suo massimo. Questo ci è arrivato con circa dieci settimane di anticipo sul picco atteso.

L’agenzia meteorologica americana, nel suo aggiornamento del 10 settembre, dava oltre il 90% di probabilità che questo El Niño diventi «molto forte». E il 75% che superi tutti i record anche con il metodo di misura più prudente.

Secondo l’analisi di Zeke Hausfather pubblicata dal sito specializzato Carbon Brief, nessuna delle 674 simulazioni dei modelli stagionali prevede un picco inferiore a quello del 2015-2016. Hausfather, che in passato aveva frenato sulle previsioni più allarmiste, ad agosto ha parlato di un evento che sarà probabilmente il più grande da quando esistono le misurazioni, «con un margine davvero sbalorditivo». Gli stessi esperti ammettono però un limite: nessun modello è mai stato messo alla prova con un evento di queste dimensioni. Ad agosto, per esempio, avevano sovrastimato il caldo del mare di circa 0,3 gradi.

Da dove arriva tutto questo calore

La direttrice dell’agenzia Onu, Celeste Saulo, ha spiegato un punto che vale la pena capire bene. El Niño non aggiunge nuovo calore alla Terra. Libera quello che l’oceano ha già accumulato. «El Niño è ben stabilito e si sta rafforzando rapidamente», ha detto. E poi: «L’oceano da cui attinge è il più caldo che abbiamo mai misurato. C’è semplicemente più calore da rilasciare».

L’Onu inserisce il fenomeno dentro il quadro del cambiamento climatico che attribuisce all’uomo. Ma il cuore della faccenda resta questo: un meccanismo naturale, antico quanto l’oceano, che quest’anno sta lavorando con un serbatoio particolarmente pieno.

Chi paga il conto per primo

In America Centrale la siccità sta già uccidendo animali e raccolti. Martedì l’Unicef ha avvertito che oltre 347 milioni di bambini, in quasi cento Paesi, rischiano alluvioni o siccità fuori dal comune da qui a dicembre.

C’è un dettaglio che fa arrabbiare. Gli scienziati hanno dato al mondo mesi di preavviso. Eppure, stando a quanto riportato da fonti specializzate, meno dell’1% dei fondi umanitari va alla prevenzione. Il resto arriva dopo, a disastro avvenuto. Come chiamare i pompieri solo quando la casa è già bruciata.

C’è anche chi fa stime pesantissime. Ricercatori del Climate Impact Lab dell’Università di Chicago parlerebbero di fino a 451.000 morti in più nel mondo tra giugno e febbraio 2027, per caldo, raccolti persi e malattie. Un numero da prendere con le pinze, perché è una proiezione, non un conteggio.

E l’Italia?

Diciamolo subito, senza fare terrorismo. El Niño nasce dall’altra parte del mondo. Sull’Europa e sul Mediterraneo i suoi effetti diretti sono di solito deboli e difficili da prevedere. Non c’è nessuna previsione ufficiale che dica «a dicembre in Italia succederà questo».

Il problema per noi è un altro: il portafoglio. Pensa a cosa mettiamo nel carrello. Caffè, cacao, riso, olio di palma, zucchero. Arrivano in buona parte proprio dalle zone che El Niño colpisce più duro: America Latina, Sud-est asiatico, Africa. Se lì saltano i raccolti, i prezzi salgono. E noi li paghiamo al supermercato.

Poi c’è l’energia. In queste ore l’uragano Isaias punta sulla costa del Golfo del Messico, dove si estraggono petrolio e gas. Le compagnie hanno già fermato circa un quarto della produzione di petrolio e oltre il 16% di quella di gas della zona. Quando il greggio si muove, prima o poi se ne accorge anche chi fa il pieno a Roma o a Milano.

Le conseguenze a lungo termine.

Alcuni studi sui tre «super El Niño» del passato, quelli del 1982-83, 1997-98 e 2015-16, suggeriscono che eventi così forti potrebbero lasciare il segno sul clima di intere regioni per anni. Le prove sono poche, perché i casi sono solo tre. Ma l’interrogativo non per questo perde valore.

I dati dell’Onu, su questo fronte, sono solidi e utili. Ma il problema è sempre lo stesso: le istituzioni internazionali sanno avvisare benissimo, quello che non sanno fare è agire in tempo. I territori colpiti hanno avuto mesi per prepararsi. E anche da noi, le ricadute economiche erano prevedibili. La domanda è semplice: qualcuno, anche a Roma, ha davvero pensato a cosa fare quando i prezzi del cibo e dell’energia cominceranno a sentire il colpo? Come se poi il costo dell’energia adesso fosse una passeggiata.

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