Russia-Nato, e l’escalation nucleare: «Stiamo pianificando la nostra stessa estinzione come specie», Peter Kuznick.
Mentre l’Europa accelera i propri programmi di riarmo e i vertici della Nato discutono apertamente di una possibile futura guerra con la Russia, cresce la preoccupazione tra storici e analisti per una traiettoria che sembra sostituire la diplomazia con un pericoloso gioco al rialzo. È questo il quadro tracciato da Ray McGovern, ex analista della CIA, e dallo storico Peter Kuznick, professore associato di storia all’American University di Washington D.C. e direttore dell’Istituto sugli studi nucleari, in una conversazione pubblicata ieri da Consortium News, nell’ambito del programma The World This Week condotto dal direttore Joe Lauria.
I due esperti concordano su un punto fondamentale: il rischio più grave non è tanto la guerra in sé, quanto la progressiva normalizzazione dello scontro diretto tra potenze nucleari. «Stiamo pianificando la nostra stessa estinzione come specie», ha dichiarato Kuznick — un’affermazione che i due analisti considerano il vero monito del momento.
Putin frena, ma le pressioni interne crescono
McGovern sostiene che, nonostante le crescenti provocazioni, Mosca abbia sinora cercato di evitare uno scontro diretto con la Nato. A suo avviso, il Cremlino è consapevole che colpire obiettivi sul territorio dell’Alleanza potrebbe innescare un’escalation incontrollabile. La Russia, argomenta l’ex funzionario CIA, punta a conseguire i propri obiettivi all’interno dell’Ucraina senza fornire alle capitali occidentali un pretesto per allargare il conflitto.
Kuznick condivide l’analisi sulla moderazione di Putin, ma avverte che la moderazione da sola non basta a garantire la stabilità. Le infrastrutture russe continuano a essere colpite da attacchi con droni condotti in profondità nel territorio russo, le pressioni interne a Mosca si intensificano e voci influenti nel paese comincerebbero a invocare rappresaglie più dure contro le strutture europee che supportano le operazioni militari ucraine. In questo contesto, rileva Kuznick, il rischio di un errore di calcolo da parte di uno qualsiasi degli attori coinvolti aumenta con ogni nuovo ciclo di escalation.
Il crollo della diplomazia
Uno dei temi ricorrenti nell’analisi è la progressiva marginalizzazione della diplomazia. Anziché cercare soluzioni negoziali, molti leader europei inquadrano ormai il conflitto come uno scontro di lungo periodo che richiede aumenti sostenuti delle spese militari. I budget per la difesa si espandono, la retorica si fa più aggressiva, e gli spazi per il dialogo si restringono.
Kuznick richiama a questo proposito il celebre ammonimento del presidente americano Dwight Eisenhower sul complesso militare-industriale: la deviazione di risorse pubbliche verso la produzione bellica — a scapito di sanità, istruzione e politiche sociali — rappresenta una trasformazione strutturale in atto nell’intero continente europeo. McGovern cita invece la lezione di John F. Kennedy: «Costringere un’altra potenza nucleare a scegliere tra l’umiliazione e l’uso di armi nucleari è un colossale fallimento della diplomazia».
La variabile cinese sull’Europa orientale
In questo quadro già instabile si inserisce un elemento che merita attenzione: la crescente presenza militare cinese sul fianco orientale della Nato. Secondo un’analisi del think tank China Observers, su 22 Paesi dell’Europa centro-orientale ben 20 ospitano addetti militari cinesi accreditati. Le uniche eccezioni sarebbero Kosovo e Lituania, per ragioni legate a dispute diplomatiche con Pechino.
Ufficialmente questi funzionari si occupano di cooperazione istituzionale, ma studi occidentali evidenziano come il loro ruolo comprenda anche attività di raccolta informativa e analisi strategica. La Serbia, partner privilegiato della Cina nei Balcani, ha acquisito negli anni scorsi droni e sistemi di difesa aerea di produzione cinese. Nell’estate del 2025 i due paesi avrebbero tenuto l’esercitazione congiunta denominata “Guardian of Peace”, suscitando preoccupazioni in diverse capitali europee. Esercitazioni cinesi con la Bielorussia nei pressi del confine polacco, nel 2024, sarebbero state interpretate come un segnale deliberatamente rivolto alla Nato.
Pechino, dunque, osserva da vicino l’evoluzione del conflitto in Ucraina e il rafforzamento del dispositivo atlantico, trasformando l’Europa orientale in un osservatorio strategico privilegiato. Una variabile che complica ulteriormente un quadro già segnato da equilibri fragili.
Il rischio della normalizzazione
Nell’analisi di McGovern e Kuznick, il vero pericolo non risiede nell’intenzione deliberata degli attori di scatenare una guerra totale. La storia, ricordano entrambi, insegna che i conflitti spesso si allargano non perché qualcuno lo voglia, ma perché cicli ripetuti di ritorsioni, pressioni politiche e calcoli sbagliati erodono progressivamente le possibilità di una soluzione pacifica.
La preoccupazione principale resta quella di una generazione di leader sempre più disposta a considerare normale il confronto militare tra stati dotati di armi nucleari — una normalizzazione che solo pochi anni fa sarebbe stata giudicata avventata e troppo pericolosa. Invertire questa traiettoria attraverso la diplomazia rimane la sfida decisiva del momento. Se e come i governi coinvolti siano in grado o disposti a raccoglierla è tutta un’altra storia.