Ex Ilva, spegnimento altiforni iniziato: la Cassazione mette la salute prima dell’acciaio, 8.622 in cassa

Lo spegnimento degli altiforni dell’ex Ilva di Taranto è cominciato. Stamattina la direzione dello stabilimento ha comunicato ai sindacati che la società Lize Italia sta già smontando i bruciatori degli impianti, l’operazione che precede la fermata. Lo riferiscono fonti sindacali. Il passaggio arriva dopo circa due settimane di preriscaldo senza produzione e dopo la sentenza con cui la Corte di Cassazione ha chiuso la partita giudiziaria sull’area a caldo. In parallelo, Acciaierie d’Italia ha chiesto la cassa integrazione straordinaria per fino a 8.622 lavoratori, di cui circa 6.800 a Taranto.
Ex Ilva, la Cassazione chiude l’area a caldo dopo sessant’anni
Giovedì 29 ottobre i giudici di legittimità hanno respinto i ricorsi di Ilva e di Acciaierie d’Italia contro il decreto emesso il 27 luglio dalla Corte d’Appello di Milano. Quel provvedimento ordina la fermata di cokerie, altiforni e acciaierie: l’insieme di impianti che trasforma carbone e minerale di ferro in acciaio liquido, cuore produttivo dello stabilimento e sua principale fonte di emissioni. Con sessanta pagine di motivazioni, la Cassazione ha reso definitivo lo stop e ha chiuso sessant’anni di storia industriale.
Il perno della decisione è la salute. I giudici richiamano l’articolo 35 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, secondo cui «nella definizione e nell’attuazione di tutte le politiche e attività dell’Unione è garantito un livello elevato di protezione della salute umana».
Il dato merita attenzione. Dal sequestro dell’area a caldo disposto dalla magistratura tarantina nel 2012, governi di ogni colore hanno tenuto in marcia gli impianti con una lunga catena di decreti, i cosiddetti «salva-Ilva». A fermare gli altiforni è stato infine un procedimento nato davanti ai giudici di Milano, deciso su un principio europeo che antepone la salute alla continuità produttiva. La politica nazionale, per oltre un decennio, aveva scelto l’ordine di priorità opposto.
Spegnimento altiforni, cosa resta in funzione a Taranto
Nel resoconto dell’incontro di stamattina non compare un cronoprogramma completo della fermata di tutti gli impianti dell’area a caldo. L’azienda, rappresentata dal direttore di stabilimento Benedetto Valli, ha indicato invece cosa continuerà a muoversi.
Dal 10 novembre ripartirà il treno nastri 2, il laminatoio che trasforma le bramme, semilavorati d’acciaio a forma di lastra, in nastri e coils. Lavorerà però bramme arrivate dall’esterno. Taranto smette di produrre acciaio e si limita a lavorare quello fatto altrove. Una piccola quota di personale rientrerà dalla cassa integrazione.
L’attività durerà fino a poco prima di Natale, poi si fermerà. Riprenderà a gennaio, per poi fermarsi di nuovo. Sulle prospettive successive il resoconto diffuso dalle fonti sindacali non è univoco: oltre gennaio 2027 il quadro produttivo resta da chiarire. Il più grande impianto siderurgico d’Europa si avvia così a un funzionamento intermittente, legato a forniture esterne.
Cassa integrazione ex Ilva, venerdì il tavolo al ministero del Lavoro
Ieri è arrivata ai sindacati la convocazione del ministero del Lavoro per venerdì 6 novembre alle 10.30. All’ordine del giorno c’è l’esame congiunto della nuova richiesta di cassa integrazione straordinaria, lo strumento che sostituisce in parte la retribuzione quando un’azienda sospende o riduce l’attività per crisi o riorganizzazione.
I numeri descrivono il salto. La cassa oggi in corso riguarda 4.450 addetti, di cui 3.800 a Taranto. La nuova richiesta, motivata con la fermata produttiva, arriva a 8.622 lavoratori, circa 6.800 dei quali nello stabilimento pugliese. Nella sola Taranto, circa tremila persone in più rispetto a oggi rischiano di restare a casa con un’indennità inferiore allo stipendio. Le cifre riguardano i dipendenti diretti di Acciaierie d’Italia: le imprese dell’indotto restano fuori da questo conteggio.
Le questioni aperte per i lavoratori sono concrete: la durata della cassa, l’eventuale integrazione salariale, la possibilità di impiegare il personale nelle attività di smantellamento e messa in sicurezza. Nelle informazioni rese note finora non emergono risposte su questi punti.
Bonifiche ex Ilva, il grande assente del piano
Spegnere un altoforno e risanare un territorio sono due operazioni diverse. Nel resoconto dell’incontro non c’è traccia di un piano per le bonifiche, né di indicazioni sul destino degli impianti dismessi, sui tempi della loro messa in sicurezza o su chi ne sosterrà i costi.
La doppia sigla dei ricorrenti in Cassazione racconta la complessità del nodo. Da una parte Ilva, la vecchia società in amministrazione straordinaria che resta proprietaria degli impianti; dall’altra Acciaierie d’Italia, che li ha gestiti negli ultimi anni. Le responsabilità per l’inquinamento accumulato in decenni si distribuiscono lungo questa catena di proprietari e gestori, e su di essa pesa ogni decisione sui costi del risanamento.
Taranto è inserita da tempo tra i siti di interesse nazionale per le bonifiche. La contaminazione di suoli e falde resta dove si è depositata anche quando i camini smettono di fumare. La fermata è stata imposta da un giudice, il risanamento attende ancora un responsabile. L’unico appuntamento fissato, stando alle informazioni disponibili, riguarda gli ammortizzatori sociali.