Fabbriche cinesi in Africa: la manifattura supera le miniere. 8 miliardi di dollari di investimenti.

Le fabbriche cinesi in Africa stanno cambiando la presenza di Pechino nel continente. Per anni il simbolo sono stati strade, ferrovie e porti, costruiti da aziende di Stato e finanziati con prestiti ai governi africani. Oggi l’iniziativa è passata soprattutto alle imprese private, che investono nell’industria manifatturiera. Secondo il ministero del Commercio cinese, nel 2025 il valore complessivo degli investimenti diretti della Cina nella manifattura africana ha sfiorato gli 8 miliardi di dollari, oltre il 50% in più rispetto al 2016. Tra le mete preferite c’è l’Africa orientale: Kenya, Tanzania e Uganda.
Dalle miniere alle catene di montaggio
Il cambio di rotta emerge dai dati di Rhodium Group, società di ricerca statunitense che monitora gli investimenti cinesi nel mondo. All’inizio degli anni Dieci i capitali di Pechino in Africa andavano soprattutto all’estrazione di materie prime. L’anno scorso, invece, gli investimenti in manifattura e trasformazione hanno raggiunto 7,7 miliardi di dollari, contro i 4,8 destinati all’estrazione. Secondo un precedente rapporto della stessa Rhodium, pubblicato a novembre 2025, gli investimenti cinesi nei settori legati alle risorse naturali sono calati di circa il 40% rispetto al picco del 2015.
Intanto cresce l’interscambio. Nel 2025 il commercio tra Cina e Africa ha toccato 348 miliardi di dollari, il 17,7% in più rispetto al 2024.
Kenya: il caso Tatu City
Una delle vetrine di questa trasformazione è Tatu City, alla periferia di Nairobi. È una vecchia piantagione di caffè convertita in zona economica speciale: un’area dove le imprese godono di agevolazioni fiscali e doganali. Qui fabbriche cinesi e di altri Paesi producono pannelli solari, bombole del gas, camion.
Wu Jianfei vi è arrivato per conto di Zhende Medical, gruppo quotato alla Borsa di Shanghai. Prima di scegliere il Kenya ha valutato il Sud-est asiatico, il Marocco, l’Egitto e l’Etiopia. Lo stabilimento, costruito nel 2022, produce camici chirurgici, medicazioni e altri prodotti sanitari monouso destinati al resto dell’Africa, agli Stati Uniti e all’Europa. È nella seconda fase di un investimento da 100 milioni di dollari che dovrebbe creare in tutto 8.000 posti di lavoro.
Wu spiega la scelta con la logistica, il porto di Mombasa, gli incentivi delle zone economiche speciali e la posizione geopolitica del Paese. «Il Kenya è un Paese relativamente neutrale: non pende né verso la Cina né verso gli Stati Uniti, e questo offre un ambiente stabile a investitori come noi», ha dichiarato. Le alternative sono state scartate per motivi diversi. In Marocco, a suo dire, manodopera e terreni costavano troppo. In Egitto la burocrazia era troppo «complicata». L’Etiopia, dopo la guerra civile del 2020-2022, si era rivelata instabile e aveva perso l’accesso privilegiato al mercato statunitense previsto dall’Agoa, l’African Growth and Opportunity Act. È la legge americana che consente agli esportatori africani di vendere negli Stati Uniti senza dazi.
L’anno scorso Wu ha lasciato Zhende per aprire una propria azienda accanto allo stabilimento: stampa, etichette e imballaggi in cartone. Punta a coprire quello che definisce un «vuoto da 200 milioni di dollari nel mercato regionale» per gli imballaggi di qualità.
Secondo l’Autorità keniana per gli investimenti, nel Paese operano oltre 350 aziende cinesi, con progetti annunciati per 11 miliardi di dollari. Più della metà riguarda la manifattura. Questo mese il governo di Nairobi ha concordato con Geely Auto Group la cornice di un accordo da 3 miliardi di dollari: impianti per assemblare 50.000 auto e 100.000 moto all’anno e una rete nazionale di stazioni di ricarica a energia solare. Nel frattempo arrivano anche aziende tessili in fuga dal Sud-est asiatico, spinte dalla nuova stagione di dazi aperta da Donald Trump. La comunità cinese in Kenya è stimata in circa 50.000 persone, una delle più numerose del continente.

Tanzania: capitali e posti di lavoro
In Tanzania, dove manodopera ed energia costano sensibilmente meno, dal 2017 sono stati impegnati 12,5 miliardi di dollari di capitali cinesi, secondo l’Autorità tanzaniana per gli investimenti (Tia). Due terzi vanno alla manifattura. Vicino a Dar es Salaam due stabilimenti, uno di piastrelle e vetro e uno siderurgico, si estendono ciascuno per oltre un chilometro.
Un altro impianto dovrebbe produrre ogni anno pannelli solari per 300 milioni di dollari destinati agli Stati Uniti. Secondo il direttore della Tia, Gilead Teri, grazie all’Agoa quella fabbrica «triplicherà le nostre esportazioni». Teri sostiene che gli investimenti europei e americani spesso eguagliano quelli cinesi, ma che sono i cinesi a creare più occupazione: 150.000 posti nella manifattura tanzaniana. A spingerli, aggiunge, sono la sovraccapacità produttiva e i profitti in calo in patria, oltre al costo del lavoro, alle risorse e all’accesso preferenziale ai mercati occidentali.
La spinta che arriva dalla Cina
La sovraccapacità indica una situazione in cui un’economia produce più di quanto il mercato riesca ad assorbire. Ne derivano guerre di prezzo e margini sempre più sottili. Una consulente cinese a Nairobi, che ha chiesto l’anonimato, racconta il caso della lavorazione del legno: oltre 100 aziende cinesi operano tra Kenya, Tanzania e Uganda. Dieci anni fa il mercato era poco competitivo e i primi arrivati hanno fatto fortuna. Oggi lo descrive come «piuttosto saturo»: alcune imprese hanno investito in macchinari più avanzati per esportare in Europa, altre hanno chiuso. Il flusso però continua. «Ora conta di più la spinta. La Cina non va benissimo. Il nostro settore immobiliare ha avuto grandi bolle, molti progetti si sono fermati, i consumi rallentano», spiega.
Linda Calabrese, esperta di commercio tra Cina e Africa all’Odi, centro studi londinese sullo sviluppo, descrive la gamma produttiva: dai secchi di plastica alle scarpe di pelle, dagli assorbenti ai pannolini, dal vetro ai materiali edili.
Sul fronte edilizio, l’imprenditore Jerry Lyu, che a Tatu City sviluppa 54.000 metri quadrati di residenze e uffici, ricorda che in Kenya mancano oltre 2 milioni di abitazioni. Secondo lui, nella zona le aziende cinesi hanno creato quasi 10.000 posti di lavoro locali.
Opportunità e obiezioni
I sostenitori del modello indicano i benefici per i Paesi africani: occupazione, salto verso produzioni a maggior valore aggiunto, nascita di filiere regionali. Restano però ostacoli noti: il costo dell’elettricità e degli altri fattori produttivi, e la frammentazione dei mercati africani. Joe Ngai, presidente di McKinsey per la Grande Cina, ha segnalato anche i margini ridotti.
C’è poi la questione delle importazioni. Sempre secondo Rhodium, nei primi tre trimestri del 2025 l’export cinese verso l’Africa è cresciuto del 28% su base annua. Merci a basso costo avvantaggiano i consumatori, ma possono mettere in difficoltà i produttori locali e ampliare gli squilibri commerciali. «Bisognerà vedere l’Africa non solo come un mercato di consumo, ma come un mercato che produce i beni che il continente stesso consumerà», ha osservato Ebipere Clark, dell’African Policy Research Institute.
Più scettica un’analisi pubblicata a maggio da Rare Earth Exchanges, sito specializzato in materie prime critiche. Secondo questa lettura, molte aziende cinesi producono per il mercato africano per sfruttare differenze di prezzo, senza costruire una vera competitività da esportazione. L’analisi ricorda che nell’Africa subsahariana il peso della manifattura sul PIL, il prodotto interno lordo, sarebbe sceso da circa il 18% degli anni Ottanta a circa il 10%. Il deficit commerciale africano con la Cina avrebbe superato i 100 miliardi di dollari. Il rischio indicato è che l’Africa diventi una «valvola di sfogo» per la sovraccapacità cinese, più che un nuovo polo industriale.
Il prossimo passaggio concreto riguarda Geely: in Kenya, per ora, esiste solo la cornice dell’accordo, concordata questo mese dal governo.