Farage vince le suppletive a Clacton contro Count Binface

Nigel Farage è di nuovo deputato di Clacton-on-Sea. Nelle elezioni suppletive convocate nella circoscrizione dell’Essex — quelle che lui stesso aveva provocato dimettendosi a luglio — il leader di Reform UK ha incassato 22.239 voti, pari a circa il 63 per cento, con un’affluenza del 44,4 per cento. Al secondo posto, con 9.455 preferenze, il candidato satirico Count Binface, il “Conte Faccia-di-Bidone”, il personaggio con un cestino della spazzatura in testa creato dal comico britannico Jonathan David Harvey. In lizza c’erano 34 candidati. Nessuno di loro apparteneva a un partito rappresentato a Westminster.
Questo è il punto che nessuno vuole guardare in faccia.
Il boicottaggio dei partiti: chi ha davvero trasformato il voto in una farsa
Laburisti, conservatori, liberaldemocratici e verdi hanno deciso di non presentare candidati. Motivazione ufficiale: si trattava di una “trovata pubblicitaria”, una farsa, un’operazione di marketing personale del leader di Reform. Traduzione politica: sapevano di perdere e hanno scelto di non salire sul ring.
È una decisione che meriterebbe più attenzione critica di quanta ne abbia ricevuta. In una democrazia parlamentare, un’elezione suppletiva è il momento in cui i cittadini di un collegio scelgono chi li rappresenta. Che i quattro principali partiti del Paese decidano collettivamente di non offrire un’alternativa a quegli elettori — lasciandoli scegliere tra Farage e trentatré indipendenti, tra cui un uomo travestito da bidone — è un fatto istituzionale molto più grave della presunta “trovata pubblicitaria” che dicevano di voler smascherare.
Hanno chiamato farsa il voto, e poi hanno fatto di tutto perché lo diventasse.
Farage, dal canto suo, l’aveva impostata esattamente come voleva: popolo contro establishment. E l’establishment, obbedientemente, si è tolto di mezzo consegnandogli la scena. Il risultato è che il leader di Reform ha guadagnato quasi diciotto punti percentuali rispetto alle politiche del 2024, quando conquistò per la prima volta il seggio.
Il Conte Faccia-di-Bidone e il quarto degli elettori
Detto questo, sarebbe disonesto liquidare il dato di Binface come folklore. Un candidato satirico, in un collegio dove Reform è di casa, ha raccolto oltre un quarto dei consensi. Lo ha rivendicato lui stesso con il consueto sarcasmo, definendosi “il candidato vincitore tra quelli presenti” alla proclamazione e sostenendo che più di un elettore su quattro a Clacton preferirebbe lui a Farage.
È una battuta, ma dentro c’è un segnale politico vero: in assenza di alternative reali, una fetta consistente dell’elettorato usa il voto come protesta. È lo stesso meccanismo che, dieci anni fa, ha portato milioni di britannici a votare Leave. Solo che allora la protesta si chiamava Brexit e faceva paura; oggi indossa un bidone e fa ridere. Il malessere di fondo, però, è lo stesso: gente che non si sente rappresentata da nessuno.
La notte dello spoglio, la polizia e la “minaccia credibile”
Il capitolo più opaco della vicenda riguarda la notte dello spoglio. Alle tre del mattino Farage ha annunciato che non si sarebbe presentato alla proclamazione. Motivo: sarebbe stato informato della presenza di “una campagna organizzata” per disturbare e screditare il risultato. Un portavoce di Reform UK ha parlato di una “minaccia credibile”. Il diretto interessato ha aggiunto di non voler essere “sminuito e umiliato dal signor nessuno”.
La polizia dell’Essex, però, si è limitata a dichiarare di aver predisposto un dispositivo “solido e proporzionato” per la sicurezza di tutti i presenti. Secondo ricostruzioni giornalistiche britanniche, agli altri candidati non sarebbe stato sconsigliato di partecipare.
Due narrazioni che non coincidono. Da un lato l’assenza dalla proclamazione è politicamente un autogol, perché consegna agli avversari l’immagine di un vincitore che scappa dal palco; dall’altro, chiunque segua la cronaca politica britannica sa che il clima intorno a Farage è tutt’altro che rilassato, e che tra le rassicurazioni ufficiali sulla sicurezza e la percezione concreta di chi sta sotto scorta c’è spesso una distanza che le istituzioni tendono a minimizzare. Vale a Clacton come vale nelle periferie italiane.
Il vero nodo: i cinque milioni non dichiarati
La partita, in ogni caso, non è chiusa. Farage si era dimesso a luglio mentre il comitato parlamentare per gli standard indagava sulla mancata dichiarazione di una donazione da cinque milioni di sterline — circa 5,85 milioni di euro — ricevuta dall’investitore in criptovalute Christopher Harborne poco prima delle politiche del 2024. Sono stati riferiti anche altri contributi non dichiarati, tra cui quelli di George Cottrell, condannato negli Stati Uniti.
L’indagine, sospesa con le dimissioni, può ora riprendere. E se si concludesse con una sanzione pesante, potrebbe portare a una sospensione e, per via del meccanismo del recall, a nuove elezioni. La rielezione, insomma, è un’assoluzione politica, non giuridica. Sono due cose diverse e non vanno confuse.
La presidente del Labour Bridget Phillipson ha liquidato il risultato sostenendo che “non è una vittoria per Nigel Farage” e accusandolo di aver combattuto “un’elezione contro un bidone della spazzatura” per distrarre dai guai finanziari del partito. Peccato che quel bidone della spazzatura sia arrivato secondo perché il Labour ha deciso di non presentarsi.
Perché Farage è ancora qui (e vent’anni di distanza)
Conosco Farage da molto prima che diventasse un’ossessione dei talk show italiani. Fui io, su Byoblu, a rilanciarne per primo in Italia le invettive all’Europarlamento contro Van Rompuy e contro l’architettura dell’Unione, quando in Italia nessuno sapeva chi fosse (in questo momento non mi è possibile recuperare quegli articoli sul blog, per via delle note vicende che hanno portato all’oscuramento del canale Youtube prima, e all’indisponibilità del sito storico poi). E fui io, anni dopo, a organizzare materialmente lo sbarco del Movimento Cinque Stelle a Bruxelles e la nascita del gruppo Europe of Freedom and Direct Democracy, seduto in un ristorante della capitale belga mentre Beppe Grillo e Nigel Farage si studiavano a distanza ravvicinata.
Da allora ho visto sfilare decine di necrologi politici anticipati (e una volta è precipitato con il suo ultraleggero, mentre un’altra volte gli hanno svitato i bulloni delle ruote della macchina). Ogni volta l’establishment britannico e quello continentale hanno pronosticato la fine, e ogni volta Farage è tornato più forte.
È successo con la Brexit, quando per anni si è raccontato che l’uscita dall’Unione fosse un’idea da quattro nostalgici, salvo scoprire il 23 giugno 2016 che era la maggioranza del Paese. Sta succedendo di nuovo a Clacton, in scala ridotta e con più ironia. Il metodo, però, non cambia: si delegittima l’avversario invece di sconfiggerlo, e poi ci si stupisce che l’avversario cresca.
Se c’è una lezione che arriva dall’Essex, riguarda proprio questo: la cara, vecchia attitudine di un certo establishment a bollare come populismo l’interpretazione del sentimento di grande parte della popolazione da parte di chi – legittimamente – ne interpreta i desideri e i bisogni. E in questo, Farage è sempre stato il numero uno. Un uomo a cui faccia tosta e coraggio certamente non sono mai mancati.