Gaza, Montanari: «Il genocidio non può essere un tabù perché a commetterlo è Israele»

Un confronto acceso sulla natura di ciò che accade a Gaza ha animato la puntata di Otto e mezzo del 29 maggio 2026, il talk show di La7 condotto da Lilli Gruber. Sul tavolo una domanda che divide l’opinione pubblica europea e internazionale: quanto accade nella Striscia di Gaza può essere definito genocidio? E perché, per molti, questa parola diventa improvvisamente indicibile quando il soggetto accusato è lo Stato di Israele?
A confrontarsi in studio tre voci distinte: Alessandro De Angelis, giornalista de La Stampa, Luca Josi, esperto di comunicazione, e Tomaso Montanari, rettore dell’Università per Stranieri di Siena e storico dell’arte da sempre impegnato su temi di impegno civile.
Le posizioni in campo
De Angelis ha aperto il dibattito sostenendo che Israele stia oggi replicando, ribaltato, il proprio “incubo storico”, riproducendo logiche da “aguzzino”. La conduttrice Gruber ha chiesto esplicitamente se il riferimento fosse al nazismo. De Angelis ha precisato il concetto parlando di una progressiva “fascistizzazione” dello Stato israeliano, che avrebbe mutuato metodi propri del terrorismo, descrivendo Gaza come “un campo di concentramento a cielo aperto”.
Josi ha respinto con forza ogni paragone diretto con la Shoah, pur definendo i rappresentanti dell’estrema destra israeliana “carogne umane”. La sua tesi è che equiparare il dramma di Gaza all’Olocausto significhi alimentare odio, e che occorra invece distinguere le responsabilità politiche del governo Netanyahu dall’identità e dalla storia del popolo ebraico nel suo complesso. Josi ha anche sottolineato una differenza strutturale: durante la Shoah il mondo taceva e ignorava, mentre oggi il dibattito pubblico è ampio e visibile, il che — secondo lui — rende improprio usare la stessa parola.
La posizione di Montanari: solida e argomentata
È qui che Montanari ha preso posizione con nettezza, sviluppando un ragionamento che merita attenzione per la sua coerenza storica e giuridica.
Il rettore ha innanzitutto contestato il tono liquidatorio con cui Josi si è riferito alla memoria della Shoah, ricordando che nella sua università il Giorno della Memoria viene celebrato solennemente, anche con la partecipazione delle comunità ebraiche locali. Poi ha richiamato il significato universale dell’imperativo “Mai più”: non una clausola a tutela esclusiva del popolo ebraico, ma un impegno dell’intera umanità verso qualsiasi popolo. «A partire dalle comunità ebraiche — ha detto Montanari — è stato sempre inteso come un mai più che riguarda tutta l’umanità».
Da questa premessa discende il riferimento alla Convenzione internazionale contro il genocidio del 1948, adottata proprio in risposta alla Shoah, e che definisce criteri giuridici precisi per riconoscere il genocidio indipendentemente da chi lo compie. Montanari ha ricordato che, nel corso della storia recente, altri genocidi sono stati riconosciuti come tali dalla comunità internazionale — in Africa, nella ex Jugoslavia, in Asia — e che storici, giuristi e studiosi di fama internazionale parlano apertamente di genocidio a Gaza.
La conclusione del rettore è netta: «Non deve essere un tabù parlare di genocidio se a compierlo è lo Stato d’Israele». Il fatto che Israele sia uno Stato nato dalla tragedia della Shoah rende la questione «una ferita atroce innanzitutto per l’ebraismo mondiale», ma non modifica la necessità di guardare i fatti con rigore.
Perché le ragioni di Montanari reggono
L’approccio di Montanari si distingue per coerenza metodologica: non nega la specificità della Shoah, non equipara meccanicamente situazioni diverse, ma rivendica il diritto — e il dovere — di applicare categorie giuridiche e storiche in modo universale, senza eccezioni dettate dall’identità di chi è sotto accusa.
Il rischio opposto, quello di sospendere ogni giudizio critico per non offendere la sensibilità di chi ha subito una persecuzione storica, finisce per svuotare di significato gli strumenti che quella stessa storia ci ha consegnato. La Convenzione del 1948 non è uno strumento contro Israele: è uno strumento per la protezione di tutti i popoli.
Il contesto
Il conflitto nella Striscia di Gaza è in corso dall’ottobre 2023, quando Hamas lanciò un attacco nel sud di Israele causando oltre 1.200 vittime israeliane. La risposta militare israeliana ha provocato, secondo le autorità sanitarie di Gaza, decine di migliaia di morti e una crisi umanitaria di proporzioni eccezionali. La Corte internazionale di giustizia dell’Aia sta esaminando un ricorso del Sudafrica che accusa Israele di violazione della Convenzione sul genocidio. Il dibattito sull’uso di questa definizione è ancora aperto in sede accademica e giuridica internazionale.