Gaza: oltre 1.000 morti durante il ‘cessate il fuoco’. Netanyahu non si ferma

Mentre il mondo discute di diplomazia, a Gaza si continua a morire. Secondo quanto riferito dal ministero della Salute della Striscia, dall’entrata in vigore del cosiddetto «cessate il fuoco» mediato dagli Stati Uniti, Israele ha ucciso almeno 1.007 palestinesi. L’ultimo episodio è avvenuto nelle ore pomeridiane di oggi, 18 giugno 2026: un attacco con drone su un veicolo a Gaza City ha causato la morte di almeno tre persone.
La notizia è stata riportata da Al Jazeera, che ha documentato nel dettaglio i nomi e i volti di molte delle vittime registrate nel periodo del presunto armistizio. Un bilancio che trasforma la parola «tregua» in qualcosa di difficile da pronunciare senza virgolette.
Un accordo sulla carta
L’intesa, raggiunta sotto la pressione dell’amministrazione americana, avrebbe dovuto segnare una svolta nel conflitto che Hamas e Israele conducono nella Striscia dal 7 ottobre 2023. Nella pratica, stando ai dati del ministero della Salute gazawi — fonte che va considerata tenendo presente il contesto di guerra, ma che rappresenta allo stato attuale uno dei pochi strumenti di rilevazione disponibili — gli attacchi israeliani non si sono mai interrotti.
Oltre mille morti in un arco temporale coperto formalmente da un accordo di non belligeranza: un dato che alimenta le critiche di chi, già al momento della firma, aveva messo in dubbio la reale volontà di Israele di rispettare i termini dell’intesa.
Netanyahu e il calcolo politico interno
Il premier israeliano Benjamin Netanyahu si trova in una posizione politica delicata. Sotto processo per corruzione, con una coalizione di governo tenuta insieme dall’ala ultranazionalista e religiosa che considera ogni pausa nei combattimenti un tradimento, Netanyahu deve anche guardare a un orizzonte elettorale che potrebbe materializzarsi prima del previsto.
In questo contesto, la prosecuzione delle operazioni militari a Gaza — anche durante un cessate il fuoco formalmente in vigore — risponde, secondo diversi analisti, a una logica che mescola obiettivi strategici dichiarati con calcoli di consenso interno. La destra israeliana non perdona chi appare «morbido» con Hamas; e Netanyahu, da sempre abilissimo navigatore della politica interna, sembra non volersi alienare quella parte del suo elettorato.
Il mandato di arresto emesso dalla Corte Penale Internazionale nei suoi confronti — per crimini di guerra e contro l’umanità — non ha prodotto conseguenze pratiche rilevanti: nessun paese occidentale lo ha arrestato, e lo stesso premier continua a viaggiare e governare come se la sentenza non esistesse.
La comunità internazionale e il doppio standard
Le voci critiche si moltiplicano. Organizzazioni umanitarie internazionali, diversi governi europei e buona parte dell’opinione pubblica globale chiedono da mesi un cessate il fuoco reale e permanente. Ma le pressioni si infrangono su una realtà geopolitica che vede gli Stati Uniti — mediatori ufficiali dell’accordo — continuare a fornire sostegno militare e diplomatico a Israele.
Il paradosso è evidente: Washington media una tregua che il suo principale alleato nella regione sembra violare sistematicamente, senza che questo produca conseguenze tangibili nei rapporti bilaterali.
E non dimentichiamo l’intenzione di mettere fuori legge Palestine Action in UK\. \[Ne ho parlato qui\.\]\(Il governo britannico propone di mettere fuori legge il gruppo pro\-Palestina\. Le critiche di chi teme un precedente pericoloso per il diritto di protesta\.\)
Una pace impossibile
Nel breve termine, non si intravedono segnali di una svolta. I colloqui indiretti tra Israele e Hamas — con la mediazione di Qatar, Egitto e Stati Uniti — proseguono secondo fonti diplomatiche, ma senza che si registrino progressi concreti verso un accordo stabile. Ogni nuovo attacco, ogni nuova vittima durante il «cessate il fuoco», allontana ulteriormente la prospettiva di una pace negoziata.
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