Gaza, trattative al Cairo mentre Israele bombarda: su cosa si negozia davvero?

Al Cairo sono ripresi, tra il 7 e l’8 giugno 2026, nuovi colloqui di mediazione tra rappresentanti di Hamas, altre fazioni palestinesi e i paesi mediatori — Egitto, Qatar e Turchia — con il coinvolgimento degli inviati del cosiddetto “Board of Peace” voluto dall’amministrazione Trump e ratificato dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Le trattative, secondo quanto riportato dall’agenzia Reuters e confermato da France Presse, dovrebbero durare alcuni giorni. Ma la domanda che aleggia su tutto il processo è una sola: su cosa si sta effettivamente trattando, dopo che Gaza è stata ridotta a un cumulo di macerie?
Il cessate il fuoco esiste, ma è di fatto violato da entrambe le parti
Ufficialmente, una tregua è in vigore dallo scorso ottobre, quando i grandi combattimenti sono stati sospesi dopo due anni di guerra totale. Nei fatti, secondo i dati delle autorità sanitarie di Gaza riportati da Reuters, dall’inizio di questa tregua le vittime palestinesi causate dagli attacchi israeliani hanno già superato le 950 unità. Sul fronte opposto, attacchi di militanti palestinesi avrebbero causato la morte di quattro soldati israeliani. Israele e Hamas si accusano reciprocamente di violare la tregua, e nessuno dei due sembra avere torto.
Solo nella giornata di domenica 7 giugno, un attacco israeliano ha colpito una postazione di polizia gestita da Hamas vicino a un accampamento di famiglie sfollate a Khan Younis, nel sud della Striscia, uccidendo cinque persone e ferendone sedici. Poche ore dopo, un secondo attacco aereo ha colpito un veicolo nel centro di Gaza City, causando altri quattro morti. L’esercito israeliano non ha rilasciato dichiarazioni immediate sugli episodi.
Il vero nodo: Hamas, la polizia e il disarmo
Il cuore del negoziato — quello che i tavoli di Doha, Il Cairo e Washington si ostinano a rimandare — riguarda tre questioni strutturali che nessun accordo ha finora affrontato davvero: il disarmo di Hamas, il ritiro delle truppe israeliane e la governance futura di Gaza. Tutte e tre erano state deliberatamente posticipate nella prima fase dell’intesa.
Sul terreno, le truppe israeliane occupano tuttora più della metà del territorio di Gaza, avendo ordinato l’evacuazione dei residenti e distrutto sistematicamente gli edifici rimasti in piedi. Quasi l’intera popolazione — circa 2 milioni di persone — è ammassata in una sottile striscia costiera, in tende di fortuna o tra le rovine, sotto il controllo formale di Hamas.
Un punto di attrito specifico riguarda i circa 10.000 agenti di polizia di Hamas: il movimento vuole integrarli in un futuro corpo di polizia; Israele rifiuta categoricamente qualsiasi ruolo a personale affiliato ad Hamas. Il portavoce di Hamas a Gaza, Hazem Qassem, ha dichiarato domenica che il gruppo è disponibile a discutere proposte che portino alla fine degli attacchi israeliani, ma ha accusato il Board of Peace di agire in modo “di parte” a favore di Israele.
Il bilancio umano e il silenzio italiano
Dall’inizio del conflitto, il 7 ottobre 2023, le autorità sanitarie di Gaza stimano che siano stati uccisi circa 73.000 palestinesi, la grande maggioranza civili. Il conflitto è esploso dopo che militanti guidati da Hamas attaccarono il territorio israeliano, uccidendo circa 1.200 persone e prendendo 251 ostaggi.
Eppure, mentre si negozia su armamenti, polizie e governance in una terra che non esiste quasi più nelle sue strutture fisiche e civili, in Italia il dibattito pubblico su Gaza appare sorprendentemente rarefatto. Le notizie arrivano per lo più tramite agenzie straniere — Reuters, France Presse — e trovano spazio marginale nel mainstream mediatico nazionale. Ci si chiede su cosa stiano davvero mediando Hamas e Israele, dopo la distruzione sistematica di ospedali, scuole, edifici residenziali e infrastrutture; e perché questa domanda fondamentale riceva così poca attenzione nel dibattito italiano.
I colloqui al Cairo sono attesi proseguire nei prossimi giorni. Restano da definire i contorni di una fase due del piano Trump che, al momento, appare più un quadro negoziale che un progetto concreto di pace.
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