Ginevra, scontri al corteo No G7 a vigilia del vertice di Évian

Domenica 14 giugno 2026, Ginevra. Il corteo “No G7” parte poco dopo le 15 dal parco di Mon Repos in un clima che la polizia cantonale definisce inizialmente «piuttosto festoso». Poche ore dopo, nelle strade attorno alla sede dell’ONU e alla stazione di Cornavin, si ripetono scene che molti ricordavano già: gas lacrimogeni, idranti, pietre e petardi. Un déjà vu di ventitre anni fa, stessa città sulla sponda del Lemano, stesso pretesto: un summit del G7 — allora G8 — che si tiene sull’altra riva, a Évian-les-Bains, in Francia.
Chi c’era e quanti
Le cifre sulla partecipazione divergono in modo significativo. La polizia cantonale ginevrina stima circa 20.000 presenti alla partenza del corteo; la coalizione “No G7” — che riunisce una sessantina di organizzazioni tra gruppi femministi, sindacati, movimenti pro-palestinesi, collettivi curdi e della sinistra radicale — rivendica 60.000 partecipanti, come dichiarato da Alice Lefrançois ai microfoni della televisione pubblica romanda RTS. In testa al corteo, limitato alla riva destra del lago per ragioni di sicurezza, sfilavano associazioni di donne con magliette viola contro la violenza di genere e la disparità salariale, militanti pro-Palestina con striscioni che richiamavano Gaza, e gruppi che criticavano apertamente Trump — con toni spesso irriverenti. In coda, però, si erano infiltrati circa 600 appartenenti all’area black bloc, numero comunicato dal portavoce della polizia Alexandre Brahier e confermato dal portavoce del Dipartimento cantonale ginevrino Laurent Paoliello.
Come si sono svolti gli scontri
I primi atti di vandalismo si registrano lungo rue des Alpes, dove le vetrine di una banca vengono prese a martellate. In place Dorcière viene incendiata un’automobile; i pompieri intervengono rapidamente. Al quai du Mont-Blanc altri danneggiamenti. La situazione precipita nel tardo pomeriggio: nei pressi della stazione di Cornavin e poi nella zona di Grand-Pré, gruppi di manifestanti vestiti di nero — volto coperto, occhiali protettivi — lanciano sassi, frammenti di asfalto e petardi contro le forze dell’ordine. La polizia risponde con granate lacrimogene e cannoni ad acqua. Gli episodi più violenti si concentrano infine nel quartiere delle organizzazioni internazionali, vicino alla sede ONU, dove vengono presi di mira anche gli uffici di PricewaterhouseCoopers e la sede dell’Unione internazionale delle telecomunicazioni (ITU). Alle 19.00, quando la maggior parte dei manifestanti aveva già raggiunto il punto di ritrovo nel parco di Mon Repos, la polizia avvia le operazioni di dispersione. Gruppi isolati continuano però a spostarsi verso il quartiere ONU e gli scontri proseguono a sera inoltrata. Al momento della pubblicazione delle ultime notizie non si registravano feriti gravi.
Nel corso della giornata la polizia aveva sequestrato lungo il percorso una serie di oggetti definiti «pericolosi»: coltelli, manganelli telescopici, asce, bombole di gas, petardi con temperature di combustione fino a 2.500°C, maschere e passamontagna.
La voce degli organizzatori
«Abbiamo vinto, è stata una manifestazione magnifica», ha dichiarato Françoise Nyffeler, portavoce della coalizione “No G7”, parlando davanti a qualche centinaio di attivisti ancora riuniti mentre in sottofondo si udivano ancora esplosioni di petardi. La coalizione aveva combattuto per mesi con le autorità per ottenere il permesso di manifestare, ottenendo alla fine un percorso imposto dall’alto ma accettato. «Siamo molto spaventati dalla politica di Trump e degli altri leader del G7 — ha aggiunto Nyffeler — perché stanno facendo guerre ovunque. Il pianeta è in pericolo e vogliamo dire che la gente nel mondo è contraria alle loro politiche».
Il contesto: il G7 di Évian e il nodo Iran
Il vertice di Évian-les-Bains — in programma dal 15 al 17 giugno 2026 — riunisce i leader di Stati Uniti, Francia, Germania, Gran Bretagna, Italia, Giappone e Canada, oltre a ospiti invitati tra cui India, Brasile, Kenya e Ucraina. Sul tavolo: la guerra in Ucraina, le tensioni in Medio Oriente — compreso il conflitto in Iran avviato dagli Stati Uniti e da Israele a fine febbraio 2026, che ha ridisegnato gli equilibri regionali — e temi economici come la disuguaglianza globale e l’accesso alle materie prime critiche. Secondo fonti diplomatiche citate da AP, Washington e Teheran sarebbero vicine a un accordo per porre fine al conflitto e riaprire lo Stretto di Hormuz.
Le autorità svizzere e francesi hanno mobilitato migliaia di agenti: solo la Francia ne ha schierati oltre 13.000 tra polizia e gendarmeria, con 800 funzionari aggiuntivi ai valichi di frontiera, ridotti da 35 a 7 aperti. L’esercito elvetico supporta i cantoni di Ginevra, Vaud e Vallese con 4.000 militari. Decine di negozi del centro di Ginevra avevano già sbarrato le vetrine con assi di legno — memoria diretta di quanto accadde nel 2003.
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Il precedente che non passa: Genova 2001 e Évian 2003
Parlare di proteste ai grandi vertici internazionali significa fare i conti con una storia che affonda le radici nell’estate del 2001 a Genova, durante il G8, e che ha segnato la percezione collettiva di questi eventi per un’intera generazione.
A Genova, dal 19 al 21 luglio 2001, si riunirono i leader delle otto principali potenze mondiali. Attorno al vertice si organizzò uno dei movimenti di protesta più grandi d’Europa: centinaia di migliaia di persone, provenienti da tutto il continente, per contestare la globalizzazione neoliberale. Quello che accadde è rimasto impresso nella memoria come uno dei momenti più bui della storia democratica italiana del dopoguerra.
Nella notte tra il 21 e il 22 luglio, le forze di polizia fecero irruzione nella scuola Diaz — sede del Genoa Social Forum e dormitorio per manifestanti — con una violenza documentata da testimonianze, fotografie e, successivamente, da sentenze giudiziarie definitive. Decine di persone furono picchiate nel sonno. Nelle caserme di Bolzaneto, i fermati denunciarono sevizie e umiliazioni sistematiche: anche queste accuse trovarono conferma nei tribunali italiani e nella Corte europea dei diritti dell’uomo, che nel 2017 condannò l’Italia per trattamenti inumani e degradanti.
Il 20 luglio 2001, durante gli scontri in piazza, Carlo Giuliani — un ragazzo di 23 anni — fu ucciso da un proiettile sparato da un carabiniere. Fu il primo morto in una manifestazione in Italia dalla fine degli anni Settanta.
Sulla dinamica complessiva degli eventi si è discusso a lungo. Diverse inchieste giornalistiche e parlamentari sollevarono interrogativi sul ruolo di elementi estranei ai movimenti pacifici — provocatori, infiltrati — nel determinare la degenerazione degli scontri. La questione non ha mai avuto una risposta giudiziaria definitiva, ma è rimasta al centro del dibattito politico italiano per anni. Alcuni osservatori e diverse fonti della sinistra extraparlamentare attribuirono parte delle responsabilità a dinamiche di infiltrazione gestite da apparati dello Stato, un’accusa mai provata in sede giudiziaria ma mai del tutto confutata. Il tema delle infiltrazioni nei cortei da parte di soggetti interessati alla destabilizzazione era del resto già stato evocato anni prima, in altri contesti, da personalità istituzionali di primo piano.
In un’intervista televisiva del 1997, Francesco Cossiga — già presidente della Repubblica e ministro dell’Interno durante gli anni di piombo — descrisse con disarmante franchezza la logica che, a suo dire, aveva regolato la gestione dell’ordine pubblico nei decenni precedenti: lasciare che i manifestanti si sfogassero, permettere che qualcuno rompesse qualche vetrina, e poi intervenire con le forze dell’ordine con la massima durezza, fino a che nelle strade non si sentisse «solo il suono delle sirene delle ambulanze». Parole pronunciate in un contesto diverso, ma che restano un documento storico di rilievo per capire come una certa cultura istituzionale concepisse la gestione del dissenso di piazza.
Due anni dopo Genova, le proteste al G8 di Évian del 2003 colpirono duramente la stessa Ginevra: la città subì danni per milioni di franchi svizzeri. Quella memoria pesa ancora oggi, come testimonia la scelta di centinaia di esercenti di blindare le proprie vetrine con assi di legno già dal giorno prima della manifestazione.
Cosa succede ora
Il G7 di Évian-les-Bains si apre lunedì 15 giugno. I leader si troveranno a discutere in un contesto geopolitico tra i più complessi degli ultimi decenni. Fuori, le strade di Ginevra stanno tornando lentamente alla normalità dopo una giornata che ha riproposto domande mai risolte: chi manifesta, chi si infiltra, e chi — alla fine — ne porta le conseguenze.