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Esteri

Guerra USA-Iran: i risultati ottenuti, visti da Teheran e non dal’Occidente

Il conflitto dei Quaranta Giorni si chiude con un memorandum d’intesa. Le potenze regionali tracciano un bilancio diverso da quello occidentale.
Byoblu·17 giugno 2026
Esteri — Byoblu
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A oltre quarantotto ore dalla firma del memorandum d’intesa tra Washington e Teheran — prevista per venerdì 20 giugno a Lucerna, in Svizzera — il dibattito su chi abbia davvero vinto il conflitto innescato dall’attacco coordinato Stati Uniti-Israele del 28 febbraio 2026 è tutt’altro che chiuso. Mentre i media occidentali si concentrano sulle concessioni strappate da Washington, la prospettiva iraniana e quella delle principali potenze regionali restituisce un quadro sensibilmente diverso.

Il punto di vista di Teheran: «Non siamo il Paese sconfitto»

Dal punto di vista iraniano, il conflitto si conclude senza che nessuno degli obiettivi dichiarati dall’alleanza israelo-americana sia stato raggiunto. Il sistema politico della Repubblica islamica è in piedi. La catena di comando non è stata spezzata. La capacità militare del Paese non è stata neutralizzata. Non si è verificata alcuna insurrezione interna di rilievo.

Lo stesso Ministro degli Esteri Abbas Araqchi ha tenuto a precisare che quello siglato non è un trattato di pace definitivo, bensì un memorandum d’intesa: un punto di partenza, non un punto d’arrivo. Le questioni relative al Libano, alla presenza militare israeliana nei territori occupati e agli equilibri di potere regionali restano aperte.

Sul piano delle condizioni negoziali, Teheran ha ottenuto risultati di rilievo: lo sblocco di circa 24 miliardi di dollari in fondi e asset congelati, la possibile sospensione di alcune sanzioni — in particolare sul petrolio — e soprattutto un ruolo diretto nella gestione dello Stretto di Hormuz insieme all’Oman. L’Iran avrebbe inoltre avanzato una richiesta di risarcimento da 300 miliardi di dollari, cifra che per ora rimane sul tavolo negoziale.

Analisti vicini a Teheran sottolineano come l’eliminazione fisica di figure apicali del sistema politico iraniano — tra cui Ali Khamenei e Ali Larijani, secondo quanto riportato da fonti di stampa non ancora confermate ufficialmente — abbia prodotto un effetto opposto a quello sperato da Washington: il rafforzamento dei Pasdaran, la componente più strutturata e determinata dell’apparato della Repubblica islamica.

Il contesto: trent’anni di pressioni e una crisi strutturale

L’istituto di ricerca ISPI ha pubblicato un’analisi approfondita del conflitto, sostenendo che l’attacco del 28 febbraio 2026 non rappresenti una rottura improvvisa, bensì il punto di rottura di una crisi strutturale già in atto da anni. Secondo questa lettura, la coercizione negoziale esercitata da Washington e Tel Aviv aveva progressivamente consumato le condizioni politiche che ne rendevano plausibile il funzionamento.

Per l’Iran, il programma nucleare, le capacità missilistiche e la rete di alleati regionali costituiscono strumenti non negoziabili di deterrenza e sopravvivenza del regime. Per gli Stati Uniti e Israele, quegli stessi elementi rappresentano il nucleo della minaccia regionale. Una contraddizione difficilmente componibile attraverso la diplomazia tradizionale.

L’ISPI osserva inoltre come la progressiva neutralizzazione dei principali alleati iraniani nella regione — Hamas a Gaza, gli Hezbollah in Libano, gli Houthi in Yemen — avesse già ridotto la cosiddetta «profondità strategica» di Teheran prima dell’attacco di febbraio, rendendo più vulnerabili le linee della sua deterrenza.

Il nodo di Hormuz e il futuro dell’accordo

Lo Stretto di Hormuz resta il punto più delicato dell’intera intesa. Prima del conflitto, transitavano quotidianamente attraverso il canale circa 120 navi. La chiusura dello stretto aveva prodotto pesanti ripercussioni sui mercati energetici globali. Con il memorandum, il passaggio dovrebbe tornare aperto, ma sotto gestione iraniana, con la possibile introduzione di tasse di transito e la rimozione del blocco navale statunitense.

Non è un dettaglio secondario: significa che l’Iran ottiene una leva concreta sul traffico energetico mondiale. Un esito che le potenze del Golfo — con cui Teheran ha deteriorato i rapporti in seguito agli attacchi durante il conflitto, come riportato da Al Jazeera — osservano con preoccupazione.

La partita sul nucleare e i 60 giorni di negoziato

Negli accordi è previsto un negoziato definitivo da svolgersi nell’arco di sessanta giorni, al centro del quale figureranno le questioni nucleari. Per Donald Trump l’obiettivo minimo è concludere un accordo più stringente di quello firmato dall’amministrazione Obama nel 2015, che impegnava già Teheran a non sviluppare armi atomiche.

L’accordo del 2015 era stato unilateralmente abbandonato dagli stessi Stati Uniti nel 2018. Oggi Washington si trova a rinegoziare da una posizione non necessariamente di forza.

Voci critiche dall’interno del campo americano

Significativo è il fatto che alcune delle valutazioni più dure sull’esito del conflitto per gli Stati Uniti provengano dall’interno dello stesso establishment americano. Secondo quanto riportato da Il Giornale d’Italia, il politologo neoconservatore Robert Kagan — tra i principali teorici dell’interventismo americano e marito dell’ex sottosegretaria Victoria Nuland — avrebbe sostenuto che questa sconfitta non potrà essere ignorata né compensata, e che gli Stati Uniti appaiono sempre meno in grado di sostenere guerre prolungate contro avversari determinati. Byoblu non ha potuto verificare direttamente queste dichiarazioni.

Prospettive: la regione aspetta le prossime mosse

La firma fisica del memorandum, attesa a Lucerna, rappresenta solo il primo passo di un percorso negoziale lungo e incerto. Israele non ha ancora espresso una posizione definitiva sull’intesa. Le questioni libanesi e l’assetto militare regionale restano irrisolte. Le potenze del Golfo devono fare i conti con un Iran uscito dal conflitto con una rinnovata credibilità, ma anche con relazioni deteriorate in ambito regionale.

Quello che appare chiaro, guardando la crisi dalla prospettiva dei protagonisti mediorientali, è che nessuna delle parti ha ottenuto tutto ciò che cercava — e che il nuovo assetto del Medio Oriente sarà definito nei mesi, forse negli anni, a venire.

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