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Esteri

Houthi e Arabia Saudita di nuovo in guerra: Riad all’angolo

Missili sul Mar Rosso, raid sauditi su Hudeidah, blocco navale: come lo scontro tra Sana’a e Riad è tornato a incendiarsi nel giro di poche settimane.
Byoblu·27 luglio 2026
Esteri — Byoblu
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Nello Yemen la tregua che dal 2022 aveva congelato il conflitto tra la coalizione a guida saudita e il movimento Houthi, sostenuto dall’Iran, è saltata. Nelle ultime settimane i due fronti sono passati dalle accuse reciproche agli attacchi diretti: missili e droni Houthi contro obiettivi in territorio saudita e contro il traffico mercantile nel Mar Rosso, raid aerei della coalizione sulle aree controllate dalla milizia per la prima volta da anni. Il quadro che emerge dalle testimonianze di funzionari yemeniti, diplomatici occidentali coinvolti nel processo di pace e analisti regionali è quello di un’escalation in cui Riad, secondo diversi osservatori, si è trovata all’angolo: non voleva un nuovo confronto armato, ma ha ritenuto di non potersi permettere il silenzio.

Che cosa è successo nelle ultime settimane

La sequenza degli eventi è ricostruibile per passaggi. Questo mese gli Houthi hanno preteso l’atterraggio a Sana’a di un aereo iraniano, in uno scalo dove i voli erano sospesi da un anno, presentando l’operazione come un tentativo di rompere quello che descrivono come un blocco aereo e marittimo. Al secondo tentativo di volo, la milizia ha accusato l’Arabia Saudita di aver bombardato l’aeroporto della capitale. Il governo yemenita riconosciuto a livello internazionale, sostenuto da Riad, ha invece rivendicato i raid come azione per forzare la deviazione dell’aereo, accusando gli Houthi di utilizzare i voli per importare armamenti iraniani: accusa che la milizia ha respinto.

Da quel momento gli Houthi hanno annunciato un blocco navale contro le navi saudite nel Mar Rosso. Il 23 luglio hanno rivendicato attacchi contro due petroliere saudite. La coalizione ha risposto con bombardamenti nell’area di Hudeidah, porto compreso. Nei giorni successivi gli Houthi hanno colpito con droni e missili impianti petroliferi sulla costa del Mar Rosso, a Jizan e Yanbu, annunciando l’intenzione di intensificare le operazioni. Riad sostiene di aver intercettato due missili balistici. Ogni fase è stata presentata da entrambe le parti come rappresaglia per la fase precedente.

La doppia strozzatura: Hormuz e Bab el-Mandeb

Il tempismo è il punto centrale. Diversi analisti sottolineano che gli Houthi hanno scelto un momento in cui l’Arabia Saudita è particolarmente esposta. Normalmente il regno esporta la maggior parte del suo greggio attraverso lo Stretto di Hormuz, di fatto reso impraticabile dall’inizio della guerra tra Stati Uniti e Iran. Riad ha dunque dirottato i flussi sul Mar Rosso, cioè esattamente sul tratto d’acqua che gli Houthi sono in grado di minacciare grazie alla posizione geografica dello Yemen sul Bab el-Mandeb.

Si è così creata una doppia strozzatura simultanea sui due passaggi marittimi più rilevanti al mondo per il transito di idrocarburi. Gli operatori dei mercati energetici scontano da giorni il rischio di interruzioni, con previsioni che tornano a evocare la soglia dei 100 dollari al barile.

«Gli Houthi sanno fiutare il sangue nell’acqua», ha sintetizzato April Alley, che ha lavorato al processo di pace yemenita alle Nazioni Unite e oggi è senior fellow del Washington Institute. Secondo la sua lettura, l’obiettivo della milizia è consolidare il controllo sullo Yemen, mettere le mani sulle risorse interne e ottenere un accesso senza restrizioni all’esterno.

Dalla tregua del 2022 alla road map mai firmata

Per capire come si è arrivati fin qui serve un passo indietro. Gli Houthi nascono come formazione ribelle sciita nel nord montuoso dello Yemen, con uno slogan che invoca la morte di America e Israele. Con il sostegno iraniano hanno conquistato Sana’a nel 2014, rovesciando il governo riconosciuto a livello internazionale e aprendo la guerra civile. Riad, allarmata dalla presenza di una milizia filoiraniana ai propri confini, ha guidato dal 2015 una coalizione militare e una campagna di bombardamenti a sostegno delle forze anti-Houthi.

Quella guerra si è trasformata in un pantano decennale: ha prosciugato risorse, ha danneggiato l’immagine internazionale del regno e ha contribuito alla morte di centinaia di migliaia di yemeniti per violenze, fame e malattie. L’Arabia Saudita si è progressivamente ritirata sotto pressione internazionale. Quando nel 2022 è stata dichiarata la tregua, gli Houthi avevano già costruito uno Stato di fatto nel nord del Paese; il sud resta nominalmente nelle mani del governo riconosciuto, che dipende da Riad sul piano finanziario e militare. Su una serie di dossier yemeniti l’ultima parola continua a essere saudita.

Alla fine del 2023, con la mediazione delle Nazioni Unite, sauditi e Houthi erano arrivati a un passo da un’intesa preliminare, la cosiddetta “road map”, che doveva tracciare il percorso verso una soluzione politica di lungo periodo.

Il nodo degli stipendi e il petrolio

Il cuore di quell’accordo era il pagamento degli stipendi ai dipendenti pubblici yemeniti residenti nei territori Houthi, sospesi durante il conflitto. La cifra in gioco, secondo due diplomatici occidentali e un funzionario yemenita informato del piano, oscillava tra 1 e 2 miliardi di dollari l’anno. Il denaro sarebbe dovuto arrivare in prevalenza dalle entrate petrolifere yemenite, con un’integrazione a carico di Riad per coprire eventuali ammanchi. Dettaglio decisivo: i giacimenti si trovano fuori dal territorio controllato dagli Houthi, che da tempo puntano a ottenerne l’accesso.

L’attacco del 7 ottobre 2023 e la successiva guerra a Gaza hanno fatto deragliare il processo. Gli Houthi hanno lanciato una campagna militare dichiaratamente in solidarietà con i palestinesi, colpendo Israele e le navi nel Mar Rosso. Per i funzionari sauditi e i diplomatici internazionali quella campagna violava il cessate il fuoco, precondizione del percorso di pace; per gli Houthi, invece, la tregua con Riad restava in vigore e il processo doveva andare avanti.

Durante l’intera guerra di Gaza la milizia ha evitato di colpire l’Arabia Saudita. Nel 2025, con l’inizio del secondo mandato di Donald Trump, gli Houthi sono stati designati organizzazione terroristica straniera ed è partita una campagna di bombardamenti statunitense. Secondo Farea al-Muslimi, ricercatore del centro studi londinese Chatham House, quella designazione ha aggravato una situazione economica già pesante nelle aree controllate dal movimento, alimentando un malcontento che sul gruppo ha esercitato pressione.

Le due narrazioni

Sulle responsabilità dell’escalation le versioni sono opposte e vale registrarle entrambe.

L’ambasciatore saudita in Yemen, Mohammed al-Jaber, ha scritto sabato sui social che il regno vuole la de-escalation e sostiene gli sforzi per una pace complessiva, accusando gli Houthi di «insistere su una via di escalation e violenza» e di servire agende straniere che non giovano al popolo yemenita: riferimento apparente a Teheran.

Mohammed al-Bukhaiti, alto dirigente politico Houthi, ribalta il quadro: accusa Riad di «non aver attuato alcuna delle disposizioni della tabella di marcia, prima fra tutte il pagamento degli stipendi a tutti i dipendenti statali» e di imporre restrizioni al traffico aereo e navale verso lo Yemen che la milizia definisce un blocco. Fra le richieste avanzate c’è la rimozione di ogni vincolo, compreso il regime di ispezioni delle Nazioni Unite, su aerei e navi in arrivo nei territori sotto il suo controllo. Un diplomatico occidentale riferisce che sulla riapertura dei voli si è discusso, ma che gli Houthi hanno respinto diverse proposte.

Il 16 luglio, in un discorso televisivo, il leader del movimento Abdulmalik al-Houthi ha dichiarato: «Le nostre anime sono pronte a qualunque livello di sacrificio».

Il fattore Iran e il fattore Trump

A febbraio, quando Stati Uniti e Israele sono entrati in guerra con l’Iran, gli Houthi sembravano orientati a restare fuori. Il calcolo è cambiato mesi dopo, con il collasso del cessate il fuoco tra Washington e Teheran. Diversi analisti attribuiscono la svolta a pressioni iraniane per un coinvolgimento diretto, osservando però che l’intervento serve anche obiettivi propri della milizia.

Teheran, per parte sua, tiene una posizione pubblica di prudenza sul dossier yemenita: il capo della diplomazia iraniana ha affermato che non esiste una soluzione militare per lo Yemen, per Bab el-Mandeb e per le altre questioni regionali. Sul fronte di Hormuz, nel frattempo, unità dei pasdaran avrebbero costretto quattro navi a invertire la rotta. Pechino, che dipende dalle forniture energetiche della regione, ha auspicato la ripresa dei colloqui.

La variabile americana resta decisiva. Un alto funzionario dell’amministrazione Trump ha spiegato che gli Stati Uniti intendono affidare agli alleati la guida della sicurezza regionale e sostengono una soluzione diplomatica in Yemen. Il 23 luglio, però, lo stesso Trump ha minacciato sui social una «grave punizione militare» contro la milizia se gli attacchi alle petroliere saudite dovessero continuare, aggiungendo di essere deluso da un gruppo che «fino a ora si era comportato in modo molto professionale e intelligente».

Secondo Ahmed Nagi, senior analyst per lo Yemen dell’International Crisis Group, la risposta saudita è stata finora calibrata proprio per evitare di essere trascinata in un conflitto più ampio. Ma un’astensione totale rischierebbe di produrre l’effetto opposto: «I sauditi erano all’angolo e sentono che il costo del silenzio sarebbe più alto».

In mezzo, gli yemeniti

Nel mezzo di questo braccio di ferro ci sono decine di milioni di civili. Alcuni, intervistati a Sana’a, raccontano una disperazione tale da rendere quasi indifferente l’alternativa tra negoziato e guerra. «Ne abbiamo abbastanza di questa durezza, ci serviva una via d’uscita, con il dialogo o con la guerra», ha detto Ayman Abdulhaq, tassista di 43 anni e padre di quattro figli. Abu Bakr al-No’man, 48 anni, ex dipendente pubblico che guadagnava circa 130 dollari al mese, oggi dice di far fatica a procurarsi cibo e acqua per la famiglia: «L’escalation è la soluzione».

Gli scenari

Due elementi restano aperti. Il primo è militare: la coalizione a guida saudita ha ripreso a colpire, ma non ha annunciato una campagna di ampiezza paragonabile a quella del decennio scorso; gli Houthi, dal loro lato, hanno mostrato di poter colpire infrastrutture energetiche e rotte commerciali senza impegnare eserciti. Il secondo è politico: la posta reale, secondo gli analisti citati, non sono i missili ma la road map, gli stipendi e il controllo delle entrate petrolifere yemenite.

Se la valutazione degli osservatori è corretta, l’escalation è dunque uno strumento negoziale prima che un obiettivo. Resta da capire chi, tra Riad e Sana’a, abbia più margine per sostenerne il costo: un regno che ha costruito la propria strategia economica sulla stabilità e su un’immagine da hub del turismo e degli affari, o un movimento che governa un territorio impoverito e che dell’assedio ha fatto una narrazione politica. Quella risposta, per ora, la stanno scrivendo i mercati del greggio e le rotte del Mar Rosso.

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