— 📻 Radio Byoblu 3.0 Iscriviti alla newsletter✉ Newsletter ♥ Sostieni
Il primo blog di informazione indipendente
Ultim'ora
Iscriviti alla newsletter✉ Newsletter byoblu [3.0]
Esteri

India, giornalisti indipendenti in prima linea contro i media di regime

Al Media Rumble di New Delhi, tre voci raccontano perché hanno lasciato i grandi gruppi editoriali per costruire un nuovo ecosistema dell’informazione.
Byoblu·01 giugno 2026

C’è un momento preciso in cui un giornalista capisce che il sistema per cui lavora non è più compatibile con la sua missione. Per Josy Joseph, investigativo pluripremiato con oltre trent’anni di carriera, quella svolta arrivò quando il suo caporedattore lo invitò esplicitamente ad occuparsi degli additivi chimici nei polli piuttosto che della corruzione nel governo Modi. «Quello è stato il giorno in cui ho deciso di andarmene», ha raccontato Joseph durante una sessione del Media Rumble, il festival dedicato al giornalismo indipendente indiano, il cui video è stato pubblicato il 1° giugno 2026.

Joseph, fondatore di Confluence Media — una piattaforma di giornalismo investigativo indipendente — ha lasciato The Hindu nel 2018 dopo aver maturato la convinzione di scrivere «più per la censura che per la pubblicazione». Nel video, sostiene che i media tradizionali indiani siano stati messi in ginocchio uno dopo l’altro di fronte all’attuale governo, e che l’ultimo vero scoop del giornalismo mainstream risalga al 2013, proprio a un’inchiesta sua sullo scandalo dei Giochi del Commonwealth. Da allora, secondo lui, le storie più importanti — dalla morte del giudice Loya allo scandalo dei bond elettorali — sono venute esclusivamente da redazioni indipendenti.

Dalla sala di montaggio al telefono della polizia

Anche Shahina K.K., giornalista freelance del Kerala premiata nel 2023 con l’International Press Freedom Award, ha raccontato nel video una vicenda emblematica: mentre lavorava per Tehelka su un caso di testimoni fabbricati in un processo per terrorismo, ricevette una telefonata dalla polizia. «Signora, mi dicono che lei è una terrorista. È così?», le fu chiesto. Shahina ha risposto dichiarando di essere una giornalista e citando il suo direttore, Tarun Tejpal. Non bastò: le fu aperto un procedimento penale con l’accusa di UAPA — la legge antiterrorismo indiana — e a distanza di quindici anni il processo è ancora in corso a Bengaluru, dove continua a presentarsi ogni mese.

Nel video, Shahina esprime un giudizio netto sulle redazioni tradizionali: «I giornalisti sono solo strumenti per fare soldi. Non c’è protezione, non ci sono procedure operative standard, non c’è sicurezza». Da alcuni mesi ha avviato un progetto proprio, Offbeat Concerns (OBC), pensato non solo come testata ma come istituto di formazione per giornalisti, cittadini e attivisti: corsi di fact-checking, data journalism, sicurezza digitale e reportage di guerra.

Il canale YouTube da uno smartphone da 11mila rupie

La storia di Tulsi Chandu, content creator e giornalista indipendente del Telangana, è forse la più concreta nel dimostrare cosa sia possibile fare senza risorse, ma con determinazione. Nel 2020 ha lasciato i media mainstream con uno smartphone da 11mila rupie — meno di 120 euro — e ha costruito un canale YouTube che oggi conta oltre centomila iscritti, tutto montato sul telefono per il primo anno, da sola, notte e giorno.

Nel video, Chandu racconta di essere stata bersaglio di campagne d’odio organizzate, con foto ritoccate, video falsi e minacce da numeri internazionali, dopo aver pubblicato inchieste critiche verso il BJP. «Il problema non era la qualità del mio lavoro. Il problema era il mio nome, Tulsi, un nome sacro per gli indù. Come poteva una donna con quel nome criticare il BJP?». Le è stato affibbiato il marchio di anti-indù e anti-nazionale. Ha presentato denunce, senza risultato. Oggi, dice nel video, ha scelto di ignorare i troll e concentrarsi sul lavoro: «Il mio sogno è creare almeno cento giornalisti come me».

Un ecosistema da costruire, non da aspettare

Il filo conduttore della sessione, moderata da Lena Adhikari di Himal Mag, è la convinzione condivisa dai tre ospiti che il giornalismo di qualità esista ancora, ma si sia spostato fuori dai grandi gruppi editoriali. Nel video viene citata anche la nascita di The Equator, nuova pubblicazione digitale internazionale fondata da ex collaboratori del Guardian insieme agli scrittori indiani Pankaj Mishra e Samanth Subramanian, con l’obiettivo esplicito di produrre un’informazione che non si pieghi alle pressioni politiche o commerciali.

Joseph sostiene nel video che si stia vivendo «il periodo più glorioso del giornalismo investigativo indiano», portando come esempio le inchieste collaborative che hanno portato alla luce le email del gruppo Adani e lo scandalo dei bond elettorali, lavori di squadra tra giornalisti indipendenti indiani e testate internazionali come il Financial Times e il Guardian.

Il nodo irrisolto, riconosciuto da tutti, resta il finanziamento. Come ha sottolineato Shahina, il modello basato sulla pubblicità istituzionale, sulle fondazioni con condizionamenti e sulle sottoscrizioni è ancora fragile, specialmente nelle lingue regionali. «Dobbiamo trovare risposte a queste domande», ha detto. L’invito rivolto al pubblico è diretto: sostenere economicamente le realtà indipendenti, anche con piccoli contributi mensili, perché ogni storia raccontata ha un costo reale — di tempo, di risorse, e talvolta di libertà personale.


Fonti:

📻 RADIO Caricamento…