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Esteri

India, il Movimento degli Scarafaggi vince: il Ministro si dimette. Cosa succede quando il potere chiama “insetti” i cittadini.

Dharmendra Pradhan lascia l’Istruzione dopo giorni di piazza e scioperi della fame: la rivolta dei giovani indiani piega il palazzo
Byoblu·25 luglio 2026
Esteri — Byoblu
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C’è un’immagine che vale più di mille editoriali: milioni di ragazzi che si fanno chiamare “scarafaggi” e che, uno dopo l’altro, si infilano in ogni fessura del potere indiano fino a farlo capitolare. È successo oggi: il ministro dell’Istruzione Dharmendra Pradhan ha annunciato le sue dimissioni, travolto dalle proteste del Cockroach Janta Party, il “Partito del popolo degli scarafaggi”, dopo l’ennesimo scandalo di fughe di notizie sugli esami di ammissione all’università. «Considerata la situazione che si è venuta a creare a Jantar Mantar e in tutto il Paese, ho deciso di inviare la mia lettera di dimissioni al primo ministro», ha dichiarato Pradhan. Nella piazza di Nuova Delhi, occupata giorno e notte da lunedì scorso, è esplosa la festa.

La metamorfosi al contrario: da insulto a bandiera

Per capire questa storia bisogna partire da un insulto. Lo scorso maggio, durante un’udienza, il giudice della Corte Suprema Surya Kant avrebbe paragonato alcuni giovani disoccupati a “scarafaggi” e “parassiti”. In qualsiasi altro Paese sarebbe finita lì: un’arroganza in più, un’umiliazione in più. In India no. Uno studente, Abhijeet Dipke, ha lanciato da Instagram una domanda semplice e micidiale: e se tutti questi scarafaggi si unissero? In pochi giorni la sua pagina ha superato i 22 milioni di follower.

Viene in mente Kafka, ma alla rovescia. Ne La Metamorfosi, Gregor Samsa si sveglia una mattina trasformato in un enorme insetto e il mondo lo respinge, lo nasconde, lo lascia morire. Qui è accaduto l’esatto contrario: è stato il potere a tentare la trasformazione, a voler ridurre una generazione a blatte da schiacciare. E quella generazione ha accettato la mutazione, l’ha indossata come una corazza e ha marciato. Non è Gregor a chiudersi nella stanza: sono gli scarafaggi che entrano, milioni, in tutte le stanze del palazzo. Fino a quella del ministro.

E c’è di più. In un Paese plasmato dal principio dell’ahimsa, la non violenza verso ogni essere vivente — dove i monaci giainisti arrivano a spazzare il terreno davanti ai propri passi per non calpestare nemmeno un insetto — dare dello “scarafaggio” a un giovane non è solo un insulto: è una bestemmia culturale. Il movimento ha colto questa dissonanza e l’ha rovesciata contro chi l’aveva pronunciata. Anche la creatura più piccola, dice quella tradizione millenaria, ha dignità. E la dignità, non a caso, è esattamente ciò che questi ragazzi sono scesi in piazza a riprendersi.

Esami truccati e futuri rubati

Dietro l’ironia c’è una ferita profonda. In India gli esami di ammissione — a partire dal Neet-Ug, il test nazionale per Medicina che ha coinvolto circa 2,2 milioni di candidati, annullato e ripetuto dopo la fuga di notizie — non sono semplici prove: sono l’unica scala di mobilità sociale per milioni di famiglie, che spesso vendono terra e casa per pagare gli studi dei figli. Secondo le opposizioni, dal 2014 le fughe di notizie sugli esami pubblici sarebbero state ben 152. La scrittrice Arundhati Roy, schierata con i manifestanti, denuncia che dopo l’ultimo scandalo dodici studenti si sarebbero tolti la vita per la disperazione. Ogni prova trapelata in cambio di denaro è un futuro rubato. Una “estorsione legale”, la chiama Roy.

La marcia sul Parlamento e la repressione

La protesta è esplosa lunedì scorso, quando il movimento ha marciato verso il Parlamento in concomitanza con l’apertura della sessione monsonica. La polizia ha bloccato strade, autobus e metropolitana, ha caricato con i lathi — i bastoni di bambù — e lanciato lacrimogeni. Stando alle testimonianze raccolte da Roy, gli agenti della Rapid Action Force si sarebbero perfino tolti i badge identificativi dalle divise. L’attivista Sonam Wangchuk, in sciopero della fame a oltranza, era stato prelevato dal palco e messo in stato di fermo giorni prima del corteo. Non è servito a nulla: i ragazzi sono arrivati in treno, in autobus, in aereo. Indù, musulmani, sikh, cristiani, buddisti, di ogni casta: una marea disarmata e sorridente che ha continuato ad avanzare anche davanti ai fucili spianati.

Ed è qui che la vicenda diventa lezione universale: non hanno bruciato nulla, non hanno saccheggiato nulla. Hanno usato meme, digiuni e coraggio. Quando il governo avrebbe tentato di limitare internet, gli “scarafaggi” — creature della rete — hanno trovato ogni fessura, come è nella loro natura.

Il palazzo cede, ma la partita è aperta

Il governo di Narendra Modi, alla prima vera crisi di piazza dalla rielezione del 2024, ha provato a correre ai ripari: ieri ha approvato una bozza di legge con procedure accelerate e pene severe per chi truffa agli esami, mentre il premier ha diffuso un video ringraziando i manifestanti per i loro “contributi positivi”. Parole di velluto dopo i manganelli. Le dimissioni di Pradhan sono arrivate poche ore prima dell’incontro previsto per questo pomeriggio tra governo e studenti. Ma il portavoce del movimento, Ashutosh Rabka, ha già chiarito che non basta: restano sul tavolo i risarcimenti per le vittime degli esami annullati e la revoca delle accuse contro i manifestanti. Intanto il leader del Congresso, Rahul Gandhi, alza la posta e chiede le dimissioni dello stesso Modi.

«Viva il potere studentesco», «la democrazia ha trionfato», scrivono i ragazzi sui social. «Ce l’abbiamo fatta!», esulta Dipke. Hanno ragione, e hanno vinto meritatamente. Perché questa non è solo una crisi ministeriale: è la dimostrazione che quando il potere chiama “insetti” i propri cittadini, dovrebbe ricordare come finiscono queste storie. Gli scarafaggi, si sa, sopravvivono a tutto. Anche ai regimi che li disprezzano. Soprattutto a quelli.

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