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Israele agli USA: Iran vuole usare armi chimiche

Israele avverte Washington: Teheran valuta l’uso di agenti chimici. Nel Golfo lamentano l’assenza di prove, negli Usa c’è chi evoca l’Iraq del 2002.
Byoblu·03 novembre 2026
Esteri — Byoblu

Israele ha trasmesso agli Stati Uniti informazioni di intelligence secondo cui l’Iran starebbe valutando l’uso di armi chimiche contro i propri avversari. Lo ha rivelato oggi il New York Times, citando funzionari americani e della regione. La segnalazione ha diviso l’amministrazione Trump. Una parte la considera un allarme da prendere sul serio. Un’altra la accoglie con profondo scetticismo e la interpreta come una campagna di pressione del premier Benjamin Netanyahu per riportare la Casa Bianca allo scontro militare con Teheran. La notizia arriva nel giorno delle elezioni di metà mandato, a ridosso di una possibile finestra per un attacco che, secondo funzionari statunitensi, potrebbe aprirsi già domani.

Iran armi chimiche, che cosa sostiene l’intelligence israeliana

Secondo quanto riferito al quotidiano newyorkese, gli analisti israeliani ritengono che Teheran stia sviluppando la capacità di impiegare agenti chimici tramite missili, droni o operazioni coperte. Parte del materiale è stata condivisa anche con i governi del Golfo, dove ha incontrato la stessa diffidenza registrata a Washington. Diversi funzionari arabi che hanno ricevuto briefing analoghi hanno osservato che Israele non ha presentato prove a sostegno delle proprie conclusioni.

Le informazioni non sono state verificate da fonti indipendenti. L’entità di eventuali preparativi iraniani resta sconosciuta e Teheran, finora, non risulta aver replicato alla ricostruzione.

Chi nell’amministrazione ritiene fondato l’allarme richiama le valutazioni più recenti sulla disponibilità iraniana a colpire obiettivi americani nella regione. È su questo terreno che si misura la frattura: da un lato la credibilità della fonte, dall’altro le conseguenze di un’eventuale azione basata su dati non confermati.

Usa spaccati, lo spettro delle armi di Saddam

Gli scettici hanno scelto un paragone preciso: l’intelligence fallace del 2002 sulle armi di distruzione di massa irachene, che preparò il terreno all’invasione del 2003. Alcuni funzionari americani e del Golfo sospettano che Netanyahu stia cercando di trascinare di nuovo Trump in guerra. Si tratta di un sospetto, attribuito a una parte dell’apparato, e nessun documento pubblico lo dimostra.

I precedenti, però, spiegano perché quel sospetto circoli. Nel settembre 2002 Netanyahu, allora fuori dal governo, testimoniò davanti al Congresso americano sostenendo che Saddam Hussein stesse lavorando all’atomica e sostenendo la necessità di rovesciarlo. Quelle armi non furono mai trovate. Dagli anni Novanta il leader israeliano ha più volte descritto un Iran a un passo dalla bomba, fino al disegno dell’ordigno mostrato all’Assemblea generale dell’Onu nel 2012.

C’è poi una questione di tempi. Lo scorso dicembre il quotidiano israeliano Israel Hayom pubblicò informazioni di intelligence secondo cui Teheran stava accelerando lo sviluppo di testate chimiche e biologiche per i suoi missili balistici. Il servizio uscì poche ore prima dell’incontro fra Netanyahu e Trump in Florida.

Anche il rapporto fra la Casa Bianca e le proprie agenzie ha un precedente recente. Nel marzo 2025 la direttrice dell’intelligence nazionale Tulsi Gabbard riferì al Congresso che, secondo la comunità di intelligence, l’Iran non stava costruendo un’arma nucleare. Trump liquidò quella valutazione e a giugno ordinò i bombardamenti sui siti di Fordow, Natanz e Isfahan, al fianco dell’offensiva israeliana.

Programma chimico iraniano, che cosa è documentato

Gli allarmi israeliani poggiano in parte su accertamenti americani. L’Iran ha ratificato nel 1997 la Convenzione sulle armi chimiche, ma il Dipartimento di Stato lo considera inadempiente. La valutazione annuale delle minacce dell’intelligence Usa del 2024 segnalava il programma chimico iraniano, compresi gli agenti incapacitanti, sostanze pensate per neutralizzare temporaneamente le persone. Nello stesso anno funzionari israeliani dichiararono di ritenere con alta probabilità che Teheran li avesse forniti a milizie alleate in Iraq e in Siria.

Washington, tuttavia, da decenni non sostiene che l’Iran disponga di scorte significative di armi chimiche. Teheran nega di possederne e ricorda le pesanti perdite subite dagli attacchi chimici iracheni durante la guerra del 1980-1988. Ha ammesso di aver sviluppato capacità in quel periodo e nel 2018 definì «infondata» un’accusa americana sul tema. Netanyahu, intervistato a luglio dall’emittente statunitense Newsmax, aveva invece affermato che l’Iran ha «certamente» armi chimiche.

Iran-Israele, la crisi che dura dal 1979

La contrapposizione fra Israele e la Repubblica islamica risale alla rivoluzione del 1979. Per decenni si è combattuta per interposta persona, attraverso milizie, sabotaggi e omicidi mirati. Nel giugno 2025 è diventata guerra aperta, con i raid israeliani e americani sugli impianti nucleari. Nei mesi successivi la tensione è rimasta alta: a luglio Teheran ha celebrato i funerali dell’ayatollah Ali Khamenei, e oggi la diplomazia statunitense lavora anche alla riapertura dello Stretto di Hormuz, passaggio cruciale per il petrolio mondiale. Il greggio, nella giornata, ha oscillato intorno ai 96 dollari al barile.

Le trattative fra Washington e Teheran sono ferme. Il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Qalibaf, ha dichiarato di aver consegnato agli americani una risposta ferma. Mohsen Rezaei, ex comandante dei Pasdaran, ha poi giudicato poco convincente la replica statunitense. Dal punto di vista iraniano, ogni nuovo dossier occidentale sulle armi proibite si inserisce in una lunga serie di accuse respinte.

Trump, le elezioni di midterm e la finestra per l’attacco

Trump ha detto che non avrebbe ordinato un attacco prima del voto di oggi, lasciando intendere che dopo ogni opzione sarebbe aperta. Secondo funzionari statunitensi, il Comando centrale (Centcom), responsabile delle operazioni in Medio Oriente, dispone di un piano per colpire l’Iran a partire da mercoledì, quando nella regione dovrebbero trovarsi tre portaerei americane. Una di queste dovrà rientrare alla base dopo l’inizio di novembre, mentre le notti senza luna di questi giorni favorirebbero le operazioni. L’esistenza di un piano non equivale a un ordine: nessuna autorizzazione presidenziale è stata resa nota.

Secondo l’agenzia iraniana Ilna, nell’entourage della Casa Bianca si fronteggiano due linee: quella negoziale del vicepresidente J.D. Vance e quella militare del capo del Pentagono Pete Hegseth. A Gerusalemme, riferisce Israel Hayom, alti funzionari vedono dopo il voto una finestra stretta per i raid.

In questo quadro, il dossier chimico rischia di pesare più per il momento in cui arriva che per il suo contenuto. Il governo Netanyahu, guidato da un premier su cui pende dal novembre 2024 un mandato d’arresto della Corte penale internazionale per i crimini contestati a Gaza, ha da tempo legato la propria tenuta politica allo stato di guerra permanente. Un nuovo fronte con l’Iran, sostenuto dalla forza militare americana, sposterebbe ancora una volta il baricentro dell’attenzione internazionale.

La verifica possibile passa da strumenti esistenti. Se le prove esistono, possono essere condivise con gli alleati del Golfo, che finora dicono di non averle viste, e con l’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (Opac) dell’Aja, l’ente incaricato di accertare le violazioni della Convenzione. Finché restano materiale riservato consegnato a porte chiuse alla vigilia di una decisione militare, il paragone con il 2002 continuerà a circolare negli stessi uffici di Washington che dovrebbero valutarle.

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