Iran minaccia paralisi aeroporti di chi applica sanzioni Usa

L’Iran minaccia la paralisi degli aeroporti dei Paesi che decideranno di applicare le sanzioni americane contro le compagnie aeree della Repubblica islamica. L’avvertimento è arrivato oggi dal segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale, il massimo organo di Teheran per le decisioni strategiche e militari. Il destinatario formale sono i governi terzi. Quello reale è Washington, che da anni prova a trasformare le proprie misure unilaterali in un obbligo per il resto del mondo.
Il messaggio è semplice: chi nega servizi, rifornimenti o diritti di atterraggio ai vettori iraniani dovrà aspettarsi disagi nei propri scali. Teheran non ha chiarito con quali strumenti intenda provocarli, né se si tratti di misure di ritorsione diplomatica, tecniche o di altra natura. L’ambiguità, con ogni probabilità, è voluta.
Sanzioni Usa sulle compagnie aeree iraniane: cosa c’è in gioco
Le sanzioni americane sull’aviazione civile iraniana non sono una novità. Mahan Air è nel mirino del Tesoro statunitense dal 2011, accusata di trasportare uomini e materiali per conto dei Pasdaran. Iran Air è finita più volte nelle liste nere. Nel 2024 anche l’Unione europea ha colpito le compagnie iraniane, sostenendo che avessero trasferito componenti militari verso la Russia.
La novità sta nella pressione sui Paesi terzi. Le sanzioni cosiddette secondarie mettono gli altri Stati davanti a un bivio: continuare a lavorare con l’Iran e rischiare di essere puniti dagli Stati Uniti, oppure allinearsi. Per molti scali di transito, dal Golfo alla Turchia, dall’Iraq all’Asia centrale, i voli iraniani non sono una voce marginale. Sono passeggeri, merci, tasse aeroportuali. Anche la risposta di Teheran, quindi, parla a questi governi: il prezzo di obbedire a Washington non sarà zero.
Il contesto: una crisi che dura da quasi mezzo secolo
Il conflitto tra Stati Uniti e Iran risale alla rivoluzione del 1979 e alla crisi degli ostaggi nell’ambasciata americana. Da allora le sanzioni sono diventate lo strumento principale della politica di Washington verso Teheran.
L’accordo sul nucleare del 2015 aveva aperto una breve finestra di distensione. Nel 2018 Donald Trump ne è uscito e ha lanciato la campagna di “massima pressione”. Lo scorso anno la tensione ha toccato il punto più alto: la guerra di dodici giorni con Israele, a giugno, e i bombardamenti americani sui siti nucleari di Fordow, Natanz e Isfahan. Poi, a fine settembre 2025, il ripristino delle sanzioni Onu voluto da Francia, Germania e Regno Unito con il meccanismo dello snapback.
In questo quadro l’aviazione civile è diventata un fronte a sé. E non da oggi.
Chi paga davvero le sanzioni sull’aviazione
C’è un aspetto che raramente entra nel dibattito occidentale. Le sanzioni hanno impedito per anni all’Iran di acquistare aerei nuovi e pezzi di ricambio. La flotta civile iraniana è tra le più vecchie al mondo. Le autorità di Teheran hanno più volte attribuito agli embarghi una parte della responsabilità per gli incidenti aerei avvenuti nel Paese.
Non è propaganda da liquidare con un’alzata di spalle. È una domanda legittima: se una misura pensata per colpire i Pasdaran finisce per rendere meno sicuri i voli di milioni di civili, a pagare il conto non sono – come sempre – i vertici militari iraniani, che hanno canali alternativi per viaggiare e rifornirsi, ma le famiglie che prendono un volo per Istanbul o per Mashhad.
Dopo quindici anni di sanzioni su Mahan Air, è lecito chiedersi anche un’altra cosa: quali risultati hanno prodotto? La compagnia vola ancora. Il regime è ancora lì. I costi, intanto, si sono spalmati su passeggeri, aeroporti, Paesi di transito.
Le diverse letture internazionali
Per Washington e per i suoi alleati la stretta sulle compagnie iraniane serve a tagliare le linee logistiche con cui Teheran sosterrebbe i suoi alleati regionali e la Russia. Nessuna ragione umanitaria, in questa lettura, può giustificare il trasporto di armi su voli civili.
Per Teheran, invece, si tratta di guerra economica contro un’intera popolazione. E la minaccia agli aeroporti stranieri viene presentata come difesa: se il mondo accetta di diventare braccio esecutivo di Washington, ne condivide le conseguenze.
Per i Paesi terzi, infine, la posizione è la più scomoda. Molti di loro non hanno votato quelle sanzioni, non le hanno scritte e non ne ricavano nulla. Ma rischiano di doverle applicare, e ora anche di subirne le ritorsioni.
Minaccia seria o mossa negoziale?
Minacciare le infrastrutture civili di altri Paesi è un’escalation che non si può archiviare come semplice retorica. Un aeroporto paralizzato significa voli cancellati, viaggiatori bloccati, danni a chi con lo scontro tra Washington e Teheran non c’entra nulla. Esattamente l’argomento che l’Iran usa contro le sanzioni.
Ma la mossa va letta anche per quello che probabilmente è: un avvertimento rivolto ai governi indecisi, prima ancora che agli Stati Uniti. Teheran sa di non poter piegare Washington. Può però provare a rendere più costosa l’obbedienza per chi sta nel mezzo.
E questo riguarda anche noi europei. Le sanzioni, quando escono dai confini di chi le decide, diventano un’imposta pagata da altri. Chi le vara raramente ne sopporta il peso. Chi le applica, spesso, non le ha decise e magari neanche approvate. Alla fine, a trovarsi il gate chiuso saranno passeggeri che non sanno esattamente neanche dove sia, l’Iran, e che non sono mai stati a Washington.
Sempre che le ritorsioni minacciate da Teheran si limitino a quello… Oggi come oggi, con una possibile guerra contro un blocco composto dalla Russia, la Cina e proprio dall’Iran, non si può sapere.