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Esteri

Iran-Usa: Trump indurisce la proposta, Teheran: non ci fidiamo del nemico!

Il New York Times rivela l’invio di un accordo più duro. Ghalibaf: «Non firmeremo nulla senza garanzie sui nostri diritti».
Byoblu·31 maggio 2026
Esteri — Byoblu

La partita diplomatica tra Washington e Teheran si fa più tesa. Secondo quanto riportato dal New York Times nella mattinata di domenica 31 maggio, gli Stati Uniti avrebbero inviato all’Iran una versione inasprita della proposta di accordo sul programma nucleare. La mossa, stando a quanto riferisce il quotidiano americano, sarebbe una risposta diretta alla frustrazione di Donald Trump per i tempi lunghi con cui la guida suprema Ali Khamenei sta rispondendo ai negoziati.

La reazione di Teheran

Da parte iraniana, la risposta non si è fatta attendere, e il tono è inequivocabile. Mohammad Bagher Ghalibaf, presidente del Parlamento iraniano, ha dichiarato che Teheran non ha fiducia nelle promesse di quello che ha definito «il nemico», precisando che nessun accordo verrà approvato a meno che non siano garantiti i diritti dell’Iran. Una posizione che riflette la diffidenza strutturale con cui la Repubblica Islamica guarda a qualsiasi intesa con gli Stati Uniti, rafforzata dal precedente del 2018, quando l’amministrazione Trump ritirò unilateralmente gli Usa dall’accordo nucleare del 2015 (il cosiddetto JCPOA).

Il contesto della crisi

Le tensioni tra Iran e Stati Uniti sul dossier nucleare si trascinano da oltre un decennio. Dopo il ritiro americano dal JCPOA sotto la prima presidenza Trump, l’Iran ha progressivamente accelerato il proprio programma di arricchimento dell’uranio, avvicinandosi — secondo le agenzie internazionali di controllo — a soglie tecnicamente rilevanti per la costruzione di un’arma atomica. I negoziati per un nuovo accordo si sono riaperti a fasi alterne, senza mai giungere a un’intesa definitiva.

L’attuale tornata negoziale si svolge in un contesto di pressioni multiple: sanzioni economiche che pesano sulla popolazione iraniana, tensioni regionali che coinvolgono i proxies di Teheran e una comunità internazionale divisa su come gestire il fascicolo.

Una propaganda bilaterale da non dimenticare

È utile, in questo contesto, non cedere alla tentazione di leggere la vicenda attraverso una sola lente. La narrazione che emerge dalle fonti anglosassoni — il New York Times in testa — presenta Trump come un attore impaziente e decisionista che vuole «fare pressione» su un Iran reticente. Ma questa lettura porta con sé una serie di assunzioni non dichiarate: che la proposta americana sia ragionevole, che la lentezza iraniana sia ostruzionismo e non legittima cautela, che le «promesse» americane meritino più credito di quanto Teheran sia disposta a concedere.

Teheran, dal canto suo, costruisce una narrativa speculare: il «nemico» che non mantiene la parola, i diritti nazionali da difendere contro le ingerenze esterne. Anche questa è propaganda, e sarebbe ingenuo non riconoscerla come tale.

Ciò che spesso sparisce in questo gioco di specchi è la storia concreta: fu Washington, nel 2018, a uscire da un accordo internazionale già firmato, non Teheran. Questo dato di fatto — certificato dalle istituzioni internazionali — non giustifica necessariamente le scelte attuali dell’Iran, ma offre un contesto che molti resoconti occidentali tendono a minimizzare o omettere del tutto.

Cosa attendersi

Nei prossimi giorni si capirà se Teheran risponderà formalmente alla nuova proposta americana o se sceglierà il silenzio come strumento negoziale. La comunità diplomatica europea — finora marginale in questa trattativa — osserva con preoccupazione crescente, consapevole che un ulteriore deterioramento potrebbe avere ripercussioni sull’intera sicurezza regionale e sui mercati energetici globali.

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