Italiano arrestato dall’Ice e rilasciato: avrebbe votato 4 volte

Un italiano arrestato dall’Ice in New Jersey con l’accusa di frode elettorale è stato rilasciato su cauzione. Lo riferiscono fonti informate nella serata di oggi. L’Ice (Immigration and Customs Enforcement) è l’agenzia federale statunitense per l’immigrazione e le dogane. Secondo l’accusa, l’uomo si sarebbe presentato come cittadino degli Stati Uniti e avrebbe votato in quattro elezioni federali senza averne diritto. La notizia arriva mentre gli americani sono alle urne per le elezioni di metà mandato, e riporta al centro una questione che divide il Paese da anni: come si accerta, in concreto, che chi vota sia cittadino.
Italiano arrestato dall’Ice, cosa si sa dell’accusa
Le informazioni disponibili sono poche. È noto che il fermo è avvenuto in New Jersey, che l’ipotesi di reato è la frode elettorale e che, sempre secondo l’accusa, l’uomo «si fingeva cittadino Usa». A queste ore si sa anche che ha ottenuto la libertà su cauzione.
Molti elementi restano invece da chiarire. Non sono stati resi noti l’identità, lo status migratorio, le elezioni in cui avrebbe espresso il voto né l’importo della cauzione. Resta da capire anche come le autorità siano risalite ai fatti. Proprio quest’ultimo punto è il più rilevante per l’interesse pubblico: permetterebbe di capire se la violazione sia stata intercettata da un controllo del sistema elettorale o sia emersa per altre vie, a distanza di anni. Fino a una sentenza, l’uomo resta un indagato.
Voto dei non cittadini, le pene previste dalla legge federale
Negli Stati Uniti il voto di un non cittadino nelle elezioni federali è un reato federale. La legge punisce sia il voto in sé sia la falsa dichiarazione di cittadinanza resa per iscriversi alle liste elettorali. Nel secondo caso sono previsti fino a cinque anni di carcere.
Per uno straniero, però, le conseguenze più pesanti riguardano spesso l’immigrazione. La normativa federale considera il voto illegale e la falsa attribuzione della cittadinanza motivi di espulsione e di esclusione permanente dall’ingresso nel Paese. Per chi vive stabilmente negli Stati Uniti, la condanna penale può quindi essere il problema minore. Questo spiega anche perché del caso si occupi l’agenzia per l’immigrazione e non soltanto le autorità elettorali.
Verifica della cittadinanza, il punto debole del sistema elettorale americano
Il caso mette in luce un dato strutturale. Gli Stati Uniti non hanno una carta d’identità nazionale né un’anagrafe centrale dei cittadini. L’iscrizione alle liste elettorali si fonda in larga parte su un’autocertificazione: il richiedente dichiara di essere cittadino, sotto pena di spergiuro.
Gli Stati chiedono di norma il numero della patente o le ultime cifre del numero di previdenza sociale. Questi dati però servono a verificare l’identità della persona e non sempre ne attestano la cittadinanza. Le banche dati statali e federali non dialogano in modo uniforme e i controlli cambiano da uno Stato all’altro.
Ne deriva che la verifica avviene spesso a posteriori. In diversi casi emersi negli ultimi anni, le irregolarità sono venute alla luce durante le pratiche di naturalizzazione, il cui modulo chiede esplicitamente se il richiedente abbia mai votato. Un controllo che scopre la violazione dopo quattro tornate elettorali mostra un limite evidente, a prescindere dalla frequenza del fenomeno.
Midterm 2026, la sicurezza elettorale torna al centro dello scontro
La vicenda cade su un terreno già acceso. Nel marzo 2025 Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo che imponeva la prova documentale della cittadinanza per l’iscrizione con il modulo federale. Alcune parti del provvedimento sono state bloccate dai tribunali. Nell’aprile dello stesso anno la Camera ha approvato il SAVE Act, che punta allo stesso obiettivo per via legislativa, ma il testo si è fermato al Senato. Nel frattempo il Dipartimento per la sicurezza interna ha aperto agli Stati la consultazione massiva della propria banca dati sullo status migratorio, per ripulire le liste.
Le posizioni restano distanti. Per i repubblicani, casi come questo dimostrano che un sistema basato sulla parola dell’elettore è vulnerabile e va dotato di verifiche preventive. I democratici e le organizzazioni per i diritti civili replicano che il voto dei non cittadini è statisticamente raro, come indicano diversi studi. Dicono che l’obbligo di esibire documenti rischierebbe di escludere milioni di cittadini che non hanno a portata di mano passaporto o certificato di nascita.