Jayden Adams morto a 25 anni dopo il Mondiale: il Sudafrica piange il suo trequartista

Il Sudafrica è sotto shock. Jayden Adams, 25 anni, trequartista del Mamelodi Sundowns e della nazionale Bafana Bafana, è stato trovato senza vita sabato mattina nella sua abitazione a Schotschekloof, quartiere nel centro di Città del Capo. Era rientrato da pochi giorni dagli Stati Uniti, dove aveva disputato i Mondiali in corso. Secondo i media locali sudafricani, tra cui il Sunday World, il giovane calciatore soffriva di depressione e si sarebbe tolto la vita. La polizia del Capo Occidentale ha confermato di aver aperto un’indagine, precisando che “le circostanze relative a questo incidente sono oggetto di indagine”.
Un talento cresciuto dallo Stellenbosch ai palcoscenici mondiali
Nato nel 2001, Adams aveva mosso i primi passi nello Stellenbosch, mettendosi in luce nel campionato sudafricano fino al trasferimento, a gennaio 2025, al Mamelodi Sundowns, il club più titolato del Paese e uno dei più forti del continente africano. Con i Sundowns aveva collezionato 37 presenze nell’ultima stagione, contribuendo alla conquista del campionato e della CAF Champions League. In estate 2025 aveva già assaporato il palcoscenico mondiale con il Mondiale per Club, sempre da titolare nelle partite del girone.
Ai Mondiali 2026, quelli in corso in Nord America, aveva giocato tutte e tre le partite della fase a gironi: titolare e sostituito nell’intervallo contro Messico e Repubblica Ceca, subentrato negli ultimi dieci minuti con la Corea del Sud. Era rimasto in panchina nel sedicesimo di finale perso di misura contro il Canada, gara che aveva segnato l’eliminazione del Sudafrica — ma anche, per la prima volta nella storia, la conquista della fase a eliminazione diretta da parte dei Bafana Bafana. Un risultato storico, a cui Adams aveva contribuito.
Il lutto durante il Mondiale, poi il silenzio
Quella che sembrava una storia di riscatto sportivo nascondeva un dolore profondo. Il 17 giugno, un giorno prima della partita contro la Repubblica Ceca ad Atlanta, Adams aveva perso la nonna Marianna, 72 anni, a cui era legatissimo. Nonostante il lutto, era sceso in campo dal primo minuto, venendo poi sostituito all’intervallo dal commissario tecnico Broos. Una scelta di cuore, o forse l’unico modo che conosceva per reggere.
Una mentore del giocatore, Brendine Johnson, ha parlato a nome della famiglia: «In questo momento è tutto ancora molto doloroso. Ho parlato a lungo con lui giovedì, era positivo riguardo al suo ritorno. Non perdeva tempo lontano da casa, era a casa con la sua famiglia. Nessuno se lo aspettava».
Il ministro dello Sport sudafricano Gayton McKenzie ha espresso il cordoglio della nazione: «Il calcio sudafricano ha perso uno dei suoi giovani talenti più brillanti». Il presidente della FIFA Gianni Infantino ha scritto sui social di essere «incredibilmente triste» per la scomparsa di un giocatore che aveva appena vissuto «la storica partecipazione della sua nazionale ai Mondiali».
Il Sindacato dei Calciatori Sudafricani (SAFPU) ha pubblicato un comunicato che vale come epitaffio: «La morte ci ha crudelmente strappato uno dei nostri. Non potrà mai cancellare l’eredità che Jayden Adams ci lascia. Ricorderemo per sempre la sua umiltà, il suo straordinario talento e l’orgoglio con cui ha rappresentato il Sudafrica».
Una morte che dice qualcosa che il calcio non vuole sentire
Venticinque anni, un Mondiale appena disputato, una carriera che si stava dischiudendo. E una fragilità interiore che nessuna maglia, nessun campo, nessun risultato riesce a contenere.
La storia di Jayden Adams ricorda, con brutalità, che dietro ogni calciatore c’è una persona. Il tema della salute mentale nello sport professionistico continua ad essere trattato come un tabù scomodo: si celebrano i gol, si analizzano le prestazioni, si contano le presenze. Ma il peso specifico di certi dolori — un lutto in pieno Mondiale, il ritorno a casa dopo il clamore, il silenzio improvviso — resta spesso invisibile, fino a quando non è troppo tardi.
Adams lascia una nazione in lutto e un profondo interrogativo che soprattutto il mondo del calcio, con le enormi pressioni che schiacciano i giocatori, sia quelli ricchi che quelli poveri, sia quelli europei che quelli africani, farebbe bene a non ignorare.