Khamenei minaccia, ma Trump e Netanyahu fanno lo stesso da anni

Dopo un nuovo attacco contro Israele, la guida suprema iraniana Ali Khamenei ha pronunciato parole durissime: ha definito il “regime sionista” agli ultimi rantoli e ha avvertito che chiunque toccasse i suoi alleati ne pagherebbe le conseguenze. Dichiarazioni che hanno fatto il giro dei media occidentali, rilanciate anche dallo storico israeliano Benny Morris in un’intervista pubblicata il 7 giugno da La Stampa, nella quale ha sostenuto che gli ayatollah rappresentano una minaccia strutturale per l’Occidente e che nessuna stabilità sarà possibile finché questo regime sarà in piedi.
Morris è figura di riferimento nella storiografia del conflitto mediorientale, ma le sue posizioni politiche sono da tempo orientate verso posizioni di netta contrapposizione con Teheran. E la sua lettura, per quanto autorevole, merita di essere messa in prospettiva.
Una retorica dello scontro che non è patrimonio esclusivo di Teheran
La domanda che sorge spontanea, e che il dibattito pubblico occidentale tende sistematicamente a eludere, è questa: in cosa si distingue concretamente la retorica di Khamenei da quella che, mese dopo mese, anno dopo anno, Trump e Netanyahu hanno rivolto all’Iran, ai palestinesi, a chiunque si mettesse di traverso?
Benjamin Netanyahu ha più volte evocato la necessità di «eliminare» Hamas, ha parlato di «animali umani» riferendosi agli abitanti di Gaza secondo quanto riportato da diversi media internazionali, e ha sostenuto operazioni militari che hanno causato decine di migliaia di vittime civili secondo i dati delle Nazioni Unite — numeri contestati da Israele ma documentati da organizzazioni umanitarie indipendenti. Donald Trump, dal canto suo, ha minacciato ritorsioni «come nessuno ha mai visto», ha parlato di «pulizia» di Gaza e ha legittimato retoriche di annientamento che, se pronunciate da un leader mediorientale, avrebbero scatenato indignazione unanime in Occidente.
La minaccia di Khamenei — «chi tocca i nostri alleati la pagherà cara» — è politicamente destabilizzante e va condannata nei contesti appropriati. Ma è strutturalmente analoga ai comunicati della Casa Bianca o del governo israeliano che promettono conseguenze devastanti a chiunque si opponga ai loro obiettivi strategici.
Il doppio standard come regola, non come eccezione
Morris nell’intervista a La Stampa sostiene anche che Netanyahu, come Trump, mirerebbe a delegittimare i risultati delle prossime elezioni — un’osservazione critica nei confronti del premier israeliano che stona però con la cornice complessiva del suo ragionamento, tutta orientata a dipingere l’Iran come il solo attore destabilizzante della regione.
Il punto non è assolvere Teheran dalle sue responsabilità — che sono reali, documentate e gravi — né negare che il regime degli ayatollah abbia caratteristiche autoritarie che lo rendono un interlocutore difficile. Il punto è che il metro con cui si misura la minaccia iraniana non viene applicato con la stessa coerenza ai discorsi e alle azioni dei leader occidentali o dei loro alleati più stretti.
Quando un leader mediorientale pronuncia parole di fuoco, l’Occidente parla di «minaccia esistenziale». Quando le stesse logiche — la demonizzazione del nemico, la retorica dell’annientamento, il disprezzo per il diritto internazionale — vengono praticate da Washington o Tel Aviv, si parla di «diritto alla difesa» o di «necessità strategica».
Prospettive
La crisi tra Iran e Israele è lungi dall’essere risolta. Nuovi sviluppi militari e diplomatici sono attesi nelle prossime ore e giorni. Quello che appare già evidente è che il racconto prevalente nei media occidentali continua a operare su una gerarchia implicita delle minacce — dove alcune retoriche sono tollerate e altre no — che finisce per ostacolare, più che favorire, qualsiasi comprensione realistica del conflitto.
Fonti: