La Camera approva la legge delega sul nucleare: 155 voti a favore

La discussione era stata anticipata grazie a una modifica del calendario dei lavori votata a Montecitorio con 68 voti di scarto, su richiesta del deputato di Fratelli d’Italia Gianluca Vinci.
Cosa prevede il disegno di legge
È importante chiarire subito cosa fa e cosa non fa questo testo: la legge delega non autorizza la costruzione di nuove centrali nucleari, né individua siti o tempi operativi. Si limita a delegare al Governo il potere di adottare, entro i termini stabiliti, i successivi decreti legislativi che costruiranno il quadro normativo necessario per il ritorno all’energia nucleare in Italia.
Secondo quanto riportato nel testo depositato alla Camera, il provvedimento si propone di intervenire in modo organico sulla produzione di energia da fonte nucleare sostenibile e da fusione. Gli ambiti che i futuri decreti dovranno disciplinare comprendono: le procedure autorizzative per la costruzione di impianti, i criteri di sicurezza, la gestione delle scorie radioattive, il regime delle responsabilità e i meccanismi di compensazione per i territori che ospiteranno gli impianti. In quest’ultimo punto, le Commissioni parlamentari — Ambiente e Attività produttive — hanno introdotto durante l’iter la possibilità per i Comuni di autocandidarsi ad accogliere le strutture, nonché disposizioni per valorizzare le filiere industriali nazionali ed europee del settore.
L’obiettivo di lungo periodo indicato dal governo è raggiungere, entro il 2050, una capacità installata di circa 8 gigawatt, una quota che potrebbe soddisfare intorno all’11% del fabbisogno elettrico nazionale.
Nel testo della relazione illustrativa si riconosce esplicitamente che l’energia nucleare è classificata tra le attività sostenibili dal regolamento europeo sulla tassonomia (UE 2020/852) e che genera emissioni di gas serra prossime allo zero nella fase di produzione.
Small Modular Reactors e reattori navali: le tecnologie in campo
Quando il governo fa riferimento al “nuovo nucleare”, la tecnologia principalmente indicata sono gli Small Modular Reactors (SMR): piccoli reattori modulari con capacità tipicamente compresa tra 50 e 300 megawatt elettrici, progettati per essere prodotti in serie in stabilimenti industriali e poi assemblati sul sito finale. Rispetto alle grandi centrali convenzionali, i sostenitori della tecnologia indicano tempi di realizzazione più brevi e minore complessità costruttiva. Gli SMR potrebbero essere utilizzati non solo per produrre elettricità, ma anche per alimentare reti di teleriscaldamento, fornire calore ai processi industriali e contribuire alla produzione di idrogeno a basse emissioni.
Il provvedimento guarda anche agli Advanced Modular Reactors (AMR), reattori di quarta generazione che impiegano sistemi di raffreddamento alternativi — come sali fusi, sodio liquido o piombo — rispetto ai reattori tradizionali ad acqua.
Nelle ultime settimane si è aggiunta un’ipotesi ulteriore: l’utilizzo di mini-reattori per la propulsione di navi mercantili. Pichetto Fratin, intervistato da Tgcom24, ha dichiarato che su questo tema esiste già un confronto con Fincantieri, e ha citato reattori da 10-15 megawatt. Si tratterebbe di una fase puramente esplorativa e tecnica: al momento non esistono decisioni operative né progetti esecutivi. Il ministro ha ricordato che la propulsione nucleare nei sommergibili militari è una tecnologia consolidata da decenni.
Il nodo energetico: avere il nucleare o restarne circondati?
Uno degli argomenti più rilevanti del dibattito riguarda la situazione attuale dell’Italia, che non produce energia nucleare dal 1990 — dopo i referendum del 1987 — ma che importa stabilmente quote significative di elettricità dall’estero, in particolare dalla Francia, il cui sistema energetico è basato per circa il 70% sul nucleare.
Il testo della relazione governativa al ddl evidenzia un punto spesso sottovalutato: l’Italia dipende attualmente in misura rilevante dalle importazioni di energia elettrica, specialmente nelle ore notturne, quando le fonti rinnovabili — solare in primo luogo — non producono. La relazione avverte che l’invecchiamento del parco nucleare francese e la crescita della domanda nei Paesi attualmente esportatori potrebbero rendere meno affidabile questa fonte di approvvigionamento nel lungo termine.
In termini concreti, la situazione attuale comporta che l’Italia acquisti energia prodotta con tecnologia nucleare da altri Paesi, rinunciando però ai vantaggi economici e occupazionali di produrla in proprio, e accettando i rischi legati alla dipendenza da decisioni politiche ed energetiche altrui. Secondo dati richiamati nel ddl, l’Italia è già circondata da centrali nucleari operative: in Francia, Svizzera e Slovenia. Eventuali incidenti in questi impianti avrebbero impatti ambientali sul territorio italiano indipendentemente dalle scelte energetiche nazionali.
Il confronto con le rinnovabili: costi ed efficienza
La relazione governativa riconosce le fonti rinnovabili come la priorità nella transizione energetica, ma evidenzia alcune limitazioni strutturali. L’energia solare e quella eolica sono per natura non programmabili: la loro produzione dipende dalle condizioni atmosferiche e non può essere regolata in base alla domanda. Questa caratteristica impone la necessità di sistemi di accumulo — come le batterie — o di fonti complementari in grado di garantire continuità di fornitura nelle ore in cui le rinnovabili non producono.
Dal punto di vista dei costi, le rinnovabili hanno registrato una riduzione significativa negli ultimi anni: il fotovoltaico in particolare è oggi tra le fonti più economiche in fase di produzione. Tuttavia, i costi complessivi del sistema energetico non si misurano solo sull’energia prodotta, ma anche sulla necessità di garantire la cosiddetta “baseload” — la quota di produzione continua e stabile. È in questo segmento che i sostenitori del nucleare ritengono che la tecnologia sia competitiva, in quanto capace di produrre elettricità decarbonizzata 24 ore su 24, sette giorni su sette, indipendentemente dalle condizioni climatiche.
Non adottare una fonte stabile e decarbonizzata come il nucleare, secondo la logica del ddl, significherebbe dover ricorrere a centrali a gas per coprire i picchi di domanda non coperti dalle rinnovabili, con conseguenti emissioni di CO₂ e dipendenza dalle forniture di gas naturale — prevalentemente importato.
Le voci critiche, che il testo del ddl non riporta ma che animano il dibattito pubblico, riguardano invece i tempi di costruzione degli impianti nucleari (storicamente più lunghi del previsto), i costi di realizzazione (frequentemente superiori alle stime iniziali), la questione irrisolta dello stoccaggio definitivo delle scorie radioattive e i rischi residui di sicurezza.
Le reazioni politiche
Enrico Costa, capogruppo di Forza Italia alla Camera, ha commentato positivamente il voto in commissione a metà maggio, definendo il ddl una scelta nella direzione di «una politica energetica più sicura, moderna e competitiva» e rivendicando per FI la primogenitura dell’iniziativa con una risoluzione presentata in precedenza dal deputato Luca Squeri.
I prossimi passi
Il testo approderà ora al Senato. Se l’iter rispetterà i tempi auspicati dall’esecutivo, la legge delega sarà definitivamente approvata entro l’estate, e i decreti legislativi attuativi — quelli che effettivamente disciplineranno le procedure e le condizioni per i nuovi impianti — potrebbero essere emanati entro la fine del 2026. Solo allora si potrà valutare in concreto quale forma assumerà il “ritorno al nucleare” italiano.
Fonti: