Lagarde e la BCE alzano i tassi: l’Europa torna all’austerità. “Quand è che basta, Gordon?”.

Christine Lagarde era a Sintra, Portogallo, quando ha aperto il Forum annuale della Banca centrale europea rivendicando i progressi dell’istituzione e difendendo l’ultimo rialzo dei tassi di interesse, portati al 2,25%. Crescita prevista allo 0,8% nel 2026, inflazione ferma al 3,0% per tutto l’anno secondo le proiezioni dell’Eurosistema: l’Europa cresce poco, costa cara, e la risposta della BCE è rendere il denaro ancora più costoso. Per i cittadini comuni — quelli con il mutuo variabile, quelli che chiedono un prestito per aprire un’impresa, quelli che aspettano un cantiere che non parte — è una notizia pessima. Ma Lagarde rassicura: la politica monetaria è «data dependent», i governi devono essere «temporanei, mirati e calibrati». Parole eleganti. Parole già sentite.
Chi è Christine Lagarde e da dove viene
Prima di giudicare le parole, vale la pena ricordare chi le pronuncia. Christine Lagarde non è una tecnocrate nata dietro una scrivania della BCE. È stata ministra dell’Economia della Francia sotto Nicolas Sarkozy, e poi — fatto che molti sembrano aver dimenticato — direttrice generale del Fondo Monetario Internazionale dal 2011 al 2019. Proprio negli anni in cui il FMI, insieme alla Commissione europea e alla BCE, formava la famosa «Troika» che ha commissariato la Grecia, imposto tagli draconiani alla Spagna e al Portogallo, e contribuito — secondo una ricostruzione ormai accettata anche dai principali economisti — a prolungare e aggravare la crisi europea.
In Grecia, tra il 2010 e il 2015, la Troika ha prescritto una cura che ha ridotto il PIL del 25%, portato la disoccupazione oltre il 27%, devastato la sanità pubblica, tagliato pensioni e salari, e trascinato milioni di persone sotto la soglia di povertà. Quello che alcuni definiscono un «colpo di stato finanziario» culminò nell’estate del 2015, quando il governo Tsipras — eletto con un mandato esplicito contro l’austerità e vincitore di un referendum popolare contro il memorandum — fu costretto ad accettare condizioni ancora più dure di quelle respinte dagli elettori greci. Le istituzioni europee, con il FMI sullo sfondo, avevano vinto. Il popolo greco aveva perso.
In Italia il copione fu simile: nel 2011 lo spread sui titoli di Stato italiani schizzò oltre 500 punti base. Il governo Berlusconi cadde sotto la pressione dei mercati e delle istituzioni europee. Al suo posto arrivò Mario Monti, non eletto da nessuno, con un mandato preciso: lacrime e sangue. La riforma Fornero, i tagli alla spesa pubblica, il blocco delle pensioni, le privatizzazioni accelerate. Un intero Paese messo sotto tutela finanziaria.
Lo stesso copione, aggiornato
Oggi Lagarde non parla più di Troika. Parla di «resilienza» e di «architettura istituzionale rafforzata». A Sintra ha sostenuto che l’Europa «resiste meglio agli shock», che gli strumenti della BCE hanno ridotto i rischi di frammentazione, che le aspettative d’inflazione sono più ancorate. Tutto vero, forse. Ma nel frattempo la crescita prevista per il 2026 è appena lo 0,8%. Un continente di 450 milioni di persone che cresce quasi zero, con l’inflazione ancora al 3%, e la risposta è alzare il costo del denaro.
Il problema di fondo è che l’inflazione europea degli ultimi anni non è nata da una domanda interna eccessiva — dai cittadini che spendono troppo, dalle famiglie che si fanno i capricci. È nata da shock esterni: la guerra in Ucraina, i prezzi dell’energia, la dipendenza strategica da gas russo, le catene di fornitura globali spezzate. Come ha riconosciuto la stessa BCE nel suo comunicato, la revisione al rialzo dell’inflazione dipende in larga misura «dal percorso più alto dei prezzi energetici».
Allora la domanda è semplice: alzare i tassi produce gas? Apre rotte marittime? Ricostruisce la manifattura europea? Riduce la dipendenza energetica? No. Semmai rende più costosi esattamente quegli investimenti che sarebbero necessari per fare tutto questo.
La sentenza della storia: i moltiplicatori fiscali
Nel 2013, mentre in tutta Europa si stringevano le cinghie su indicazione della Troika, due economisti del Fondo Monetario Internazionale — Olivier Blanchard e Daniel Leigh — pubblicarono una ricerca interna destinata a diventare imbarazzante per l’istituzione stessa. La conclusione era netta: durante la crisi, i moltiplicatori fiscali erano stati sottostimati. In parole povere, i tagli alla spesa pubblica avevano prodotto recessioni molto più profonde di quanto i modelli ufficiali prevedessero. I Paesi che avevano tagliato di più erano cresciuti meno del previsto, non di più.
L’austerità, insomma, non era solo crudele. Era anche sbagliata sul piano economico. Tagliare ospedali, scuole, pensioni e investimenti pubblici in un’economia già depressa non aveva risanato i conti: aveva distrutto PIL, aumentato la disoccupazione e reso il debito — paradossalmente — meno sostenibile, perché il denominatore (la ricchezza prodotta) si era ridotto insieme al numeratore.
Il conto lo paga sempre qualcuno
Quello che Lagarde non dice a Sintra — mentre parla di «stabilità», «resilienza» e «progressi nei modelli previsionali» — è che ogni punto di tasso in più è una tassa nascosta su chi ha un mutuo, su chi vuole aprire un’impresa, su chi ha bisogno di credito per sopravvivere. È un trasferimento silenzioso di risorse dai debitori ai creditori, dalle famiglie indebitate alle istituzioni finanziarie, dalla periferia al centro.
E il paradosso finale è questo: l’Europa dice di voler diventare più competitiva, più sovrana, più autonoma energeticamente e tecnologicamente. Ma la competitività non nasce dai comunicati della BCE. Nasce da energia accessibile, infrastrutture, ricerca, industria, salari dignitosi. Tutto ciò richiede investimenti, non solo «riforme» e «disciplina di bilancio».
Un’Europa che combatte l’inflazione da shock di offerta alzando i tassi e comprimendo la spesa pubblica non sta diventando più stabile. Sta semplicemente diventando più povera. E la storia di questi ultimi vent’anni — dalla Grecia all’Italia, dal Portogallo alla Spagna — lo ha già dimostrato in modo inequivocabile.
Quindi, conta davvero che Lagarde abbia ragione sull’inflazione? No, quello che conta è chi difende i lavoratori, le famiglie, le imprese quando la cura monetaria rischia di essere peggiore della malattia.