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Ambiente

Gigantesco Lago sotterraneo grande quanto il Garda scoperto in Veneto

Quasi 30mila ettari d’acqua dolce a trenta metri sotto i campi tra Cavarzere e Chioggia. Ma non è una grotta: ecco cos’è davvero.
Byoblu·29 settembre 2026
Ambiente — Byoblu

Immagina di camminare nei campi tra Cavarzere e Chioggia, nella bassa veneziana. Sotto i tuoi piedi, a una trentina di metri, c’è acqua dolce. Tanta. Sparsa su quasi 30mila ettari, più o meno la superficie del Lago di Garda. A rendere nota la scoperta di questo «lago sotterraneo» è Lorenzo Frison, ingegnere del Consorzio di bonifica Adige Euganeo e responsabile per il Consorzio del progetto europeo SWAMrisk, nato per capire come difendere le falde della costa dalla siccità e dall’acqua di mare.

Un lago sotterraneo che non è un lago

Non devi pensare a una caverna gigante piena d’acqua, con le barchette e l’eco.

Pensa alla spiaggia. Scavi una buca nella sabbia e dopo un po’ il fondo si riempie d’acqua. Quell’acqua non è arrivata dal cielo: era già lì, infilata tra i granelli. Sotto la bassa veneziana succede qualcosa di simile. Tra i 28 e i 35 metri di profondità c’è uno strato di sedimenti che si lasciano attraversare, e che sono imbevuti d’acqua dolce**. Come una spugna bagnata, grande quanto un lago.**

Frison usa una parola tecnica: «acquitardo». Lo definisce «un vero e proprio lago sotterraneo d’acqua dolce». Una precisazione, però, è utile. Nel linguaggio dei geologi, «acquitardo» indica di solito lo strato poco permeabile che rallenta il passaggio dell’acqua. E infatti alcune ricostruzioni usano il termine proprio per il «tappo» di argilla che separa i due livelli d’acqua.

Quanto alle misure, le stime del Consorzio parlano di circa 300 chilometri quadrati. Circa 70 in meno del Garda. Non identico, quindi, ma lo stesso ordine di grandezza.

Il coperchio di argilla che tiene lontano il mare

Il punto interessante non è solo quanta acqua c’è. È che è ancora dolce. E il motivo è che a coprirla ci sono spessi strati di argille e limi compatti. Fanno da coperchio. L’acqua salata, che sta più in alto, fatica ad attraversarli. «I rilievi confermano che questo gigantesco giacimento profondo, protetto da spessi strati argillosi, è poco soggetto all’intrusione dell’acqua salata e viene intaccato solo in forma estremamente lenta dall’ingressione marina», spiega Frison.

I numeri aiutano a capire. I carotaggi, cioè i prelievi di terreno fatti con una specie di lunga cannuccia, a Punta Gorzone sono scesi fino a circa 35 metri. Hanno trovato due livelli d’acqua distinti.

  • In basso, tra 28 e 35 metri: circa 1 grammo di sale per litro.
  • In alto, attorno ai 7 metri: fino a 14 grammi per litro.
  • Il mare, per confronto: circa 35 grammi per litro.

Quattordici grammi sono meno della metà del mare. Ma per le piante sono già troppi. Frison parla di un valore «fortemente dannoso per le colture agricole».

Una terra che sta sotto il livello del mare

Per capire perché questa scoperta fa notizia, devi sapere dove siamo. I due siti studiati sono Buoro, nel comune di Cavarzere, e Punta Gorzone, nel comune di Chioggia. In alcuni punti il terreno sta fino a 4 metri sotto il livello del mare.

Come è possibile? Per la subsidenza. Vuol dire che il suolo, lentamente, si abbassa. Un po’ come un materasso che nel tempo si affloscia.

Poi c’è il cuneo salino. Quando i fiumi portano poca acqua, per esempio d’estate e con la siccità, il mare risale dalla foce verso l’interno. Si infila sotto l’acqua dolce, come un cuneo, appunto. E il sale finisce nei campi.

Secondo l’ANBI, l’associazione nazionale dei consorzi di bonifica, nell’area del progetto circa 15mila ettari stanno diversi metri sotto il livello del mare. E l’avanzata del sale minaccia una zona agricola di circa 24mila ettari. I primi rilievi sul sistema profondo risalgono al 2025.

Hydrocloud, la mappa a semaforo

Insieme alla scoperta, a Venezia è stato presentato Hydrocloud. È una piattaforma online, gratuita previa registrazione, costruita secondo le regole europee dei dati aperti.

Funziona così. Nel territorio ci sono stazioni fisse e piezometri, cioè pozzetti che misurano la falda. Raccolgono quanto sale c’è, la temperatura dell’acqua e il suo livello. Tutti questi dati finiscono nella piattaforma.

I tecnici possono scaricarli grezzi e usarli nei loro modelli. Agricoltori e sindaci, invece, vedono una mappa colorata, con indicatori a semaforo. Verde, giallo, rosso. Così capisci al volo dove l’acqua scarseggia o dove il sale sta avanzando. E puoi decidere, per esempio, cosa seminare. L’idea, in futuro, è aggiungere anche i canali e i fiumi, per sapere in tempo reale se l’acqua che scorre si può usare per irrigare senza rovinare la terra.

Per Francesco Vincenzi, presidente dell’ANBI, la mappa di rischio è «uno strumento decisivo per rendere evidente e misurabile il futuro di queste aree costiere». Secondo Vincenzi, avere previsioni «scientificamente validate» aiuterà a programmare le opere pubbliche: dallo sbarramento sul fiume Brenta fino a nuovi invasi per accumulare acqua dolce nei momenti di bisogno.

Chi c’è dietro la scoperta

SWAMrisk è finanziato dal programma europeo Interreg Italia-Croazia. È partito nell’aprile 2024 e si chiude proprio domani, 30 settembre. A guidarlo è l**’Università di Spalato**. Con lei ci sono la Regione Veneto, il CNR-Istituto di Geoscienze e Georisorse, l’Università di Zagabria, la società padovana M3E e diversi enti del territorio, tra cui il Consorzio Adige Euganeo.

Per Massimo Gargano, direttore generale dell’ANBI, la collaborazione tra i due Paesi dimostra che salinizzazione e cambiamento climatico «non siano fenomeni locali, ma sfide globali». Il tema tornerà giovedì 1° ottobre all’International Water Summit, dentro il Forum euromediterraneo sull’acqua, in corso a Roma.

Un tesoro che si può toccare?

Qui arriva la parte che i titoli tendono a saltare. Gli stessi ricercatori invitano alla cautela. Bisogna capire se, e quanto, quell’acqua si possa davvero usare. Perché tirarla su potrebbe avere effetti collaterali. Uno su tutti: far abbassare ancora il terreno.

C’è un paradosso affascinante in questa storia. Quell’acqua è rimasta dolce proprio perché nessuno la toccava. Chiusa sotto l’argilla, al riparo dal mare e dagli uomini.

Ora che sappiamo che c’è, la domanda cambia. Non è più quanta acqua c’è là sotto. È quanta possiamo prenderne, in una terra che sta già quattro metri sotto il mare, senza peggiorare le cose.

E inoltre, sarebbe interessante scoprire se questo “acquitardo” di 300 km quadrati potrebbe magari ospitare qualche forma di vita che nel tempo si è adattata a viverci dentro.

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