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Lavrov: «Pronti alla guerra se l’Ue la scatena. Sarebbe rapida»

Il ministro russo: la tregua voluta da Bruxelles servirebbe a riarmare Kiev. Con Washington, invece, si scambiano dati sul terrorismo.
Byoblu·03 novembre 2026
Esteri — Byoblu

Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha lanciato oggi un avvertimento diretto all’Unione europea. Mosca, ha detto, non vuole la guerra con l’Europa, ma è pronta a combatterla se sarà Bruxelles a scatenarla. In quel caso il conflitto sarebbe «diverso e molto rapido». Lavrov ha parlato a Minsk, in Bielorussia, alla Conferenza internazionale sulla sicurezza eurasiatica. Le sue parole arrivano mentre le capitali europee accelerano sul riarmo e chiedono per l’Ucraina un cessate il fuoco che il Cremlino considera una trappola.

«Il presidente Vladimir Putin ha ribadito più volte che non vogliamo, né pianifichiamo, alcuna guerra con l’Europa», ha detto Lavrov, secondo quanto riferito dall’emittente russa RT. «Ma se l’Europa, come minaccia di fare, dovesse scatenare questa guerra, noi saremo pronti; tuttavia, si tratterà di un conflitto diverso e molto rapido».

Lavrov e la tregua in Ucraina: «Una pausa per riarmare Kiev»

Nella stessa sede il capo della diplomazia russa ha respinto le richieste europee di una tregua immediata. Secondo Lavrov, i cessate il fuoco generali o settoriali, su energia, forniture alimentari, cieli o mare, non servono alla pace. «Tutti questi lamenti hanno l’unico scopo di offrire a Kiev una pausa, affinché possa ripristinare le proprie capacità di combattimento grazie al sostegno dei finanziatori stranieri di questo regime», ha affermato.

La posizione di Mosca resta invariata: nessuna sospensione delle ostilità senza l’eliminazione delle «cause profonde» della crisi. A settembre Lavrov aveva ricordato quali sono, secondo il Cremlino, gli obiettivi dell’operazione militare: garantire la sicurezza russa, impedire la presenza della Nato ai confini e tutelare i diritti dei russi e dei russofoni. Obiettivi che, nelle sue parole, sono gli stessi dal primo giorno.

Guerra «molto breve», la formula che Mosca ripete da settembre

L’avvertimento di Minsk riprende una formula già collaudata. A metà settembre, al Festival internazionale della gioventù di Ekaterinburg, Lavrov aveva usato parole quasi identiche: un attacco europeo avrebbe provocato «una guerra completamente diversa, e molto breve». In quell’occasione aveva aggiunto che lo schieramento di forze militari occidentali in Ucraina equivarrebbe a una dichiarazione di guerra alla Russia. Il riferimento era ai piani europei per una forza multinazionale sul territorio ucraino.

Il 26 settembre, nella conferenza stampa conclusiva dell’Assemblea generale dell’Onu a New York, il ministro era tornato sul tema. «Non combatteremo contro l’Europa, è un’assurdità. Ma è l’Europa che si prepara alla guerra contro di noi», aveva detto. Lavrov aveva poi osservato che la corsa agli armamenti e la scadenza del 2030 indicata dalle cancellerie europee rischiano di trasformarsi in «una profezia che si autoavvera».

Lavrov non ha mai spiegato che cosa intenda per guerra «rapida». La lettura più coerente con le regole che Mosca si è data porta alla deterrenza nucleare. Nel novembre 2024 Putin ha firmato una dottrina atomica aggiornata. Il testo considera l’aggressione di uno Stato non nucleare sostenuto da una potenza nucleare come un attacco congiunto e abbassa la soglia per l’impiego dell’arma atomica. In uno scontro tra la Russia e Paesi europei inseriti in un’alleanza dotata di arsenali nucleari, quella brevità evoca scenari che vanno ben oltre un confronto convenzionale.

Riarmo europeo, dagli 800 miliardi al 5% del Pil

Le parole di Lavrov prendono di mira la svolta militare dell’Unione. Nel marzo 2025 la Commissione ha presentato il piano ReArm Europe, poi ribattezzato Readiness 2030, con l’obiettivo di mobilitare fino a 800 miliardi di euro per la difesa. A giugno dello stesso anno, al vertice dell’Aia, gli alleati della Nato si sono impegnati a portare la spesa militare al 5% del Pil entro il 2035.

Bruxelles presenta questo sforzo come deterrenza verso una Russia che ha invaso l’Ucraina. Per Mosca si tratta evidentemente della preparazione di un conflitto. Al di là delle due versioni, i numeri dell’industria sono chiari. Secondo l’istituto svedese Sipri, tra il 2020 e il 2024 circa due terzi delle armi importate dai Paesi europei della Nato sono arrivati dagli Stati Uniti. Con il meccanismo concordato nel 2025 tra gli alleati, sono inoltre gli europei a pagare le armi americane destinate a Kiev.

Il risultato è uno schema preciso. I costi del riarmo ricadono sui bilanci pubblici europei, in concorrenza diretta con sanità, welfare e investimenti. Una parte rilevante dei ricavi va all’industria statunitense. Il rischio di uno scontro diretto con una potenza nucleare resta invece interamente sul continente.

Mosca e Washington, canali aperti tra Fsb e servizi americani

Verso gli Stati Uniti Lavrov ha usato un registro diverso. Il ministro ha citato le informazioni trasmesse dai servizi statunitensi al Servizio federale per la sicurezza russo (Fsb) su un progetto di attentato nel parco Tsaritsyno di Mosca, e le ha definite il segno di un «approccio costruttivo». «Si tratta della normale attività dei servizi speciali», ha detto. Anche Mosca, ha ricordato, ha passato a Washington segnalazioni su possibili minacce sul suolo americano.

Lavrov ha poi negato che esistano elementi a sostegno delle voci su un attacco nucleare statunitense contro l’Iran. «Non vedo motivi concreti per giungere a tali conclusioni», ha detto, aggiungendo che quelle indiscrezioni non trovano riscontro in alcuna fonte. Mosca, ha precisato, non ha chiesto chiarimenti a Washington. Le informazioni disponibili non indicano da dove siano partite quelle voci.

Il quadro ha i suoi limiti. A settembre lo stesso Lavrov aveva ammesso che il dialogo con l’amministrazione di Donald Trump non aveva ancora prodotto cambiamenti concreti nei principali dossier bilaterali. Il canale però resta aperto. Lo stesso vale per Pechino, primo partner commerciale di Mosca, che dopo le sanzioni occidentali ha assorbito una quota crescente delle esportazioni energetiche russe. Tra le grandi potenze, l’Unione europea è quella che ha interrotto gran parte dei rapporti politici ed economici con la Russia, rinunciando di fatto a un ruolo di mediazione.

Guerra in Ucraina, la frattura tra Russia ed Europa

L’invasione russa dell’Ucraina è cominciata il 24 febbraio 2022. È arrivata dopo otto anni di combattimenti nel Donbass, seguiti all’annessione della Crimea nel 2014. Per Kiev e per l’Unione si tratta di un’aggressione non provocata. Per Mosca è la risposta all’espansione «forzata» della Nato verso i confini russi e a una politica di «contenimento» che, secondo Lavrov, l’Occidente avrebbe scelto da tempo.

La rottura con Bruxelles è precedente all’invasione. Già nel febbraio 2021, nel pieno del caso Navalny, Lavrov aveva dichiarato che la Russia era pronta a separarsi dall’Ue in caso di nuove sanzioni, citando la massima «se vuoi la pace, prepara la guerra».

A settembre il ministro ha fissato i confini del futuro. La Russia non tornerà ai rapporti stretti con l’Europa degli anni successivi alla fine dell’Urss e non firmerà con i Paesi europei accordi che riguardino la propria sicurezza. Sull’Ucraina Mosca si dice disposta a trattare, pur senza particolare ottimismo, in qualsiasi sede accettabile per tutte le parti, Serbia compresa. Se la sicurezza del continente verrà negoziata tra Mosca, Washington e Kiev, l’Europa che ha puntato tutto sul riarmo rischia di sostenerne i costi senza sedere al tavolo dove se ne decidono le condizioni.

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