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Società

Chiesa: Scisma dei Lefebvriani: “Stato di necessità, non vogliamo più vedere il Papa umiliato. Pagheremo qualunque prezzo per salvare la Chiesa”.

Chi sono i lefebvriani e perché il 1° luglio 2026 è scisma: la storia della Fraternità San Pio X, i quattro vescovi consacrati a Écône e la scomunica automatica.
Byoblu·01 luglio 2026
Società — Byoblu
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Per capire quello che è successo oggi nel piccolo comune di Écône, nel Canton Vallese svizzero, bisogna fare un passo indietro di quasi sessant’anni. Tutto comincia con il Concilio Vaticano II, l’assemblea solenne della Chiesa cattolica tenuta tra il 1962 e il 1965, che aprì a profonde trasformazioni: la messa cominciò a essere celebrata in lingua locale anziché in latino, si aprì al dialogo con le altre religioni, cristiane e non, si riconobbe la libertà religiosa come valore, si valorizzò il ruolo dei laici. Per molti fu un rinnovamento atteso. Per altri, una rottura con la tradizione.

Tra questi ultimi c’era Marcel Lefebvre, arcivescovo francese, già missionario in Africa e superiore generale dei Padri dello Spirito Santo. Lefebvre rifiutò le riforme conciliari, le considerò un cedimento alla modernità incompatibile con la vera fede cattolica. Nel 1970 fondò la Fraternità Sacerdotale San Pio X — spesso indicata con la sigla FSSPX — con sede proprio a Écône, con l’obiettivo di formare sacerdoti secondo la liturgia e la dottrina tradizionali. Da allora il movimento è noto come “lefebvriani“.

Lo scisma del 1988: la prima volta

Lo scontro con Roma si fece aperto e irreversibile nel 1988. Lefebvre, anziano e malato, era convinto che la sopravvivenza della Fraternità dipendesse dalla presenza di nuovi vescovi capaci di ordinare sacerdoti e amministrare i sacramenti. Senza il mandato di papa Giovanni Paolo II — che glielo rifiutò — il 30 giugno 1988 consacrò ugualmente quattro vescovi: Bernard Fellay, Bernard Tissier de Mallerais, Richard Williamson e Alfonso de Galarreta. L’atto era canonicamente proibito. La reazione del Vaticano fu immediata: scomunica per Lefebvre, per il vescovo co-consacrante Antônio de Castro Mayer e per i quattro nuovi vescovi. Giovanni Paolo II lo definì un atto di disobbedienza di materia gravissima, uno scisma.

Nel corso degli anni successivi i rapporti con Roma restarono tesi ma non si interruppero del tutto. Benedetto XVI, nel 2009, revocò le scomuniche ai quattro vescovi ancora in vita, un gesto che però fu definito esplicitamente disciplinare e non dottrinale: le questioni di fondo restavano aperte. Con Papa Francesco i negoziati si erano incagliati e la porta verso una piena riconciliazione si era di fatto richiusa.

Cosa è successo oggi a Écône

Stamattina la storia si è ripetuta. Davanti a oltre 17.000 fedeli accorsi da ogni parte d’Europa e oltre, la Fraternità Sacerdotale San Pio X ha celebrato la consacrazione di quattro nuovi vescovi, trasmessa anche in diretta streaming. I quattro ordinati sono: Pascal Schreiber, svizzero, 53 anni; Michael Goldade, statunitense, 46 anni; Michel Poinsinet de Sivry, francese, 42 anni; e Marc Hanappier, francese, 36 anni.

La cerimonia è stata presieduta da monsignor Alfonso de Galarreta — uno dei quattro vescovi consacrati nel 1988 — affiancato da monsignor Bernard Fellay come co-consacrante, anch’egli protagonista di quella prima ordinazione irregolare di trentotto anni fa. Il rito ha seguito la liturgia tradizionale in latino: l’imposizione delle mani sul capo dei candidati, la formula “Accipe Spiritum Sanctum”, il prefazio consacratorio, le parole “Comple in sacerdotibus tuis”. Da quel momento i quattro sono a tutti gli effetti vescovi, nel senso sacramentale del termine.

L’atto comporta, secondo il Codice di diritto canonico, la scomunica latae sententiae, cioè automatica, senza bisogno di un decreto formale. Essa colpisce sia chi consacra sia chi riceve la consacrazione. La comunicazione ufficiale della Santa Sede potrebbe arrivare già in giornata o comunque entro pochi giorni.

Il dilemma spiegato da Pagliarani

Nell’omelia, durata circa quaranta minuti, il Superiore Generale della Fraternità, don Davide Pagliarani, ha illustrato le ragioni della scelta. Ha parlato di “stato di necessità“, la stessa formula usata da Lefebvre nel 1988, che nella costruzione canonica del movimento serve a giustificare un atto altrimenti illecito come risposta a una situazione di emergenza spirituale.

Pagliarani ha respinto le accuse di ribellione al Papa: «Siamo accusati di non amare il Papa, di non rispettarlo. Ma è proprio perché amiamo il Papa come Vicario di Cristo e Capo della Chiesa che non vogliamo più vedere il Papa umiliato e messo sullo stesso piano dei falsi profeti». Ha poi spiegato quello che considera il nodo irrisolvibile del confronto con Roma: «Purtroppo noi parliamo due linguaggi differenti, che diventano sempre più lontani l’uno dall’altro. Noi parliamo il linguaggio della fede, della tradizione. Davanti a noi ci troviamo il linguaggio che si colloca in un altro livello: inclusione, dialogo, accompagnamento».

Il capo della Fraternità ha anche anticipato il prezzo che il movimento è disposto a pagare: «Siamo pronti a pagare qualunque prezzo per salvare la Chiesa. Il sacrificio che Dio ci chiede oggi è essere trattati da ribelli». Prima dell’inizio della messa, aveva fatto leggere un documento in cui la Fraternità dichiara esplicitamente di ritenere che «eventuali pene o censure contro questo atto non abbiano nessun valore».

L’appello di Papa Leone XIV

Ieri era stata resa pubblica una lettera di Papa Leone XIV indirizzata direttamente a don Pagliarani. Il tono era pastorale e al tempo stesso fermo. Leone XIV riconosceva ai lefebvriani l’attaccamento alla liturgia, l’impegno nella formazione sacerdotale e lo zelo apostolico, ma chiedeva di fermarsi: «Vi prego e vi chiedo con tutto il cuore: tornate sui vostri passi». Il Papa avvertiva che un atto scismatico avrebbe privato i fedeli della ricezione lecita e in certi casi persino valida dei sacramenti. E concludeva: «Lacerare la Tunica inconsutile di Cristo è un peccato di estrema gravità».

Ecco il testo della lettera del Papa a don Pagliarani.

Con animo paterno desidero rivolgermi a Lei e, per mezzo Suo, ai vescovi, ai sacerdoti, ai seminaristi e ai fedeli legati alla Fraternità Sacerdotale San Pio X, consapevole della responsabilità che il Signore mi ha affidato come Successore dell’Apostolo Pietro.

La Chiesa riconosce l’attaccamento alla vita liturgica, l’impegno nella formazione sacerdotale, lo zelo apostolico e il desiderio di fedeltà alla Tradizione che caratterizzano molte persone e comunità legate a codesta Fraternità. Ciò ha motivato l’atteggiamento di attenzione e di benevolenza che i miei Predecessori vi hanno costantemente manifestato.

Con questo spirito, e colmo di affetto cristiano, vi prego e vi chiedo con tutto il cuore: tornate sui vostri passi! Vi esorto a considerare attentamente il bene spirituale dei fedeli, perché l’atto scismatico che compireste li priverebbe della ricezione lecita e in taluni casi persino valida dei Sacramenti che essi amano e cercano per la propria santificazione.

La Chiesa è disponibile a un percorso di dialogo e di intesa che lo Spirito Santo può rendere possibile e fecondo.

Prego per voi, perché lacerare la Tunica inconsutile di Cristo è un peccato di estrema gravità. Il Signore illumini le vostre coscienze e risvegli i vostri cuori. Per l’autorità ricevuta da Cristo, con animo addolorato, ma ancora pieno di speranza, sento il dovere di chiedervi di desistere dal vostro intento e affido queste intenzioni al Cuore Immacolato di Maria, Madre del Buon Consiglio.

Pagliarani aveva risposto con una lettera in cui ribadiva che la Fraternità non intende separarsi dalla Chiesa, ma servirla «come una madre in difficoltà», chiedendo al Papa di «prendere il tempo necessario» e di benedire il movimento. Un tono conciliante nelle parole, ma incompatibile nei fatti: la cerimonia è andata avanti lo stesso.

Un paradosso canonico

C’è un elemento che rende questa vicenda particolarmente intricata, anche per chi la osserva dall’esterno. I lefebvriani non vogliono creare una chiesa alternativa. Non rivendicano un territorio, non si proclamano indipendenti da Roma. Giurano fedeltà al Papa. I quattro nuovi vescovi non avranno giurisdizione su diocesi né formeranno una gerarchia parallela. Eppure l’atto compiuto è classificato dalla Chiesa come scismatico, indipendentemente dalle intenzioni dichiarate.

Oggi la Fraternità conta, secondo le proprie statistiche, 733 sacerdoti, 264 seminaristi, 145 fratelli e 250 suore, presenti in numerosi Paesi. Non è una realtà marginale. Ma con la consacrazione di oggi, i vescovi direttamente coinvolti incorrono nella scomunica automatica prevista dal diritto canonico, mentre la Fraternità si colloca in una posizione di rottura ancora più grave e difficile da ricomporre nei confronti di Roma.

Quando arriverà la scomunica?

La Santa Sede dovrà ora rendere formale quanto il diritto canonico ha già stabilito automaticamente. La comunicazione ufficiale della scomunica potrebbe arrivare già nelle prossime ore. Resta da vedere se, come avvenne dopo il 1988, si aprirà comunque un percorso — anche lungo e tortuoso — verso una qualche forma di dialogo, o se questa volta la rottura sarà davvero definitiva.

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