L’ex ambasciatore a Pechino: «L’Italia è un protettorato, non una colonia»
In un’intervista pubblicata il 5 giugno 2026 sul canale YouTube di Ottolina TV, Alberto Bradanini — già ambasciatore italiano a Teheran e successivamente a Pechino, nonché presidente del Centro Studi sulla Cina Contemporanea — ha articolato una lettura critica e radicale della posizione geopolitica dell’Italia nel sistema internazionale. L’intervista è condotta dal giornalista Giuliano Marrucci, già firma di Report.
La «doppia subordinazione»
Secondo Bradanini, l’Italia si troverebbe intrappolata in quello che definisce un «doppio livello di asservimento». Il primo sarebbe di natura politico-militare, nei confronti degli Stati Uniti: nel video ricorda che l’Italia figura tra i quattro paesi al mondo con la più alta presenza di militari americani sul proprio territorio, insieme a Corea del Sud, Giappone e Germania. Sottolinea anche la presenza di testate nucleari americane nelle basi di Aviano (Pordenone) e Ghedi (Brescia), ritenuta dal diplomatico una «liability», ovvero un rischio concreto in caso di escalation militare con la Russia.
Il secondo livello di subordinazione sarebbe invece economico-monetario, esercitato — sempre secondo la ricostruzione dell’ex ambasciatore — dalle élite del Nord Europa, a loro volta strutturalmente intrecciate con la City di Londra e con Wall Street. In questa visione, la legge finanziaria italiana non potrebbe nemmeno essere discussa senza il preventivo via libera della Commissione europea, privando di fatto i cittadini di uno strumento democratico fondamentale.
«Protettorato, non colonia»
Bradanini distingue nettamente tra i concetti di «colonia» e «protettorato». Le colonie, spiega nel video, erano governate da figure apertamente straniere, il che spingeva le popolazioni locali a organizzarsi per cacciarle. Il protettorato funzionerebbe invece attraverso il controllo e la selezione della classe dirigente locale, che formalmente appare autonoma ma sostanzialmente opera all’interno di perimetri stabiliti altrove. «Chiunque si presenti con un programma politico che possa mettere a repentaglio questa postura», afferma nel video, «viene ostacolato sul nascere».
Bradanini fa riferimento, tra gli esempi, all’episodio del memorandum sulla Via della Seta firmato dal primo governo Conte, definito «un pezzo di carta che non comportava nessun impegno né da parte nostra né da parte cinese». Nel video sostiene che a creare le difficoltà politiche fu proprio la decisione dell’allora presidente del Consiglio Giorgia Meloni di recarsi a Washington nell’autunno del 2023 per chiedere il permesso di rinnovarlo: «È più facile essere perdonati che autorizzati», commenta l’ex diplomatico.
Il declino industriale e il confronto con il passato
Bradanini ricorda che il 16 maggio 1991 il Corriere della Sera titolava sull’Italia quarta potenza economica mondiale, davanti a Francia e Gran Bretagna. Attribuisce il successivo declino alla perdita della sovranità monetaria e all’ingresso nell’architettura dell’Unione Europea, descrivendo le piccole e medie imprese italiane degli anni Ottanta come soggetti capaci di «conquistare mercati in tutto il mondo». Un recente interlocutore cinese — che nel video non viene identificato per nome ma indicato come «viceministro» — gli avrebbe detto: «Ambasciatore, cosa possiamo comprare ancora dall’Italia che non compriamo già? Voi non producete più nulla».
L’ipotesi di uscita dall’euro e dall’Unione Europea
Nel corso dell’intervista si affronta anche lo scenario, definito dallo stesso Bradanini «nel mondo dei sogni» e «de jure condendo», di una eventuale uscita dell’Italia dall’Eurozona. L’ex ambasciatore sostiene che una tale mossa potrebbe paradossalmente trovare il sostegno degli Stati Uniti, interessati a indebolire l’architettura tedesca dell’Eurozona. Allo stesso tempo riconosce che le prime settimane di transizione potrebbero essere «delicate» e che si renderebbe necessaria la nazionalizzazione di alcune banche. Tuttavia, a suo avviso, la «drammatizzazione» di questi rischi farebbe parte di una «macchina della menzogna» tesa a rendere tabù qualsiasi discussione sull’argomento.
Marrucci, dal canto suo, pone obiezioni: porta l’esempio della Brexit, osservando che il Regno Unito, dopo l’uscita dall’Unione Europea, non sembra aver recuperato autonomia sostanziale nei confronti delle oligarchie finanziarie statunitensi. Bradanini concede il punto — «continua ad essere un paese vassallo» — ma distingue tra sovranità nei confronti dell’Europa e sovranità nei confronti degli Stati Uniti, ritenendo che la prima possa essere recuperata prima della seconda.
La questione della classe dirigente
Sul piano interno, Bradanini esprime un giudizio netto: definisce quella italiana una «finta democrazia» in cui la selezione della classe politica avverrebbe prima del voto, attraverso meccanismi che escludono chiunque rappresenti un rischio per gli interessi della potenza egemone. Si dice «molto pessimista» sulle possibilità di un cambiamento a breve termine, ma afferma di voler offrire «la testimonianza di un’opposizione alla violenza della sopraffazione». Cita la rivoluzione russa del 1917 come esempio storico di come condizioni apparentemente inamovibili possano cambiare in modo imprevedibile quando si aggravano oltre una soglia critica.
Prospettive
L’intervista non contiene proposte operative nel breve periodo, e lo stesso Bradanini riconosce più volte di muoversi nell’ambito dell’analisi e della testimonianza piuttosto che della proposta politica concreta. Le sue tesi — che attribuiscono all’Italia uno status di paese subordinato a una doppia gerarchia di potere — rimangono oggetto di dibattito e richiedono una valutazione critica delle fonti e del contesto in cui vengono espresse.
Fonti: