Lina Attalah condannata: l’Egitto ordina la chiusura di Mada Masr, il quotidiano indipendente.

Ieri un tribunale del Cairo ha condannato Lina Attalah, direttrice del sito d’informazione indipendente Mada Masr, per aver gestito una testata online senza licenza. La pena è il massimo previsto: una multa di 3 milioni di lire egiziane, circa 53.400 dollari, la chiusura del sito e la confisca delle attrezzature. La sentenza è arrivata al termine della prima e unica udienza. Subito dopo Attalah è stata presa in custodia. È stata rilasciata dopo circa cinque ore, quando la multa è stata pagata per intero. Si tratta di una condanna di primo grado e può essere impugnata.
Durante le procedure di rilascio, secondo quanto riferito dalla stessa Mada Masr, Attalah ha scoperto di avere sulle spalle una seconda condanna: un anno di carcere, inflitto in contumacia nel 2024 per diffusione di notizie false e gestione di un sito non autorizzato. I suoi avvocati l’hanno contestata. Il nuovo processo è fissato per l’11 novembre.
La legge sulle licenze e il caso Mada Masr
La condanna si basa sull’articolo 105 della legge 180 del 2018, che regola stampa e media in Egitto. La norma impone a ogni sito che opera nel Paese di ottenere una licenza dal Consiglio supremo per la regolamentazione dei media, l’autorità statale che autorizza le testate e può sospenderle o oscurarle. Chi apre o gestisce un sito senza autorizzazione rischia una multa da 1 a 3 milioni di lire egiziane, oltre a chiusura e confisca. In caso di recidiva la sanzione raddoppia.
Sulla licenza le versioni divergono. Mada Masr sostiene di averla chiesta nell’ottobre 2018 e di nuovo nell’agosto 2020, senza mai ricevere risposta. Afferma di aver saputo del rigetto solo nel 2022, quando i pubblici ministeri lo citarono in un altro procedimento. Nella causa amministrativa avviata dalla testata, il Consiglio ha sostenuto che la domanda era priva di alcuni documenti e informazioni. Nel 2023 un tribunale amministrativo ha confermato il diniego, motivandolo con la mancata prova della registrazione del marchio. L’avvocato della testata, Hassan al-Azhari, afferma di aver depositato il certificato di registrazione. Una nuova domanda, completa secondo Mada Masr, è in attesa di risposta dal giugno 2023.
Il Consiglio non ha commentato la sentenza. In passato ha dichiarato di agevolare le procedure per le testate in regola con i requisiti e di voler promuovere la libertà di espressione.
Le tappe di un procedimento lampo
Tutto si è svolto in poco più di una settimana. Il 19 ottobre Attalah è stata convocata dalla Procura suprema per la sicurezza dello Stato, l’ufficio che in Egitto indaga sui reati legati alla sicurezza nazionale. Il 21 ottobre è stata interrogata con le accuse di diffusione di notizie false e gestione di un sito senza licenza, poi rilasciata su cauzione di 100.000 lire egiziane, circa 1.780 dollari. Giovedì scorso è stata rinviata a giudizio per la sola accusa relativa alla licenza.
Secondo Mada Masr è il sesto procedimento aperto contro la testata o i suoi giornalisti in sei anni. Per le organizzazioni per i diritti umani è il primo ad arrivare a processo.
L’udienza nel racconto della difesa
La ricostruzione dell’udienza viene dalla difesa e da chi era in aula. Le autorità non hanno fornito una versione ufficiale.
Secondo Hossam Bahgat, direttore dell’Iniziativa egiziana per i diritti personali, un’organizzazione non governativa i cui avvocati fanno parte del collegio difensivo, il giudice Mohamed Mubarak ha sospeso la seduta dopo che la difesa aveva chiesto tempo per esaminare il fascicolo. Al rientro ha fatto sgomberare l’aula, lasciando dentro solo l’imputata e i suoi legali. Sempre secondo Bahgat, la sala si è poi riempita di agenti in borghese e guardie, alla presenza di un ufficiale dell’Agenzia per la sicurezza nazionale.
Il giudice ha respinto tutte le richieste procedurali, comprese quelle di produrre documenti e ascoltare testimoni. I difensori si sono rifiutati di discutere la causa finché le loro istanze restavano senza risposta. A quel punto, riferisce Bahgat, il giudice ha fatto entrare un avvocato sconosciuto a tutto il collegio e lo ha nominato d’ufficio, nonostante in aula fossero presenti gli otto legali scelti da Attalah. L’imputata si è opposta. Secondo la difesa, il giudice ha rifiutato di mettere a verbale l’obiezione e ha annotato di suo pugno le richieste del legale d’ufficio, che non aveva pronunciato una parola. Poi ha letto la sentenza tra le proteste. Mada Masr riferisce che gli agenti hanno circondato Attalah, l’hanno sollevata da terra e portata fuori dall’aula.
Il Comitato per la protezione dei giornalisti (CPJ), organizzazione con sede a New York che monitora la libertà di stampa, aggiunge che ai giornalisti non è stato permesso di restare in aula nelle fasi decisive. Il CPJ ha chiesto chiarimenti alla Procura generale egiziana, anche sull’esclusione di un rappresentante del Sindacato dei giornalisti. Non ha ricevuto risposta.
«È stato un processo farsa e del tutto eccezionale, privo delle regole più elementari di un giusto processo», ha dichiarato al CPJ Lobna Darwish, dell’Iniziativa egiziana per i diritti personali. In un editoriale pubblicato poche ore dopo il verdetto, Mada Masr ha scritto di essere entrata in tribunale «con una certa fiducia nella legge e nel sistema giudiziario», aggiungendo che quanto accaduto in aula non ha lasciato intatta quella fiducia.
Le posizioni in campo
Il governo egiziano non ha commentato il verdetto. La sua posizione generale è nota: lo Stato si dichiara impegnato a tutelare la libertà di espressione, ma chiede ai media di operare nel rispetto della legge e della sicurezza nazionale e di contrastare la disinformazione.
Sul fronte opposto, 119 tra organizzazioni per i diritti umani e testate, tra cui Amnesty International, Human Rights Watch e il CPJ, hanno definito il caso un «attacco senza precedenti alla libertà di stampa». Bassam Khawaja, vicedirettore per Medio Oriente e Nord Africa di Human Rights Watch, ha parlato di un’ulteriore escalation e ha sostenuto che fissare requisiti di registrazione e poi ignorare i tentativi di rispettarli violi il diritto internazionale. Sara Qudah, direttrice regionale del CPJ, ha dichiarato che se l’Egitto può arrestare una delle sue direttrici più rispettate e chiuderne la testata, «nessun giornalista indipendente nel Paese è al sicuro». Yasmine Ahmed, di Amnesty International, ha definito la sentenza «un colpo devastante» per la libertà di stampa.
Anche il Sindacato dei giornalisti egiziano si è schierato. Il presidente Khaled el-Balshy aveva sostenuto prima dell’udienza che una controversia su una licenza dovrebbe essere decisa dai tribunali amministrativi e non in sede penale. Ora annuncia ricorso. Dagli Stati Uniti, il senatore democratico Chris Van Hollen ha definito le accuse infondate, scrivendo che «il giornalismo non è un reato».
Il contesto: l’Egitto e i media indipendenti
Dal 2014 l’Egitto è guidato da Abdel Fattah al-Sisi, salito al potere dopo che l’esercito, nel 2013, aveva deposto il presidente Mohamed Morsi. Il panorama dell’informazione è dominato in larga parte da media legati allo Stato. Mada Masr è nata proprio nel 2013 e si occupa con regolarità di temi politicamente sensibili. Dal maggio 2017 il sito è oscurato all’interno del Paese. Nel 2020 la rivista Time ha inserito Attalah tra le cento persone più influenti al mondo.
Non è la prima volta che la direttrice finisce davanti ai pubblici ministeri. È successo nel settembre 2022, nel novembre 2023 e nell’agosto 2025, quest’ultima volta dopo un’inchiesta della testata su presunti abusi nel carcere di Badr 3. Nell’ottobre 2023 il Consiglio supremo aveva ordinato un oscuramento di sei mesi, contestando la mancanza di licenza e la pubblicazione di notizie false.
Il caso arriva un mese dopo l’arresto, il 28 e 29 settembre, di sei giornalisti di Matsadaash, piattaforma di verifica dei fatti. Erano l’intero staff giornalistico. Sono accusati, tra l’altro, di adesione e finanziamento a un gruppo terroristico e di diffusione di notizie false. Secondo i loro avvocati, alcuni di loro denunciano torture e tentativi di estorcere confessioni. Ieri, lo stesso giorno della condanna di Attalah, la Procura per la sicurezza dello Stato ha prolungato la loro detenzione di altri 15 giorni.
Secondo il CPJ, a fine ottobre in Egitto i giornalisti in carcere sono 25, il numero più alto dal 2021. L’Iniziativa egiziana per i diritti personali ne conta 26. Il Paese è vincolato al Patto internazionale sui diritti civili e politici e alla Carta africana dei diritti dell’uomo e dei popoli, che tutelano la libertà di stampa. Sul piano internazionale, a settembre Washington ha sospeso le condizioni legate ai diritti umani, tra cui la libertà dei media, su una parte degli aiuti militari, circa 1,3 miliardi di dollari l’anno, che versa al Cairo.
Non è chiaro come e quando l’ordine di chiusura verrà eseguito, né se l’appello ne sospenderà gli effetti. Il prossimo passaggio in aula è fissato per l’11 novembre, con il nuovo processo per la condanna in contumacia del 2024.