Liste d’attesa SSN, 4 milioni di visite ed esami fuori tempo. Ma se paghi…

Nei primi nove mesi del 2026 il Servizio sanitario nazionale ha garantito nei tempi prescritti oltre due milioni di prime visite ed esami in più rispetto allo stesso periodo del 2025. Restano però circa 4 milioni di prestazioni arrivate dopo la scadenza indicata sulla ricetta. È il quadro delle liste d’attesa SSN che emerge dal bollettino trimestrale di Agenas, l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali, costruito sui dati della Piattaforma nazionale di monitoraggio aggiornati al 30 settembre e diffuso ieri.
Il direttore generale Angelo Tanese parla di «un trend di miglioramento diffuso». I numeri lo confermano in parte. Il perimetro della misurazione, però, lascia fuori una quota consistente della domanda di cure.
Liste d’attesa SSN, i numeri del bollettino Agenas
Le prenotazioni sono salite da 19,7 a 21,8 milioni, con un incremento superiore al 10%. Le prime visite specialistiche sono state 12,3 milioni, di cui 9,6 milioni nei tempi. Gli esami diagnostici 9,5 milioni, di cui 8,1 milioni entro la soglia.
In percentuale, il rispetto dei tempi per le prime visite passa dal 76,9% al 78,6%. Per gli esami dall’83,3% all’85%.
Il dato assoluto racconta una storia più statica. Le prime visite oltre il tempo massimo sono 2,11 milioni, contro 2,14 milioni dell’anno precedente. Gli esami fuori soglia sono 1,084 milioni, contro 1,089 milioni. Il miglioramento percentuale deriva quindi soprattutto dall’aumento dei volumi: il sistema produce di più, mentre il numero di cittadini che aspetta oltre il dovuto resta quasi invariato. Ai 3,2 milioni di ritardi conclamati si aggiungono 858 mila prestazioni erogate, secondo Agenas, «con tempi prossimi alla soglia di garanzia».
Le regole sono fissate dalla legge 107 del 2024 e dal Piano nazionale di governo delle liste d’attesa 2026-2028. Il medico indica sulla ricetta una classe di priorità: U (urgente) entro 72 ore; B (breve) entro 10 giorni; D (differibile) entro 30 giorni per le visite e 60 per gli esami; P (programmata) entro 120 giorni. Il Cup, il Centro unico di prenotazione, è tenuto a rispettarla.
I progressi più marcati riguardano le classi urgenti. Gli esami da eseguire entro tre giorni passano dal 74,2% al 77,3% di rispetto dei tempi, le visite in classe B arrivano all’80,6%. Circa una prestazione urgente su cinque resta comunque fuori tempo.
Visite ed esami in ritardo: colonscopia, dermatologia, gastroenterologia
La prima visita oncologica è garantita nei tempi nel 95,3% dei casi, sopra la soglia del 90% fissata dai Piani nazionali. Altrove la distanza da quell’obiettivo resta ampia.
Per una prima visita gastroenterologica i tempi sono rispettati nel 73,8% dei casi, in lieve crescita dal 71,2%. Il 16,6% dei pazienti con prescrizione urgente, che avrebbe dovuto essere visitato entro tre giorni, ha atteso almeno 31 giorni. Le visite dermatologiche si fermano al 69,9%, che scende al 62% per quelle in classe differibile. L’oculistica in classe D è al 66%.
Tra gli esami, la colonscopia sale dal 62,8% al 69,3%: quasi tre su dieci restano in ritardo. Per le prestazioni in classe breve, l’elettromiografia è al 63%, la risonanza all’encefalo al 69%. La mammografia è garantita nei tempi nell’89,1% dei casi.
Liste d’attesa per Regione: Basilicata in testa, Puglia ultima
Per le prime visite quattro Regioni superano il 90%: Basilicata (99%), Marche (94,7%), Lazio (92,3%, in calo dal 95,6%) e Veneto (90,5%). Sotto il 70% si trovano Puglia (55,3%), Umbria (62,7%), Sardegna (64,3%, unica in peggioramento nel gruppo) e Friuli Venezia Giulia (67,8%). Lombardia e Abruzzo guadagnano circa dieci punti, la Sicilia scende dall’86,6% al 77,8%.
Per gli esami diagnostici sono sei le Regioni sopra il 90%, guidate dal Veneto (97%). In coda Puglia (63,4%), Umbria (64,7%) e Valle d’Aosta (69,7%).
Il confronto con il 2025 va letto con prudenza. La piattaforma è operativa da gennaio dello scorso anno e nei primi mesi le Regioni non trasmettevano tutti i dati. Rispetto ai due trimestri precedenti del 2026, la situazione appare sostanzialmente stabile.
Classe P a 120 giorni, il nodo che altera le classifiche
A livello nazionale il 34,9% delle prescrizioni viene assegnato alla classe programmata, quella a 120 giorni. Secondo i tecnici del settore, per le prime visite questa quota non dovrebbe superare il 20%, trattandosi di primi accessi e non di controlli.
Le differenze territoriali sono marcate. In Basilicata le prescrizioni in classe P sono circa l’85%, in Campania il 76%, in Molise il 73%, in Calabria il 66%, in Lazio e Lombardia intorno al 53%. In Toscana sono il 4%, in Piemonte l’8%, in Emilia-Romagna il 9%.
Una scadenza a quattro mesi è più facile da rispettare. La Regione prima in classifica per le visite è anche quella che ricorre di più alla classe P, mentre le tre che la usano meno si collocano nella fascia tra il 70% e il 79%. La graduatoria misura quindi anche il modo in cui viene fissato il termine. Tanese ha precisato che in Basilicata «le prestazioni arrivano per lo più tra i 30 e i 60 giorni, non a 120». La stessa Agenas riconosce che il fenomeno «evidenzia alcune criticità nei processi di presa in carico dei pazienti».
Per intervenire l’Agenzia ha istituito un tavolo permanente sui Raggruppamenti di attesa omogenea (RAO) e indica due esperienze da replicare: il sistema delle Marche che controlla ogni giorno le ricette e ne ha individuate oltre 50 mila incoerenti, e IntelliRAO, prototipo di intelligenza artificiale sviluppato in Trentino per supportare i medici nell’attribuzione delle priorità.
Le prestazioni che la piattaforma non registra
Il bollettino misura i tempi delle prestazioni prenotate ed erogate. Non riporta il tasso di conversione, cioè la quota di ricette che si traducono effettivamente in una prestazione nel sistema pubblico. Secondo i dati ricavabili dal sistema Tessera sanitaria, fino a giugno era del 50,3% per le prime visite e del 54,4% per gli esami. Circa una prescrizione su due esce dal monitoraggio: una parte viene eseguita a pagamento, un’altra viene abbandonata.
Interpellato sul dato aggiornato, Tanese ha risposto che «quel dato ha fattori molteplici, in sede di monitoraggio delle liste d’attesa sarebbe fuorviante».
L’Istat offre un riferimento indiretto. Nel 2024 5,8 milioni di italiani, il 9,9% della popolazione, hanno dichiarato di aver rinunciato ad almeno una prestazione sanitaria. Per il 6,8% il motivo erano le liste d’attesa.
La piattaforma pubblica inoltre solo medie regionali, senza il dettaglio per azienda sanitaria o ospedale. Sono dati già elaborati, in larga parte percentuali, difficili da verificare in modo indipendente.
Chi controlla le liste d’attesa: il passaggio dal ministero ad Agenas
La piattaforma nasce dal decreto legge 73 del 2024, voluto dal ministro della Salute Orazio Schillaci, che prevedeva anche un Organismo centrale di controllo presso il ministero. Con il decreto 144 del 7 agosto scorso la competenza sulle liste d’attesa è passata ad Agenas. L’Agenzia è presieduta da Massimiliano Fedriga, presidente del Friuli Venezia Giulia, una delle quattro Regioni sotto il 70% per le prime visite. I poteri sostitutivi del ministro verso le Regioni inadempienti restano formalmente in vigore.
Stando a quanto ricostruito sulla stampa, nei primi mesi del 2025 i tecnici ministeriali avrebbero dovuto ripulire i dati regionali da diverse pratiche distorsive: agende chiuse, pre-liste, il conteggio dei rifiuti della prima disponibilità, l’uso esteso della classe P. Tanese assicura che l’Agenzia lavora «a braccetto con il ministero».
La Corte dei conti ha definito quello delle liste d’attesa un problema annoso, segnalando fondi inutilizzati, controlli inadeguati e carenza di medici. Tra il 2022 e il 2025 le Regioni non avrebbero speso 300 milioni di euro assegnati per ridurre le attese.
Da gennaio 2027 le prestazioni monitorate passeranno da 55 a 114, su un catalogo che ne conta oltre duemila. Il perimetro della rilevazione si allarga, mentre la verifica resta affidata ai dati trasmessi dalle Regioni a un’agenzia presieduta da uno dei loro presidenti.