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Maldini e Leonardo si dimettono. Gli uomini con la schiena dritta in Italia durano sedici giorni.

Il caso Pirlo si chiude con la resa di chi doveva ricostruire il calcio italiano. Ma le dimissioni di Malagò, invece, si possono discutere?
Byoblu·27 luglio 2026
Sport — Byoblu

Sedici giorni. Tanto è durata la nuova era del calcio italiano. Paolo Maldini e Leonardo hanno comunicato oggi al presidente della FIGC Giovanni Malagò le loro dimissioni dall’incarico alla guida del rinnovamento della Nazionale. La rottura, insanabile, è nata su un nome: Andrea Pirlo. Ma più che su Pirlo, la rottura (in tutti i sensi) si è consumata su un sistema: di chi è la responsabilità di guidare una squadra di calcio reduce da 12 anni di fallimenti a tornare – se non sul podio – almeno in partita? Della Picierno? Di La Russa? Di Calenda? Della politica, insomma, o di un dirigente scelto apposta per la sua determinazione, la sua esperienza, il suo carattere e il suo polso?

La risposta deve essere apparsa scontata. E le conseguenze di queste intromissioni a gamba tesa (altro che cartellino rosso) anche.

Domani Malagò porterà la questione in Consiglio federale. Ha annunciato che “ci saranno delle novità” sul nuovo commissario tecnico. Per la panchina azzurra i nomi che circolano tornano ad essere quelli di Roberto Mancini e Antonio Conte, con il primo dato in vantaggio (anche se aveva mollato la maglia azzurra per inseguire i tesori d’Oriente), mentre più indietro restano ipotesi come Thiago Motta e Palladino. Tradotto: si riparte da zero, ma stavolta con nomi che non fanno arrabbiare nessuno.

Il veto che nessuno ha firmato

Ricostruiamo, perché la memoria in Italia dura meno di un tempo supplementare. Maldini e Leonardo vengono chiamati per rifondare il progetto tecnico della Nazionale. Fanno il loro lavoro. Individuano in Pirlo il profilo per la panchina. Non un avventuriero: un campione del mondo, uno che di quello spogliatoio conosce l’anima.

Apriti cielo. Parte la macchina del fango sui suoi legami commerciali con una società di scommesse sportive russa (se invece ti leghi a società USA che bombardano mezzo mondo, o a società israeliane che bombardano interi popoli, va tutto bene). Non c’è un reato, non una violazione, non un procedimento: si tratta di un contratto lecito, trasformato in processo politico e in una pubblica gogna per un campione del mondo. E Dio solo sa quanto ne abbiamo bisogno, di campioni, oggi come oggi.. Ma un processo politico, in Italia, ha un vantaggio enorme su un processo vero: non serve la prova, basta l’etichetta. “Filorusso”. Sei finito. Ricorda qualcosa la patente di Pirandello?

Risultato: Pirlo bruciato. E adesso, come conseguenza logica, chi lo aveva scelto fa le valigie. Perché sceglierti per decidere, e poi toglierti la possibilità di farlo, significa ridurti a una marionetta, un burattino. E Maldini e Leonardo, i burattini non li fanno. Avevamo bisogno di loro, non dell’ennesimo ipocrita di turno, lacché della politica e del poliitcally correct. Maldini era della vecchia scuola: cresciuto in un mondo diverso. Non poteva durare in quella succursale di Sud America in cui si è trasformata l’Italia negli ultimi anni.

Malagò, il presidente che non presiede

Un presidente federale avrebbe un solo dovere in un momento come questo: difendere l’autonomia della sua istituzione. Dire, con la schiena dritta: le scelte tecniche si fanno qui, in Consiglio federale, con criteri tecnici. Non su X, non nei salotti, non sotto la pressione di chi ha bisogno di un nemico al giorno per giustificare la propria esistenza politica. Non si fanno in parlamento, né quello italiano né quello europeo. Signori, grazie ma accomodatevi alla porta.

Malagò non l’ha fatto. Ha lasciato che il dossier Pirlo venisse istruito fuori dalle sedi proprie, da tribunali che non hanno giurisdizione e da pubblici ministeri che non hanno mandato. Ha lasciato che massacrassero un campione che non se lo meritava. Non ha speso una parola. Viene da chiedersi di cosa abbia paura. E quando i suoi dirigenti sono rimasti soli, non li ha coperti. Adesso li accompagna alla porta e domani spiegherà in Consiglio federale che si riparte con un nuovo progetto.

Comodo così, vero? Comodo lasciare che a decidere in casa propria siano altri. Non ci si assumono responsabilità. La poltrona resta lì, comodo, calda, e non c’è bisogno di rinunciarvi.

No, perché forse nessuno ha il coraggio di dirlo, ma dopo la figuraccia rimediata, non doveva o poteva dimettersi anche Malagò? O deve sempre cadere in piedi? È un’eresia?

Adesso siamo tutti più tranquilli

Chi ha passato settimane a spiegarci che Pirlo era un pericolo per i valori europei può festeggiare. Missione compiuta: il pericolo è neutralizzato. Con lui sono usciti anche i due dirigenti di maggior peso internazionale che il calcio italiano avesse a disposizione, ma sono dettagli. L’importante è la coerenza geopolitica della panchina. E soprattutto, ci vediamo alla prossima – la quarta! – edizione di file dei mondiali in cui guarderemo i campioni degli altri giocarsela sul campo, mentre noi ci giocheremo la coppa del nonno in qualche torneo dei boy scout.

Aspettando la formazione gradita a Pina Picierno.

E si torna ai nomi rassicuranti, quelli già visti, già usati, già archiviati. Perché in Italia funziona così: il nuovo si annuncia in conferenza stampa e si smonta in sedici giorni.

La soluzione, per la cronaca, era semplicissima e costava zero: pubblicare i criteri di selezione, valutare il candidato sul campo tecnico, motivare la scelta in un verbale. Trasparenza preventiva, non processi retroattivi. Chi guida un’istituzione sportiva dovrebbe saperlo. Chi non lo fa, non subisce le pressioni: le asseconda.

Ultima domanda, e la lasciamo lì. Quando la Nazionale mancherà il prossimo obiettivo — e prima o poi succederà, perché succede sempre — chi verrà chiamato a risponderne? L’allenatore, come sempre. Mai chi ha deciso che il merito, in Italia, viene dopo l’agenda.


Fonti:

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