— 📻 Radio Byoblu 3.0 Iscriviti alla newsletter✉ Newsletter ♥ Sostieni
Il primo blog di informazione indipendente
Ultim'ora
Iscriviti alla newsletter✉ Newsletter byoblu [3.0]
Esteri

Il Generale Masiello: «Siamo in guerra». Soldati pronti a Est

Il capo dell’Esercito: sul fianco est «ci è stato chiesto» di schierare unità pronte in tempi rapidissimi. Ma chi l’ha deciso, e con quale dibattito?
Byoblu·04 ottobre 2026
Esteri — Byoblu

Il generale Carmine Masiello, capo di stato maggiore dell’Esercito italiano, oggi in una lunga intervista al Corriere ha detto: «Siamo in guerra. Ibrida, ma pur sempre guerra». Dentro quell’intervista c’è una frase pesante: «Sul fianco est ci è stato chiesto di schierare, in tempi molto rapidi, unità capaci di esprimere una deterrenza reale».

«Ci è stato chiesto»: cosa vuol dire, in parole semplici

Lo spiega lo stesso Masiello: «Per oltre vent’anni gli eserciti occidentali, il nostro compreso, si sono assuefatti all’illusione di una pace permanente, abituandosi a operazioni di supporto alla pace condotte con preavvisi lunghi, in teatri relativamente permissivi. Quel modello non regge più».

E continua: «Guidiamo il battlegroup multinazionale in Bulgaria, e siamo presenti in Lettonia e in Ungheria». Un battlegroup è un reparto da combattimento formato da militari di più Paesi alleati. In Bulgaria il comando è italiano.

«La logica, oggi, è rovesciata rispetto a quella a cui eravamo abituati: la guerra non chiede il permesso e il contingente, allo scoppio della crisi, deve essere già pronto a rispondere».

Già pronto. Non pronto a partire. Pronto subito.

Il fianco est

Il fianco est è la fila di Paesi della NATO, quasi tutti anche nell’Unione Europea, che stanno vicino alla Russia, alla Bielorussia e all’Ucraina. Dopo il 2014, con la crisi della Crimea, l’Alleanza ha messo reparti multinazionali nei Paesi baltici e in Polonia. Nel 2022, dopo l’invasione russa dell’Ucraina, ne ha aggiunti altri: Bulgaria, Romania, Ungheria, Slovacchia.

Per la NATO è deterrenza. Cioè: ti faccio vedere che sono pronto, così non ci provi. Mosca la legge in modo opposto. Da anni considera l’avvicinamento delle truppe atlantiche ai suoi confini una minaccia, e respinge le accuse di sabotaggi e attacchi in Europa. Del resto, quello che per te è difesa, per l’altro è provocazione.

«Ci è stato chiesto», dice il generale. Da chi? Ovviamente dalla NATO (chi altri?). Ma i passaggi formali esistono, le missioni all’estero passano dal Parlamento. Ma quanti italiani sanno che abbiamo soldati schierati in prima linea, pronti a rispondere in tempi rapidissimi? Quanti ne hanno sentito discutere davvero?

Guerra ibrida

Masiello la descrive così: «Chi la conduce logora l’avversario senza offrirgli il pretesto per reagire, saggiando di continuo fin dove ci si può spingere prima che scatti una risposta».

Pensa a uno che in fila alla posta ti spinge un po’ ogni giorno. Mai abbastanza da giustificare una rissa. Ma sempre un po’ di più. Per vedere fin dove arrivi.

Gli attacchi informatici gravi, dice Masiello, sono cresciuti «di quasi il 50% a livello globale e di oltre il 40% in Italia». Poi ci sono «sabotaggi a infrastrutture e a cavi sottomarini, disturbo dei segnali satellitari, violazioni sistematiche degli spazi aerei alleati, interferenze nelle campagne elettorali».

Già il 5 settembre, al Forum di Cernobbio, aveva parlato di GPS disturbati, droni che sconfinano, attacchi cyber. E aveva puntato il dito su Mosca: «La Russia sta svolgendo questa serie di attività che mettono in crisi la solidarietà» europea. Ma nella stessa intervista aveva ammesso una cosa importante: «È difficile attribuire la paternità di tutte queste attività».

Il rischio vero: finire in guerra per davvero

Masiello se ne rende conto: «Il rischio, però, è concreto: non solo subire, ma scivolare per errore in un confronto aperto».

Insomma, da una parte ci sono i nostri soldati che devono essere pronti a rispondere subito (se non si ammazzano prima tra di loro, perdonatemi la facile battuta). Dall’altra c’è un campo di battaglia dove, come spiega Masiello, «in pochi minuti (a volte secondi), ciò che viene visto viene colpito». In mezzo ci sono droni, segnali disturbati, incendi, guasti. E chi li ha causati è spesso difficile da stabilire, lo dice il generale stesso.

In quei pochi secondi, chi decide se un drone è un attacco o un errore? Chi decide se un guasto è un sabotaggio o un cortocircuito? Ecco come si scivola. Non lo si sceglie. Si reagisce magari in maniera impulsiva.

Il manuale di autodifesa cognitiva

Per Masiello il bersaglio principale non è un carro armato. È la tua testa. «L’anello più esposto non è un sistema d’arma né un’infrastruttura: è la singola persona. Il vettore è lo smartphone che ciascuno di noi ha in tasca».

Per questo l’Esercito sta per distribuire ai militari un «manuale di autodifesa cognitiva». Le regole sono quattro: «fermarsi, controllare, confrontare, e solo alla fine condividere». Il ragionamento: la disinformazione «prima ti emoziona e poi ti convince», e «la fretta è nemica della verifica». Questo dovrebbe spiegarlo innanzitutto al giornale cui ha rilasciato l’intervista, tra i primi a credere alla bufala, copiosamente fatta propria, di El Mundo sui droni contro Italia, Francia e Spagna.

Sono consigli che valgono per tutti. Anche quando l’allarme arriva da fonti ufficiali, rilanciato a catena da tutte le televisioni.

C’è però un esempio che fa riflettere. A Cernobbio il generale ha raccontato di aver ricevuto email da «sedicenti soldati russi, che dal fronte dicevano di volere la pace e di combattere per la pace». Per lui è un tentativo di «influenzare le menti». Con la stessa logica chiunque non persegua unicamente lo sterminio di massa definitivo e totale non sarebbe onesto. Qualsiasi guerra potrebbe allora finire solo con l’annientamento del nemico, perché chi parla di pace non potrebbe mai essere creduto (tregua? Un tentativo di “influenzare le menti”)

E c’è un altro passaggio. Contro gli attacchi cognitivi, Masiello indica come «ultimo, vero baluardo» i valori militari: Patria, disciplina, onore, sacrificio, obbedienza. Per un soldato ha senso. Per un cittadino, la difesa contro la manipolazione è un’altra ed è l’esatto contrario: il dubbio, le domande, la verifica.

Il generale aggiunge che la risposta non può essere solo militare. Deve coinvolgere istituzioni, imprese, «mezzi di comunicazione e mondo dell’informazione, fino ai singoli cittadini». Cita anche il documento del ministro Crosetto sulla minaccia ibrida: passare da una postura che reagisce a una che prevede. Quando però l’informazione diventa un pezzo della difesa nazionale, allora è propaganda, e sorge una domanda: chi decide cosa è disinformazione?

Più tecnologia, più munizioni, più uomini

Il resto dell’intervista disegna l’esercito del futuro. «Oggi, l’Esercito o è tecnologico o non è». Droni, intelligenza artificiale, guerra elettronica. Ma anche il ritorno di un’idea antica: la massa. «Per anni abbiamo creduto che la qualità potesse compensare la quantità. Non è così». Servono scorte di munizioni, mezzi, personale da rigenerare in fretta.

Tradotto: più spese, più uomini, più preparazione. Per una guerra che, ci dicono, è già iniziata.

La guerra ibrida non sarà un scusa?

Il capo dell’Esercito dice che siamo in guerra. Ma nessuno l’ha dichiarata. La Costituzione dice che l’Italia ripudia la guerra, e che lo stato di guerra lo deliberano le Camere. Con la scusa della guerra ibrida, per definizione, si può dunque fare tutto senza dover giustificare niente: non si passa dal Parlamento perché non c’è una guerra, ma si parte per il fronte perché c’è la guerra ibrida. Sembra che aggiungendo l’aggettivo ibrida alla parola “guerra” si sia inventato qualcosa di diverso che conferisce una licenza totale per fare qualsiasi cosa evitando leggi e parlamenti.

Il pericolo non sono i droni, ma ritrovarsi dentro un conflitto vero senza che nessuno l’abbia mai deciso (non noi, perlomeno).

Il generale chiede ai suoi soldati di fermarsi, controllare e confrontare prima di condividere. Lo stesso consiglio vale, a maggior ragione, per chi legge i giornali e un giorno sì e uno anche si trova ben impaginate le balle della macchina della propaganda, già a pieno regime, che nella migliore delle ipotesi serve a spiegare perché spendiamo centinaia di miliardi per le industrie delle armi (specialmente quelle d’oltreoceano), e nella peggiore delle ipotesi… serve a preparare l’opinione pubblica a una guerra vera, altro che ibrida, che deve sembrare inevitabile.

📻 RADIO Caricamento…