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Esteri

Perché i miliardari comprano i media.

Il libro di Earl Spencer riapre il 1997. Il nuovo racconto su Carlo III mostra a cosa serve possedere i giornali.
Byoblu·25 settembre 2026
Esteri — Byoblu
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Earl Spencer (cioè il “conte” Spencer), fratello di Diana, sostiene che Carlo, poco dopo la morte della principessa nel 1997, gli avrebbe detto che lei sarebbe stata «presto dimenticata». L’accusa è contenuta in un libro uscito in questi giorni nel Regno Unito. Il giornalista britannico Jonathan Cook ne ha tratto un’analisi, pubblicata lunedì sul suo blog e ripresa oggi dal sito statunitense ConsortiumNews. La sua tesi: il modo in cui i media stanno trattando la rivelazione dimostra che possono farci credere qualsiasi cosa. Anche che Carlo amasse Diana.

Le parole attribuite a Carlo

Charles Spencer, nono conte Spencer (earl Spencer, appunto), è il fratello minore di Diana. Il grande pubblico lo ricorda per l’orazione funebre del 1997 a Westminster, in cui attaccò la stampa. Oggi il suo racconto chiama in causa direttamente l’attuale sovrano.

Si tratta di una testimonianza personale, riferita a una conversazione privata di quasi trent’anni fa. Non risulta una replica di Buckingham Palace.

Secondo Cook, Spencer sta incontrando molta più ostilità di quanta ne avrebbe trovata se avesse detto le stesse cose alla fine degli anni Novanta. Il motivo, scrive, è che nel frattempo è cambiata la storia che i media raccontano su Carlo.

Da principe impopolare a re saggio: la lettura di Jonathan Cook

Cook ricostruisce il racconto dominante degli anni di Diana. Carlo era il cattivo: un uomo freddo, che aveva tradito fin dall’inizio una moglie giovane e devota, mai amata. Voleva Camilla come sposa e futura regina. Era dipinto come impopolare, privo del tocco umano di Diana, fissato con temi considerati marginali come l’ambiente e l’architettura. La regina, si diceva allora, dubitava a tal punto delle sue capacità da non osare abdicare.

Oggi, con Elisabetta II scomparsa e Carlo III sul trono dal 2022, il copione è rovesciato. Il re è un anziano statista saggio. Gestisce i rapporti con l’amministrazione Trump meglio di qualsiasi politico. Affronta il cancro, diagnosticato nel 2024, con dignità. È un buon padre che regna anche per lasciare al figlio William il tempo di crescere i suoi bambini.

In questo nuovo quadro, una frase come quella riferita da Spencer diventa un fastidio. Negli anni Novanta sarebbe stata perfettamente coerente con il personaggio.

Cook non pretende di stabilire la verità. Non si sa quale parte di queste storie sia vera, né se ce ne sia una effettivamente vera. Tutto è una telenovela: i colpi di scena intrattengono, distraggono dai problemi reali e, in qualunque direzione giri la trama, fanno guadagnare chi la racconta.

Perché i miliardari comprano i giornali

Il punto è la capacità di riscrivere una narrazione fino a capovolgerla e spiega perché i miliardari acquistano testate. Possedere i media permette di convincere il pubblico che è un bene che i miliardari possiedano tutto, e che qualsiasi cambiamento sarebbe una catastrofe.

Gli esempi sono tre.

  • Immigrazione. Il declino delle società occidentali viene attribuito ai piccoli barconi che «invadono» le coste. Resta fuori dal racconto la ricchezza trasferita nei conti offshore.
  • Clima. Per decenni il messaggio è stato che il pianeta stava bene e che bastavano scelte individuali: la bicicletta, la raccolta differenziata, le lampadine a basso consumo. Ora il messaggio è diventato: adattatevi. Il ruolo dei grandi profitti nella crisi ecologica non viene mai esaminato.
  • Gaza. citando il libro di Omar El Akkad One Day, Everyone Will Have Always Been Against This (Un giorno, tutti saranno sempre stati contrari), uscito l’anno scorso. Il titolo, a suo giudizio, si sta rivelando profetico. Il governo britannico, passato da Keir Starmer ad Andy Burnham, starebbe riposizionandosi come oppositore di ciò che a Gaza aveva sostenuto. Anche i media stanno raffreddando il loro sostegno a Tel Aviv in attesa delle prossime elezioni israeliane: se Benjamin Netanyahu dovesse perdere, la responsabilità verrebbe attribuita a lui personalmente e non allo Stato. Stanno preparando il capro espiatorio per uscirne puliti.

La conclusione è semplice: tutto ciò che avvantaggia i miliardari non merita fiducia.

La concentrazione dei media: tante testate, un unico proprietario

La pluralità delle testate non coincide necessariamente con la pluralità delle voci. L’organigramma qui riportato lo rende visibile: fotografa l’impero della News Corporation di Rupert Murdoch nel 2005, riunendo sotto lo stesso gruppo giornali come The Times, The Sun e New York Post, televisioni come Fox News, attività cinematografiche e l’editore HarperCollins, insieme a partecipazioni nelle piattaforme satellitari.

Concentrazione dei Media

L’immagine va letta come un esempio storico della concentrazione mediatica: il gruppo è stato successivamente riorganizzato, con la separazione del 2013 tra News Corp e 21st Century Fox.

Marchi che il pubblico incontra separatamente, dunque, possono ricondurre agli stessi interessi economici. Possedere mezzi d’informazione significa poter influenzare quali temi acquistano visibilità e quali interpretazioni diventano dominanti, anche a tutela della posizione dei proprietari. La proprietà comune non dimostra che ogni redazione riceva gli stessi ordini, ma pone una questione decisiva per il pluralismo: quanta autonomia può avere il racconto del potere quando chi lo racconta dipende economicamente da quel potere?

Chi compra un giornale o una televisione compra potere, cioè la possibilità di orientare l’opinione pubblica. L’obiettivo di chi investe in un’impresa editoriale è questo. L’informazione corretta, in quel calcolo, non interessa a nessuno se non a qualche novellino ancora molto ingenuo, che in ogni caso – se non cambia – non farà mai carriera.

Non serve stabilire se Carlo abbia davvero pronunciato quella frase per vedere il meccanismo in azione. Basta osservare come la stessa persona possa essere raccontata in due modi opposti a distanza di trent’anni, a seconda di ciò che conviene in quel momento. E la gente seguirà. Perché la gente dimentica. O perché fondamentalmente non gli interessa, o ancora perché preferisce adeguarsi alle opinioni dominanti (la legge del branco, e poi si vive meglio).

Per questo una televisione dei cittadini era un unicorno: era sostenuta da chi la guardava e non da un editore con interessi da proteggere. Se l’avessimo compreso fino in fondo, la storia sarebbe andata in un altro modo. Ma probabilmente, il motivo per cui non è accaduto è lo stesso per cui la gente preferisce fidarsi del potere e dei suoi araldi, che fare la fatica di prendersi la responsabilità di ridisegnare il dibattito pubblico.

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