Giorgia Meloni, perché gli acquisti in armamenti non tolgono soldi agli ospedali e alle scuole. Ed ecco gli altri effetti che producono.
In vista del Consiglio europeo in programma domani e venerdì a Bruxelles, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni è intervenuta oggi in Aula per le comunicazioni ufficiali alle Camere. È il passaggio parlamentare previsto dalla prassi istituzionale prima di ogni vertice dei leader dell’Unione europea: il governo illustra la linea che sosterrà a Bruxelles e il Parlamento la condivide attraverso il voto sulle risoluzioni. In uno dei passaggi centrali del discorso, Meloni ha spiegato perché l’Italia investe sulle armi, ha sostenuto che quelle risorse non vengono sottratte a ospedali e scuole e ha indicato nella sicurezza una condizione necessaria per attrarre investimenti e garantire le esportazioni.
Interessante da condividere, per comprendere il punto di vista del Governo, che non può essere quello delle opposizioni e neppure per forza quello dei cittadini.
Meloni e la difesa: «proteggere la vita quotidiana dei cittadini»
Il Presidente del Consiglio ha aperto il ragionamento allargando il concetto stesso di difesa. «Difendersi oggi non significa soltanto avere carri armati», ha detto. Significa, nella sua descrizione, un ospedale che continua a curare durante un attacco informatico, una centrale che resta accesa, un aeroporto che non si blocca per la presenza di un drone.
«Difendersi non è proteggere un’idea astratta di potenza, è proteggere la vita quotidiana dei cittadini», ha aggiunto. L’impostazione sposta l’attenzione dagli armamenti tradizionali alla protezione delle infrastrutture civili, terreno sul quale negli ultimi anni si sono moltiplicate le minacce ibride.
Spese militari e flessibilità europea: «non sono soldi tolti alla sanità»
Il cuore politico dell’intervento riguarda il finanziamento. Meloni ha ricordato che la maggiore flessibilità concessa per difesa e sicurezza corrisponde a «risorse aggiuntive rispetto a quelle consentite dai parametri europei». Da qui la conclusione: «Non sono, quindi, soldi tolti alla sanità o alla scuola. Se noi non li spendessimo per la difesa non potremmo spenderli in altro».
Il riferimento è al meccanismo con cui Bruxelles, nel 2025, ha consentito agli Stati membri di attivare la clausola di salvaguardia nazionale del Patto di stabilità per scorporare una quota della spesa militare dal calcolo del deficit. L’argomento della premier si regge sul vincolo di destinazione di quella flessibilità. Resta il fatto che si tratta di spesa finanziata in deficit, quindi con effetti sul debito pubblico: un aspetto che il passaggio del discorso non ha affrontato e su cui si concentra una parte delle obiezioni.
Ogni 100 euro per la difesa: stipendi, strutture e industria
Per spiegare dove finiscono i fondi, Meloni ha ripreso un ragionamento del ministro della Difesa Guido Crosetto. Su ogni 100 euro spesi dallo Stato per la difesa, circa 60 pagano gli stipendi di quasi 280.000 militari. Circa 10 servono al funzionamento quotidiano delle strutture. I restanti 30 circa vanno in investimenti in un comparto industriale che, secondo la premier, occupa oltre 300.000 persone, spesso con profili altamente qualificati, in migliaia di piccole e medie imprese distribuite sul territorio.
«Chi parla di spreco dovrebbe anche spiegare a quelle famiglie che il loro lavoro è inutile», ha affermato, rivolgendosi ai critici dell’aumento della spesa.
Quanto alla natura degli acquisti, la premier li ha definiti prevalentemente difensivi: difesa aerea, sistemi antidrone, sicurezza informatica, protezione delle infrastrutture. «Compriamo scudi», ha sintetizzato. Le cifre sono state presentate senza un riferimento puntuale ai documenti di bilancio da cui sono tratte.
Sicurezza e prosperità, la tesi del governo sugli investimenti
L’ultima parte del ragionamento è forse la più interessante: lega la difesa all’economia. «Nessuno investe in una nazione che non sa proteggere le sue reti, i suoi porti, i suoi dati. Nessuna impresa esporta se le rotte commerciali non sono sicure», ha detto Meloni. Il tema ha un riscontro concreto per un Paese esportatore come l’Italia: gli attacchi alle navi mercantili nel Mar Rosso degli ultimi anni hanno costretto molte compagnie a circumnavigare l’Africa, con ricadute sui traffici diretti verso il Mediterraneo.
Secondo la premier, investire in sicurezza significa tutelare risparmio, lavoro e innovazione dei prossimi vent’anni. La chiusura del passaggio è stata affidata a un monito: «Una nazione che non investe nella propria sicurezza non sta risparmiando, sta rinviando il conto e la storia insegna che quel conto alla fine arriva sempre molto più caro».
Riarmo europeo, il nodo che arriva al Consiglio di Bruxelles
Le parole di Meloni si inseriscono in un quadro segnato dagli impegni assunti in sede Nato al vertice dell’Aia del giugno 2025, dove gli alleati hanno fissato l’obiettivo di portare la spesa per difesa e sicurezza al 5% del Pil entro il 2035, e dai programmi europei per il rafforzamento della difesa comune.
In Italia il tema divide. La maggioranza rivendica la necessità di adeguare le capacità militari e di sostenere l’industria nazionale. Una parte delle opposizioni contesta invece l’ordine delle priorità, sostenendo che le risorse andrebbero indirizzate verso sanità, istruzione e salari. Il discorso di oggi è costruito proprio per rispondere a questa obiezione, separando le fonti di finanziamento della difesa da quelle del welfare.
Dopo il voto sulle risoluzioni, sarà questa la linea che la presidente del Consiglio porterà domani al tavolo dei capi di Stato e di governo dell’Unione.