Mentana verso l’addio a La7 e verso Repubblica: Cairo e la frase sulla tv anti-Meloni.

Il contratto di Enrico Mentana con La7 scade il 31 dicembre 2026 e per la prima volta in quindici anni nessuno, a partire dall’editore, si azzarda a darne per scontato il rinnovo. Alla presentazione dei palinsesti 2026-2027, andata in scena l’8 luglio all’Hotel Principe di Savoia di Milano, Urbano Cairo ha usato parole che in televisione pesano come macigni: il rinnovo “sulla parola”, ha detto, forse non basta più, perché “i contratti vanno fatti”. E ha aggiunto che se ne riparlerà a ridosso della scadenza, per capire se il direttore del TgLa7 abbia ancora interesse a restare “o magari ha interesse a fare cose differenti”.
Dodici mesi prima, dopo un post social criptico che aveva agitato le acque, lo stesso Cairo aveva blindato il suo direttore con dichiarazioni rassicuranti. Stavolta no. E in una conferenza stampa costruita tutta sul mantra della continuità — “squadra che vince non si cambia”, con la conferma in blocco di Gruber, Floris, Formigli, Cazzullo, Augias, Bianchi, Gramellini — quella sola crepa è diventata la notizia.
La frase di Dogliani che ha cambiato tutto
Il punto di rottura ha una data e un luogo: 1° giugno, Festival della Tv di Dogliani. Lì Mentana ha detto ad alta voce quello che chiunque abbia un telecomando aveva già capito da tempo: La7 è “la nuova Rai3, la tele anti-Meloni”, e un elettore di centrodestra non può guardarla sentendosi a casa propria.
Una frase che a qualcuno è parsa coraggiosa. A molti altri, semplicemente tardiva. Perché per accorgersi che la rete di Cairo si è ritagliata da anni una precisa collocazione politica — con Lilli Gruber nel ruolo, mai formalmente assegnato ma sostanzialmente esercitato, di capo dell’opposizione in prima serata — non serviva il palco di un festival. Bastava una giornata qualsiasi davanti al televisore. Il tema, semmai, è un altro: perché la scoperta arriva proprio adesso, a sei mesi dalla scadenza di un contratto?
Cairo ha replicato di non aver condiviso quelle parole, salvo poi tendere la mano: “Ci sono tanti mesi davanti, abbiamo tutto il tempo per confrontarci e trovare un accordo”, ha dichiarato, aggiungendo che pensarla diversamente non impedisce di proseguire insieme. Mentana, dal canto suo, ha risposto con una gelida precisione contabile: onorerà il contratto fino a dicembre, come gli è stato chiesto personalmente dall’editore, e solo dopo deciderà. Con una postilla che vale più di tutto il resto: non gli è sembrato che Cairo gli abbia chiesto di restare.
Il pranzo alla Stendhal e la partita economica
Nel frattempo si muove il mercato. Secondo le ricostruzioni di diverse testate di settore, Mentana avrebbe pranzato a Roma con Mirja Cartia d’Asero, amministratrice delegata di GEDI, alla trattoria Stendhal, in Galleria Alberto Sordi: a duecento metri da Palazzo Chigi e Montecitorio, cioè nel posto meno discreto d’Italia per un incontro discreto.
Sullo sfondo c’è la trasformazione del gruppo editoriale sotto la nuova proprietà di Theodore Kyriakou, che vorrebbe costruire una piattaforma multimediale con una televisione all news di ambizione internazionale. Un’operazione che richiede capitali, redazioni, tecnologia. E un volto capace di darle immediatamente credibilità sul mercato. Il nome circolato è quello del fondatore del Tg5, con l’ipotesi ulteriore — al momento pura indiscrezione — di una direzione di Repubblica nella fase di avvio, mentre il quotidiano è oggi guidato da Stefano Cappellini. Il tutto mentre GEDI perde pezzi, dalle dimissioni di Mario Orfeo all’uscita di Francesco Dini.
C’è però un ostacolo di natura squisitamente contrattuale, e non è dettaglio da poco: si parla di una clausola di non concorrenza che imporrebbe a Mentana fino a 18 mesi di attesa prima di lavorare per un competitor. I patti di non concorrenza, per chi non mastica diritto del lavoro, sono accordi che vincolano il dipendente a non passare a un rivale per un periodo definito, in cambio di un corrispettivo economico. Valgono per i manager e per i giornalisti di grido, ma anche — molto più silenziosamente — per migliaia di lavoratori comuni, che si ritrovano ingabbiati in un settore per anni. Curioso che se ne discuta solo quando a inciamparci è un divo del video.
Cairo, che di aziende quotate se ne intende, avrebbe già predisposto la polizza: Giovanni Floris come possibile successore alla direzione del TgLa7.
Ma in un sistema informativo dove il pluralismo è una recita a soggetto, ogni emittente ha il suo campo, il suo pubblico, la sua tifoseria, e la contesa si consuma tutta dentro un perimetro già deciso. Nessuno ha veramente cambiato idea. È solo scaduto un contratto.
E quando scade un contratto, si scopre improvvisamente la vocazione all’imparzialità.