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Monarchia o Repubblica, per noi non sarebbe cambiato niente

Prego chi ha la pazienza di leggermi di prestare attenzione: la Costituzione è un insieme di garanzie, ma chi è preposto a verificarne il rispetto, pare non sia molto attento.
Stefano Montanari·02 giugno 2026
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Il 2 e il 3 giugno 1946 il popolo italiano, per la prima volta a suffragio universale, vale a dire consentendo alle donne di partecipare, fu chiamato ad esprimersi con un referendum: “Indicate quale forma di Governo (Repubblica o Monarchia) il popolo italiano intende scegliere per l’organizzazione dello Stato.”

Il 10 giugno fu la Corte di Cassazione a comunicare l’esito: 12.717.923 cittadini si dichiararono favorevoli alla repubblica e 10.719.284 favorevoli alla monarchia.

Sull’attendibilità di quei numeri sono state scritte molte migliaia di pagine, ma, a 80 anni di distanza, il tutto è, di fatto, irrilevante. La mia opinione è che, comunque fossero andate le cose, poco o nulla sarebbe effettivamente cambiato per noi. “Da secoli siamo calpesti e derisi” canta il cosiddetto Inno di Mameli: così eravamo e così, con coerenza, restiamo.

Il 22 dicembre 1947 il capo provvisorio dello Stato Enrico De Nicola approvò il testo della Costituzione licenziato dall’Assemblea costituente, testo che, il 27 dicembre seguente, fu pubblicato sull’edizione straordinaria della Gazzetta Ufficiale n. 298. Dal 1° gennaio 1948 la Costituzione è in vigore come garanzia che il governante presta al governato e con la dichiarazione degli obblighi reciproci.

A questo punto, prego chi ha la pazienza di leggermi di prestare attenzione. Le garanzie, di qualunque garanzia si tratti, devono contenere le condizioni di applicazione, e non possono essere alterate se non per consenso liberamente espresso di ambedue le parti: in questo caso, governanti e governati. Chi non rispetta le condizioni è in una situazione di delinquenza, cioè, etimologicamente (lo scrivo per chi ha un minimo di cultura e per non essere frainteso), di chi tralascia il proprio dovere.

A sorpresa, o forse non proprio, chi è preposto a sovrintendere al controllo del rispetto dei 139 articoli di cui quella garanzia è composta pare non sia particolarmente attento.

Non è mia intenzione annoiarvi con tutte le cadute, e mi limito a pochi punti.

L’art. 1 afferma che la sovranità appartiene al popolo, cioè ai garantiti, ma qualcuno dovrebbe illustrarmi in modo comprensibile come tanta parte della sovranità possa essere delegata ad entità alle quali noi, i “sovrani”, non abbiamo delegato nulla. Un esempio è l’Organizzazione Mondiale della Sanità su cui, da addetto ai lavori oltre che da cittadino, preferisco non esprimere giudizi, stante il regime in cui ci siamo lasciati pigramente scivolare.

All’art. 2 si garantiscono i diritti inviolabili dell’Uomo. Qui non credo sia il caso di perdere tempo, ricordando solo che, tra le tante assicurazioni che una miriade di enti ci forniscono, la “Dichiarazione Universale dei Diritti Umani” è pubblicata dal Senato italiano.

L’art. 3, in compagnia del 35, garantisce, fra l’altro, il diritto al lavoro. Se qualcuno ricorda quello che accadde poco tempo fa, quello che ancora sta accadendo, e pensa a quello che minaccia di accadere, si faccia un’opinione. I ricatti non risultano essere contemplati.

Per quanto mi riguarda, trovo l’art. 9 decisamente venato di umorismo, visto che è lì che si garantisce lo sviluppo della ricerca scientifica.

Due punti dopo, al numero 11, ci si racconta che l’Italia ripudia la guerra. Mi limito ad osservare come si possa fare la guerra in molte maniere, tutte intrise d’ipocrisia, se si eccettua quella come è intesa tradizionalmente e che noi “ripudiamo”.

Al numero 13 è la libertà personale ad essere garantita come inviolabile, così come è garantito essere inviolabile il domicilio secondo l’articolo seguente (vedi stalle, pollai…). Ridiamo o piangiamo?

All’art. 15 è la corrispondenza ad essere segreta. Allarghiamo le braccia.

Particolarmente divertente è l’art. 21: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.” Non credo ci sia bisogno di commenti.

’art. 27 è particolarmente interessante, dato che afferma che “la responsabilità penale è personale.” Il che significa che l’ingenua difesa: “L’ho fatto perché me lo hanno ordinato” non ha alcun valore. A Norimberga più di qualcuno tra chi aveva eseguito ordini finì impiccato. L’articolo che segue aggrava la situazione per i dipendenti degli enti pubblici. Quindi, oggi molti più di qualcuno dovrebbero cominciare a meditare, perché non può andare sempre come sta andando. Lo scrivo per loro.

Non dico nulla dell’art. 32 per non cadere nella volgarità, mentre mi faccio una risata più che amara sull’art. 33: “L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento.” Su quel binario, l’art. 34 assicura che “la scuola è aperta a tutti.” Curiosamente, non si parla di punturine come condizione.

Trovo personalmente interessante l’art. 41, secondo il quale “L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla salute, all’ambiente, alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.” E qui credo si potrebbe compilare una certo non breve lista di domande da porre ai garanti.

Purtroppo, potrei continuare a lungo ma, da uomo della strada, troverei di certo un “luminare” che, incapace di rispondere, si difenderebbe in modo mortificante per sé stesso, sostenendo che io non ho titolo per capire la Costituzione. Insomma, da una parte si afferma all’art. 5 del Codice penale che non è ammessa l’ignoranza della legge, e dall’altra si afferma che la legge può essere conosciuta solo da pochi eletti. Eppure, la Costituzione è il certificato di garanzia che va letto, conosciuto e osservato, come è il caso anche relativo all’acquisto di un frullatore.

A conclusione, dopo essermi riletto, evidentemente, stando ai risultati correnti, senza capirla, tutta la Costituzione, mi pare che a valere senza che questo tocchi interessi lontanissimi da quelli del garantito, resti l’art. 12: “La bandiera della Repubblica è il tricolore italiano: verde, bianco e rosso, a tre bande verticali di eguali dimensioni.”

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