Mosca, appello a diplomatici e stranieri: «Lasciate Kiev». Cosa succede.

Il ministero degli Esteri russo ha rinnovato oggi il suo invito ai diplomatici e ai cittadini stranieri presenti a Kiev: lasciate la città e non entrate in Ucraina. Il nuovo appello di Mosca arriva con un avvertimento esplicito. Le forze armate russe, si legge nella nota, «continueranno a sferrare massicci attacchi di rappresaglia». Chi resta, lo fa a proprio rischio.
Mosca aveva già diffuso lo stesso invito il 25 maggio. Questa volta il messaggio arriva dopo settimane di raid sempre più intensi contro la capitale ucraina, che stanno colpendo ponti e infrastrutture energetiche.
Cosa dice la nota del ministero degli Esteri russo
Il ministero ricorda di aver «precedentemente esortato i cittadini stranieri e i diplomatici presenti a Kiev a lasciare la città e ad astenersi dal visitare l’Ucraina». Poi aggiunge: «Notiamo con preoccupazione che non tutti hanno prestato ascolto a questi avvertimenti e che alcune persone si espongono consapevolmente a un pericolo mortale».
Secondo il testo diffuso dalle agenzie russe, gli attacchi colpiranno «siti militari a Kiev e in altre città ucraine». La chiusura della nota attribuisce la colpa in anticipo: la responsabilità di eventuali conseguenze, scrive Mosca, «ricade interamente su chi ignora questo avvertimento».
Il tono si accorda con le parole di Vladimir Putin rilanciate giovedì dal profilo ufficiale della diplomazia russa: «Stiamo entrando in una realtà completamente nuova e senza precedenti».
Kiev sotto attacco: i ponti sul Dnipro
Il fiume Dnipro taglia Kiev in due. Otto attraversamenti collegano la riva sinistra, a est, con quella destra, a ovest, dove si trovano il centro e i palazzi del governo. Da giovedì i raid russi si concentrano proprio su questi collegamenti.
Il ponte meridionale, una struttura sostenuta da tiranti d’acciaio, è stato colpito più volte. Ieri le autorità lo hanno chiuso e hanno limitato il traffico su un secondo ponte, dopo un’ondata di attacchi con droni veloci a propulsione a getto. Il risultato è stato il blocco della città: lunghe code di auto e autobus fermi, pendolari costretti a cercare percorsi alternativi o a proseguire a piedi.
Oggi è toccato al ponte settentrionale. «Il ponte settentrionale è stato colpito. I servizi di emergenza si stanno recando sul posto», ha scritto su Telegram il sindaco Vitali Klitschko. Il raid ha danneggiato il manto stradale e i cavi dei filobus. Il traffico dalla riva sinistra verso quella destra è stato bloccato.
Ieri lo stesso Klitschko aveva chiesto alla città di mettersi in assetto di guerra, perché il nemico «sta dilaniando Kiev».
Mosca parla di «siti militari». Ponti, centrali e linee elettriche sono però infrastrutture a duplice uso: servono all’esercito per spostare uomini e mezzi, e servono ai civili per andare al lavoro, scaldarsi, avere acqua corrente. È su questa ambiguità che si gioca lo scontro sulla legittimità degli attacchi.
Nella notte un attacco ucraino ha interrotto l’erogazione di corrente e acqua in diverse zone di Donetsk, città del Donbass controllata dai russi. «Durante la notte, il nemico ha attaccato di nuovo le nostre strutture energetiche. Purtroppo, ci sono stati danni in diversi distretti di Donetsk e Makeyevka», ha scritto sui social Andrei Chertov, uno dei dirigenti locali filorussi.
Quando una potenza nemica dice di andarsene
L’invito a lasciare una città, rivolto da chi la bombarda, ha precedenti precisi. Nei casi più noti degli ultimi decenni, all’avviso è seguito un salto di intensità.
Il 17 marzo 2003 George W. Bush diede a Saddam Hussein 48 ore per lasciare l’Iraq. Nello stesso discorso invitò giornalisti stranieri e ispettori ad andarsene. Tre giorni dopo cominciò l’invasione.
Il 1° marzo 2022 fu proprio il ministero della Difesa russo a invitare i residenti di Kiev che vivevano vicino a obiettivi dei servizi di sicurezza e delle telecomunicazioni ucraine ad allontanarsi. Poche ore dopo fu colpita la torre della televisione.
Il 13 ottobre 2023 l’esercito israeliano ordinò a circa un milione di abitanti del nord di Gaza di spostarsi a sud. Nelle settimane successive arrivò l’offensiva di terra. Il 23 settembre 2024 Israele avvertì gli abitanti del sud del Libano di lasciare le case vicine a strutture di Hezbollah. Quel giorno i raid fecero centinaia di morti. Una settimana dopo partì l’incursione di terra.
Gli avvisi hanno anche altre funzioni. Il diritto internazionale umanitario, all’articolo 57 del Primo Protocollo aggiuntivo alle Convenzioni di Ginevra, chiede di avvertire in anticipo la popolazione civile quando le circostanze lo consentono. Un avviso pubblico permette a chi attacca di sostenere di aver rispettato quell’obbligo. È inoltre uno strumento di guerra psicologica, perché semina paura e spinge alla fuga.
In nessuno dei casi citati, però, l’avviso ha preceduto una tregua.
Il messaggio alle cancellerie occidentali
Il destinatario della nota russa sono soprattutto le ambasciate. Molte rappresentanze europee, compresa quella italiana, sono tornate a lavorare a Kiev dopo i primi mesi di guerra. La loro presenza è anche un segnale politico di sostegno al governo ucraino.
La nota mette quei governi davanti a una scelta. Se restano, accettano un rischio dichiarato. Se richiamano il personale, mandano un segnale di arretramento. In entrambi i casi Mosca ha già scritto, nero su bianco, a chi attribuirà le conseguenze.
Zelensky accusa Putin di aver stracciato le regole dei conflitti armati, autorizzando attacchi massicci contro zone civili. Il Cremlino parla di rappresaglia. Mosca non ha precisato a quali azioni ucraine si riferisca, ma il termine colloca i raid su Kiev dentro una catena di azioni e reazioni. In questa catena i bombardamenti in profondità sul territorio russo, resi possibili da armi e intelligence occidentali, hanno un ruolo diretto. Ogni nuova fornitura e ogni passo del riarmo europeo allungano la catena e aumentano il rischio che il conflitto esca dai confini ucraini.
Intanto la guerra si allarga anche sul mare. Le forze russe hanno colpito una nave mercantile battente bandiera liberiana in uno dei porti della regione di Odessa. Un marinaio è morto e tre sono rimasti feriti. Lo ha comunicato su Facebook l’autorità ucraina che gestisce i porti: i 13 membri dell’equipaggio sono stati evacuati e messi al sicuro. Per Kiev si tratta dell’«ennesimo attacco deliberato della Federazione Russa contro la navigazione civile».