Tsunami blu: Murdoch si allontana da Trump. «Non vuole stare con un perdente»

Il New York Post, il tabloid di Rupert Murdoch che Donald Trump ha più volte indicato come il suo giornale preferito, ieri ha aperto la prima pagina con la sconfitta del presidente alle elezioni di metà mandato. Il titolo occupa tutta la pagina: «BLUE TSUNAMI». Sotto, il sommario: «Trump subisce una sconfitta storica mentre i democratici dilagano nelle midterm». La copertina è il segnale più visibile di un raffreddamento che attraversa l’intero impero mediatico di Murdoch, dal Wall Street Journal a Fox News. Il voto di martedì ha consegnato ai democratici entrambi i rami del Congresso.
New York Post, Trump travolto dall’onda di Hokusai
L’immagine rielabora «La grande onda di Kanagawa», la celebre xilografia del giapponese Katsushika Hokusai. Trump compare a bocca spalancata, con una mano alzata come per ripararsi da un’onda gigantesca. Sullo sfondo si vede la Casa Bianca. Il testo di accompagnamento descrive democratici capaci di strappare distretti che il presidente aveva vinto alle ultime elezioni e di affermarsi in Stati considerati inespugnabili.
Il comitato editoriale del giornale è stato ancora più duro. «In questa elezione, almeno, il tocco di Trump è stato tossico: i candidati che ha contribuito a scegliere hanno tutti perso, o comunque ottenuto risultati molto inferiori alle attese», si legge nell’editoriale. «Voleva che gli elettori facessero finta che lui fosse sulla scheda, e la maggior parte di quelli che lo hanno fatto ha votato contro il suo partito». Il Post riserva un avvertimento anche ai vincitori. Secondo il tabloid, i democratici hanno vinto soltanto come opposizione a Trump, senza esprimere una visione realistica per il futuro. L’elettorato, scrive, difficilmente li premierà se si limiteranno a combattere il presidente.
Midterm 2026, la disfatta repubblicana negli Stati rossi
Le elezioni di metà mandato si tengono due anni dopo le presidenziali. Rinnovano l’intera Camera dei rappresentanti e un terzo del Senato e vengono lette come un giudizio sull’operato della Casa Bianca. Martedì il crollo repubblicano si è esteso anche a territori ritenuti sicuri. Secondo il Daily Beast, i democratici hanno conquistato almeno sette seggi al Senato, tra cui quelli di South Carolina, Texas e Kansas.
In Kansas il senatore uscente Roger Marshall è stato battuto dal democratico Adam Hamilton: lo Stato non eleggeva un democratico al Senato dal 1932. In Texas il procuratore generale Ken Paxton ha perso contro James Talarico. In Michigan Abdul El-Sayed ha sconfitto Mike Rogers, il candidato sostenuto da Trump, nonostante l’amministrazione avesse cercato di presentarlo come un «jihadista». A 42 anni, El-Sayed diventa il primo musulmano eletto al Senato degli Stati Uniti.
Il presidente, che ha 80 anni, ha commentato su Truth Social: «Non ero sulla scheda e, se ci fossi stato, avremmo vinto con una valanga di voti».
Wall Street Journal: Trump «principale artefice» della disfatta
Poco dopo la mezzanotte è arrivato l’editoriale del Wall Street Journal, il quotidiano finanziario di Murdoch. «Fedele al suo stile, il presidente Trump sta già dando la colpa a tutti gli altri, ma è lui il principale artefice di questa disfatta», ha scritto il comitato editoriale. Il giornale imputa la sconfitta a una gestione del secondo mandato «erratica e autoindulgente», che avrebbe alienato gran parte della coalizione costruita nel 2024.
Il Journal indica due cause precise: i dazi e la guerra con l’Iran, che hanno fatto salire i prezzi per milioni di americani, a cominciare dai carburanti. «Il problema più grande della guerra è che Trump non ha mai spiegato la sua strategia né è stato coerente nei suoi obiettivi», si legge. Il quotidiano critica anche l’attenzione del presidente per i progetti personali a Washington, come la sala da ballo e l’arco, e l’arricchimento suo e della sua famiglia durante il secondo mandato. La conclusione è netta: il Partito repubblicano ha bisogno di un dibattito su ciò che rappresenta «dopo Donald Trump».
Il Journal aveva già attaccato più volte il presidente: per i rapporti cordiali con la Russia di Vladimir Putin, per la campagna contro il presidente della Federal Reserve Jerome Powell e per l’esclusione di alcune testate dalla Casa Bianca. Ad aprile Trump aveva definito il suo comitato editoriale «uno dei peggiori e più imprecisi al mondo», dopo che il giornale lo aveva criticato per aver proclamato con troppo anticipo la vittoria sull’Iran.
Fox News e la guerra in Iran, le ammissioni di Hannity e Ingraham
Il cambiamento più significativo riguarda Fox News, la rete televisiva che per un decennio ha sostenuto il presidente. A Sean Hannity, tra i suoi difensori più fedeli, è stato chiesto se l’esito del voto sarebbe stato diverso senza la guerra con l’Iran. «Al cento per cento. Non credo ci siano dubbi», ha risposto. Laura Ingraham ha definito il conflitto «davvero difficile e spiegato male».
Trump ha passato la notte elettorale davanti a Fox News, attaccandola sui social. Secondo il Financial Times, ha parlato di «un attacco mirato» e ha definito un conduttore «STUPIDO COME UN SASSO». Durante la diretta ha scritto a Greg Gutfeld chiedendogli di dire alla collega Jessica Tarlov che era «la PEGGIORE». Gutfeld ha letto il messaggio in onda. Tarlov ha replicato: «Basta premere stop». Poco dopo il presidente ha concesso a Bret Baier e Martha MacCallum un’intervista di oltre venti minuti, con un tono calmo, quasi rassegnato. «È solo un momento, Bret. C’era un certo clima nell’aria, immagino», ha detto. «Faccio grandi cose da molto tempo». Ha evitato le domande sulla guerra in Iran e sul suo governo e ha persino riconosciuto la buona prova dei democratici.
I legami restano stretti. Karoline Leavitt, fino a pochi giorni fa portavoce della Casa Bianca, questa settimana è diventata commentatrice della rete. In diretta ha raccontato di aver «appena parlato» con Trump e ha difeso il suo operato.
Murdoch e Trump, la regola del cavallo vincente
Un ex alto dirigente di News Corp, citato dal Financial Times, ha descritto così l’atteggiamento dell’editore: «Rupert non vuole stare con un perdente. Trump non gli interessa più, gli interessa il pubblico». Secondo la stessa fonte, Murdoch cerca da sempre di individuare presto i vincitori politici, per influenzarne l’agenda e renderli suoi debitori.
Le ragioni commerciali sono evidenti. A ottobre gli ascolti di Fox News in prima serata sono calati del 28 per cento rispetto a un anno prima. Lachlan Murdoch, amministratore delegato di Fox, ha parlato di spettatori «affaticati». La rete fa notare di essere rimasta il canale via cavo più visto e rivendica 3,9 miliardi di visualizzazioni su YouTube quest’anno. Il dilemma resta: Fox deve trattenere la base più fedele e insieme conquistare un pubblico più giovane, con la concorrente Newsmax pronta ad accogliere i delusi. Sullo sfondo c’è la successione. L’anno scorso Murdoch ha accettato di versare oltre tre miliardi di dollari a tre dei suoi figli perché il controllo del gruppo passi a Lachlan dopo la sua morte e la linea resti conservatrice.
La guerra con l’Iran è il punto su cui l’impero Murdoch rompe con più chiarezza. I media che per anni hanno accompagnato la politica estera della Casa Bianca riconoscono oggi che il conflitto è costato voti e non è mai stato spiegato agli elettori. Era già accaduto nel 2003, quando le testate del gruppo sostennero l’invasione dell’Iraq. Allora come oggi, l’autocritica è arrivata quando il prezzo della guerra è ricaduto sugli elettori, nei sondaggi e nei costi della vita quotidiana. Secondo il Financial Times, il giorno dopo il voto il petrolio è sceso sotto i cento dollari al barile sulle speranze di pace legate al nuovo equilibrio politico.
L’orientamento del gruppo non cambia. Ieri, alle 6.01 del mattino, la conduttrice di Fox News Ainsley Earhardt ha accolto gli spettatori con queste parole: «Il vostro portafoglio e il vostro stile di vita sono nel mirino». Per il resto della giornata la rete ha lanciato l’allarme sulla crescente influenza dei socialisti democratici.