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Esteri

NATO allo sbando: gli USA tagliano bombardieri, caccia e sottomarini

Washington riduce drasticamente il contributo militare all’Alleanza. L’Europa paga il conto delle scelte di von der Leyen.
Byoblu·27 maggio 2026
Esteri — Byoblu

Bruxelles, 27 maggio 2026. Quello che per mesi era stato liquidato come esagerazione o propaganda si sta materializzando con una rapidità e una brutalità che hanno lasciato senza parole anche i diplomatici più navigati dell’Alleanza Atlantica. Gli Stati Uniti hanno comunicato ufficialmente ai propri alleati NATO la loro intenzione di tagliare in modo drastico il contributo militare convenzionale all’Alleanza, riducendo di un terzo il numero di caccia disponibili, dimezzando i bombardieri strategici, eliminando del tutto i sottomarini e riducendo sensibilmente la disponibilità di cacciatorpediniere e droni armati. La notizia, riportata in prima battuta dal settimanale tedesco Der Spiegel e confermata da più fonti diplomatiche NATO all’ANSA il 26 maggio 2026, ha il sapore di un terremoto geopolitico.

L’incontro in cui è stata consegnata questa doccia fredda si è tenuto venerdì scorso, in forma riservata, presso il quartier generale NATO a Bruxelles. A illustrare i piani di Washington ai “defence policy directors” degli alleati è stato Alexander Velez-Green, consigliere senior e inviato del segretario alla Difesa Pete Hegseth. Secondo le fonti diplomatiche interpellate dall’ANSA, i tagli vengono definiti “sostanziali”, pur in assenza di una lista ufficiale definitiva e di una tempistica precisa. I dettagli completi dovrebbero emergere in occasione di una conferenza sulla generazione di forze, prevista per l’inizio di giugno.

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La NATO che crolla sotto il peso degli errori europei

C’è una domanda che nessun funzionario di Bruxelles sembra voler affrontare apertamente: come si è arrivati fin qui? La risposta, scomoda quanto inevitabile, porta direttamente al cuore della politica estera europea degli ultimi anni, incarnata dalla Commissione presieduta da Ursula von der Leyen.

Per anni Bruxelles ha scelto di trasformare la NATO in uno strumento di tensione permanente: prima con la Russia, alimentando retoriche da guerra fredda in salsa neocon che hanno contribuito ad avvelenare qualsiasi possibilità di dialogo con Mosca; poi con lo stesso Donald Trump, trattato più come un avversario ideologico che come il presidente dell’alleato principale. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: gli USA stanno uscendo dalla porta principale, mentre l’Europa resta con il cerino in mano.

Il segretario di Stato Marco Rubio aveva già mandato segnali inequivocabili durante la riunione ministeriale degli Esteri a Helsingborg, in Svezia, affermando che i tempi di “aggiustamento” non possono andare avanti indefinitamente. Ma Bruxelles ha continuato a fare orecchie da mercante, preferendo l’ortodossia politica alla realpolitik.

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L’isolamento crescente di un’Europa senza bussola

Nel frattempo, il mondo attorno all’Unione Europea si è riorganizzato in modo silenzioso ma radicale. Mentre Bruxelles dilapidava il capitale diplomatico con Washington e Mosca, la Cina avanzava. Pechino, che nel 2027 potrebbe — secondo le agenzie di intelligence americane — essere in grado di colpire Taiwan, ha rafforzato i propri legami con il Golfo Persico. I Paesi del Golfo, un tempo pilastri della cooperazione energetica con l’Occidente, guardano sempre più verso est, attratti da un interlocutore che non impone sanzioni morali e non esporta rivoluzioni colorate.

La crisi nello Stretto di Hormuz — teatro del conflitto tra USA e Iran — ha ulteriormente mostrato la distanza siderale tra Washington e gli alleati europei, con Trump che ha apertamente criticato la mancanza di supporto europeo e ha evocato la possibilità di abbandonare la NATO. Non si tratta più di una minaccia retorica: è un processo in atto, documentato da briefing riservati e da fonti diplomatiche.

Il summit di Ankara, previsto per il 7 e 8 luglio prossimi, dovrebbe ufficializzare la nascita di una “NATO 3.0”, nella quale gli europei si assumono l’intera difesa convenzionale del continente. Ma il nodo irrisolto è che l’Europa non dispone né delle capacità né, in molti casi, della volontà politica per farlo. Nessun Paese europeo possiede bombardieri strategici in grado di trasportare armi nucleari. La sostituzione delle due portaerei americane finora previste nel “Force Model” appare, per stessa ammissione degli esperti, pressoché impossibile nel breve periodo.

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Il “bilanciamento più equo” che suona come abbandono

Le voci rassicuranti non mancano. Il presidente del Comitato Militare NATO, l’ammiraglio italiano Giuseppe Cavo Dragone, ha dichiarato in un’intervista a Rai1 che non si tratta di “sganciamento” americano ma di “distribuzione più equa” degli oneri, “di cui avevamo bisogno”. La portavoce dell’Alleanza Allison Hart ha parlato di “eccessivo affidamento” sugli Stati Uniti e di una riorganizzazione “sostenibile per i decenni a venire”.

Ma le parole di circostanza stridono con la realtà dei numeri. Fino ad oggi gli USA fornivano circa la metà delle capacità militari dell’intera Alleanza. Ridurre questo contributo con i tempi di risposta che Washington sta imponendo — una prima risposta è attesa già per la Force Sourcing Conference di inizio giugno — significa chiedere all’Europa di compiere in pochi mesi ciò che non ha saputo fare in decenni.

Il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot ha tentato di trasformare la crisi in opportunità, parlando di una “chance per rafforzare il ruolo europeo all’interno dell’Alleanza”. Il suo omologo tedesco Johann Wadephul ha fotografato un vertice trilaterale con il collega francese e quello britannico come segnale di coordinamento. Berlino, Parigi e Londra si candidano già a guidare una difesa europea autonoma. Ma chi si fida di chi, in un’Unione sempre più attraversata da fratture interne e tensioni nazionaliste?

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Il conto di una politica estera fallimentare

L’unica certezza in questo scenario è che l’ombrello nucleare americano resta — per ora — al suo posto. Su questo punto, tutte le fonti concordano: la deterrenza nucleare USA in Europa non è in discussione. Ma la difesa convenzionale — quella che serve nei conflitti reali, nei momenti di crisi, nelle escalation che non raggiungono la soglia del nucleare — diventerà un problema esclusivamente europeo.

La vera domanda, che nessun leader europeo ha il coraggio di porre, è questa: la linea politica di Bruxelles degli ultimi anni — antagonista con la Russia, ostile a Trump, subalterna a un’agenda ideologica disconnessa dalla realtà strategica — ha reso l’Europa più sicura o più vulnerabile? La risposta, arrivata sotto forma di un briefing riservato a Bruxelles il 23 maggio 2026, non lascia spazio a interpretazioni consolatorie.

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