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Esteri

Netanyahu sfida l’Onu: «Israele vincerà», ma l’aula si svuota e fuori la polizia arresta tutti. Cos’ha detto il premier israeliano: il suo discorso integrale.

Il premier rivendica la guerra su sette fronti, nega il genocidio a Gaza e chiama «codardi morali» i delegati usciti in protesta. Ricercato dalla CPI, parla a New York.
Byoblu·25 settembre 2026
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Benjamin Netanyahu è salito ieri alla tribuna dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, a New York, davanti a un’aula che si stava svuotando prima ancora che iniziasse a parlare. Il premier israeliano ha sfidato l’Onu con un lungo intervento che rivendica la guerra: l’attacco al programma nucleare iraniano, i colpi a Hamas e Hezbollah, i combattimenti su «sette fronti». Ha respinto l’accusa di genocidio a Gaza e ha insultato i diplomatici usciti in protesta. Poi ha chiuso con il motto del fratello caduto: «Vinceremo, non abbiamo altra scelta».

Il contesto: tre anni di guerra e un mandato d’arresto

La guerra dura dal 7 ottobre 2023, quando l’attacco di Hamas nel sud di Israele, secondo Tel Aviv, uccise circa 1.200 persone. Da allora Gaza è stata ridotta in macerie, con decine di migliaia di morti palestinesi, in grande numero anche bambini. Il conflitto si è allargato al Libano, allo Yemen, alla Siria e all’Iran.

Nel novembre 2024 la Corte penale internazionale, il tribunale dell’Aia che giudica i singoli individui per crimini di guerra e contro l’umanità, ha emesso un mandato d’arresto contro Netanyahu. Tra le accuse c’è l’uso della fame come metodo di guerra. Negli Stati Uniti, che non riconoscono la Corte, il premier può muoversi senza rischi. Per questo ha potuto parlare a pochi isolati da Wall Street.

L’aula semivuota e i «codardi morali»

All’annuncio del suo nome diverse delegazioni hanno lasciato la sala. Altre applaudivano. Dalle tribune si levavano cori di «Am Israel Chai», «il popolo d’Israele vive». Il presidente di turno ha dovuto richiamare l’ordine più volte.

Netanyahu ha ringraziato con ironia chi usciva e ha invitato gli altri «codardi morali» a fare lo stesso. «Difendendosi, Israele difende anche molti dei Paesi i cui delegati hanno appena lasciato questa sala», ha detto. Ha poi sostenuto che diversi leader stranieri lo ringrazierebbero in privato per l’azione contro l’Iran, parlando di «ipocrisia».

Il discorso è stato diffuso anche a Gaza con gli altoparlanti e, secondo il premier, sui telefoni dei capi di Hamas. A loro ha lanciato un ultimatum: arrendersi e liberare gli ostaggi, oppure morire.

Sull’Iran: «Se non l’avessimo fatto, saremmo tutti morti»

Netanyahu è tornato al 2012, quando da quella stessa tribuna mostrò il disegno di una bomba con la sua «linea rossa». «Ho giurato di impedire alla sanguinaria dittatura iraniana di sviluppare bombe atomiche», ha ricordato. Colpire gli impianti iraniani, ha spiegato, «è stata una delle decisioni più facili che abbia mai dovuto prendere come primo ministro, perché se non l’avessimo fatto, saremmo tutti morti».

Ha ringraziato Donald Trump, definito il miglior partner mai avuto da Israele, per la sua «leadership audace». Stati Uniti e Israele, ha detto, hanno agito insieme per «salvare la civiltà». Ha previsto la caduta degli ayatollah. Poi ha esibito un terminale satellitare Starlink, presentato come strumento per aggirare la censura di Teheran.

Teheran ha sempre negato di voler costruire l’atomica. I primi raid israeliani del giugno 2025 arrivarono mentre era in calendario un nuovo round di colloqui tra Stati Uniti e Iran.

7 ottobre, Entebbe e il fratello Yoni

Per spiegare il 7 ottobre al pubblico americano, Netanyahu ha paragonato i 1.200 morti israeliani a 40 mila vittime statunitensi in un giorno: «Sono 16 volte l’11 settembre». «In quel giorno così buio, i nostri nemici si aspettavano che crollassimo. Non siamo crollati. Ci siamo rialzati e abbiamo combattuto come leoni», ha detto.

Ha poi evocato il fratello Yonatan, detto Yoni. Nel 1967, alla vigilia della Guerra dei Sei Giorni, fu lui a dirgli che Israele avrebbe vinto perché non aveva altra scelta. Nel 1976 Yoni morì guidando il blitz di Entebbe, in Uganda, che liberò oltre cento ostaggi.

Il cercapersone mostrato come un trofeo

Israele, ha detto il premier, combatte su sette fronti: Gaza, Libano, Yemen, Siria, Iraq, Cisgiordania e Iran. A un certo punto ha estratto un piccolo cercapersone nero. «Ricordate i cercapersone?», ha chiesto. «Posso dirvi questo: Hezbollah se li ricorda eccome».

Il riferimento è al settembre 2024. Migliaia di dispositivi esplosero in contemporanea in tutto il Libano: nei mercati, nelle case, per strada. I morti furono decine, bambini compresi, i feriti migliaia. Esperti indipendenti delle Nazioni Unite parlarono di violazione del diritto internazionale. Ieri quell’operazione è stata esibita come un trofeo nella sala che quel diritto dovrebbe custodire.

«Israele ha impedito un genocidio»

Il passaggio centrale è stato la negazione. «Israele non ha commesso un genocidio. Israele ha impedito un genocidio», ha scandito Netanyahu. Il riferimento è a ciò che Hamas, i «compagni» del sindaco di New York Zohran Mamdani, avrebbe fatto agli israeliani se non fosse stato fermato.

A sostegno ha citato il cibo e i vaccini fatti entrare nella Striscia, le telefonate, i volantini e i messaggi per avvertire i civili prima dei bombardamenti, e il giudizio dell’esperto militare americano John Spencer. Ha aggiunto che Israele deve «finire il lavoro» a Gaza.

Le istituzioni internazionali dicono altro. Nell’agosto 2025 la classificazione internazionale sulla sicurezza alimentare, sostenuta dalle agenzie Onu, ha certificato la carestia a Gaza City. Un mese dopo una commissione d’inchiesta indipendente dell’Onu ha concluso che a Gaza è in corso un genocidio. Alla Corte internazionale di giustizia è pendente il ricorso del Sudafrica contro Israele proprio per genocidio.

L’«ottavo fronte»: la propaganda è sempre degli altri

Netanyahu ha parlato di una «guerra per la verità» combattuta sui media e sui social. Il Qatar, secondo lui, avrebbe speso «miliardi incalcolabili» per finanziare università americane, Al Jazeera e campagne contro Israele. Doha ospita l’ufficio politico di Hamas dal 2012, con il via libera di Washington, come canale di mediazione. Nel settembre 2025 Israele lo bombardò mentre i negoziatori discutevano una proposta di tregua.

Il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan è stato definito un «tiranno». La Turchia è diventata «il più recente super-diffusore di menzogne antisemite». Contro Mamdani, primo sindaco musulmano di New York, il premier ha usato toni da comizio: «Vergognati per aver diffuso bugie». E ancora: «Non mi puoi mettere a tacere, non puoi mettere a tacere la verità».

A denunciare la propaganda altrui è un governo che dal 2023 impedisce alla stampa estera di entrare liberamente a Gaza. Lo stesso governo ieri ha trasmesso il proprio discorso negli altoparlanti puntati sulla Striscia. E l’accusa di antisemitismo rivolta a chiunque parli di genocidio assimila agli odiatori anche le molte voci ebraiche e antisioniste che contestano Israele in tutto il mondo.

Colonialismo, 1967, Golan: la Bibbia al posto del diritto

Sulle accuse di colonialismo, Netanyahu ha attaccato Londra e Parigi: «Accusano Israele di colonialismo. E chi ci accusa? Gente in Gran Bretagna e Francia che hanno coniato la parola colonialismo». Un anno fa entrambi i Paesi hanno riconosciuto lo Stato di Palestina.

Ha poi evocato il 1967 per sostenere che le minacce precedono l’occupazione: «Allora non eravamo in Giudea e Samaria, il cuore storico del popolo ebraico. Non eravamo a Gaza. Non eravamo sulle alture del Golan». Giudea e Samaria è il nome biblico con cui il governo israeliano chiama la Cisgiordania occupata. Nel luglio 2024 la Corte internazionale di giustizia ha dichiarato illegale l’occupazione di quei territori.

Al presidente siriano Ahmed al-Sharaa, che rivendica il Golan annesso da Israele nel 1981 con il riconoscimento dei soli Stati Uniti, ha risposto così: «Signor al-Sharaa, gli ebrei sono presenti sulle alture del Golan fin dai tempi di Mosè; può leggerlo nella Bibbia».

Con questo discorso, Netanyahu ha escluso ancora una volta uno Stato palestinese. Lo ha già dichiarato più volte, e nella sua lunga carriera non ha mai sottoscritto la formula «due popoli, due Stati». I critici del sionismo politico leggono in questa coerenza il cuore del progetto: riconoscimento pieno per Israele, nessun riconoscimento per i palestinesi.

Fuori dall’aula, la guerra continua

Secondo il sito di analisi statunitense Naked Capitalism, Netanyahu all’Onu si sarebbe «vantato dei suoi crimini». Nelle stesse ore l’Iran avrebbe minacciato gli aeroporti della regione e gli Houthi yemeniti di Ansar Allah avrebbero colpito l’Arabia Saudita «duramente e in profondità».

Nel finale il premier ha esortato gli ebrei di tutto il mondo a non cedere alla paura davanti all’antisemitismo crescente. Mamdani ha replicato poche ore dopo: Netanyahu, ha detto, sta cercando di ripulire il suo genocidio dei palestinesi.

Fuori dall’Onu: arresti e protesta

La contestazione non è rimasta dentro l’aula. Mentre Netanyahu parlava, davanti alla sede delle Nazioni Unite a New York si è svolta una manifestazione contro di lui e contro la guerra a Gaza. La polizia ha arrestato attori e politici presenti alla protesta; tra loro l’attrice Susan Sarandon. Gli arresti sono stati oltre cento.

Poche ore prima, il sindaco di New York Zohran Mamdani aveva accusato Netanyahu di cercare di «ripulire il suo genocidio dei palestinesi». Netanyahu lo aveva già attaccato dal podio, trasformando il nome del sindaco in un bersaglio del suo discorso.

Dentro, Netanyahu chiamava «codardi morali» i delegati che uscivano. Fuori, cittadini e personalità pubbliche rischiavano l’arresto, o venivano fermati dalla polizia, per contestare la sua presenza e la guerra. Se la sua voce ha raggiunto Gaza dagli altoparlanti, quella della protesta è arrivata fin sotto le finestre dell’Onu. E quando per parlare di responsabilità e di vittime si finisce in manette, ci si chiede quanto della cosiddetta democrazia e del suo principio cardine, la libertà di parola, sia veramente parte delle nostre forme di governo.

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