Newsom commuta 548 condanne a morte: lo Stato rinuncia a uccidere

Il governatore della California Gavin Newsom ha annunciato ieri che commuterà in ergastolo senza possibilità di libertà condizionale le condanne a morte di tutti i 548 detenuti del braccio della morte dello Stato. La decisione è contenuta in una lettera di tre pagine indirizzata «a tutti i californiani». È la più grande clemenza di massa nella storia degli Stati Uniti. Riguarda il braccio della morte più popoloso dell’emisfero occidentale e, una volta completata, ridurrà di quasi il 30% il numero dei condannati a morte nel Paese. L’annuncio arriva poche settimane dopo l’esecuzione fallita di Christa Pike in Tennessee, che ha riaperto in tutta l’America il dibattito sulla pena capitale.
«Prendo questa decisione perché sono fermamente convinto che l’uccisione autorizzata dallo Stato sia incompatibile con i valori della California, mini le fondamenta del nostro sistema giuridico e ci sminuisca tutti», ha scritto Newsom. Nella lettera riconosce che i condannati hanno causato «sofferenze indicibili» alle vittime e alle loro famiglie, e aggiunge di essere giunto alla conclusione che lo Stato non ha il diritto morale di togliere loro la vita. La sua scelta, scrive, arriva dopo «quasi tre decenni» di opposizione pubblica alle esecuzioni.
Condanne a morte in California, un sistema rimasto in funzione fino a ieri
I detenuti coinvolti sono 529 uomini e 19 donne, oltre un quarto di tutti i condannati a morte degli Stati Uniti. Fra loro figurano il serial killer Randy Kraft, Charles Ng, condannato per undici omicidi negli anni Ottanta, e Richard Allen Davis, che nel 1993 rapì e uccise la dodicenne Polly Klaas.
La California non esegue una condanna dal 17 gennaio 2006. Nel marzo 2019 Newsom aveva imposto una moratoria, e sotto la sua amministrazione la camera delle esecuzioni del carcere di San Quentin è stata smantellata. Le sentenze, però, sono rimaste in vigore. E i tribunali hanno continuato a emetterne di nuove per anni. Secondo il Death Penalty Information Center (DPIC), organizzazione che monitora la pena capitale, nel 2025 sono state cinque, contro le 42 del 1999.
Il bilancio economico è eloquente. Sempre secondo il DPIC, dal 1978 lo Stato ha speso 6 miliardi di dollari per mantenere la pena di morte, eseguendo appena 13 condanne. Ad aprile il 68% dei condannati apparteneva a minoranze etniche.
Pena di morte, gli errori strutturali che lo Stato ammette
Nella motivazione Newsom elenca ragioni morali, costi elevati e rischio di errore umano. È un’ammissione rilevante, perché arriva dalla massima autorità di uno Stato che per decenni ha emesso quelle sentenze. Il DPIC calcola che dal 1973 negli Stati Uniti almeno 203 persone condannate a morte siano state poi scagionate. Un sondaggio del Pew Research Center pubblicato ad agosto indica che il 66% degli americani sostiene ancora la pena capitale per gli omicidi, ma il 73% riconosce il rischio di giustiziare un innocente.
L’ACLU, la principale organizzazione americana per i diritti civili, ha applaudito la decisione. «Queste commutazioni riflettono ciò che la giustizia esige: porre fine a una pena razzista, soggetta a errori e disumana», ha dichiarato il direttore esecutivo Anthony D. Romero. Per la procuratrice distrettuale di Contra Costa, Diana Becton, la misura farà risparmiare ai contribuenti «centinaia di milioni di dollari».
La California, oggi associata a politiche progressiste, è stata a lungo un laboratorio del pugno duro. All’inizio degli anni Novanta fu tra i primi Stati ad adottare le leggi «three strikes», che infliggono pene minime elevatissime ai recidivi.
Christa Pike, l’esecuzione fallita che ha incrinato il mito dell’iniezione «umana»
Il contesto nazionale pesa. Il 30 settembre, in Tennessee, a Christa Pike sono state somministrate due dosi di pentobarbital. Il suo cuore ha continuato a battere e la donna è stata ricoverata d’urgenza in condizioni critiche. Pike era stata condannata per l’omicidio della compagna di studi Colleen Slemmer, commesso nel 1995 a 18 anni. La giuria che la mandò a morte non conobbe la sua lunga storia di abusi e i disturbi psichiatrici di cui soffriva. Il governatore Bill Lee ha ordinato un’indagine e sospeso le esecuzioni previste nello Stato fino a fine anno.
L’episodio ha mostrato che il metodo presentato come la forma più «umana» di esecuzione può trasformarsi in una lunga agonia. Altrove, però, la macchina non si è fermata. I tribunali hanno respinto le richieste di sospensione in altre giurisdizioni e ieri erano in programma tre iniezioni letali, in Indiana, Florida e Alabama.
A livello federale la direzione è opposta. Ad aprile l’amministrazione Trump si è impegnata ad ampliare le esecuzioni federali, anche con il plotone d’esecuzione. Il mese scorso il segretario alla Difesa Pete Hegseth aveva proposto di trasmettere in diretta la fucilazione dell’autore di un attentato contro una base militare. Dopo le proteste di destra e sinistra, della Chiesa cattolica e delle Nazioni Unite, Trump ha rinunciato alla diretta, confermando l’esecuzione per il 3 dicembre.
Commutazione e voto popolare: la pena di morte resta nella legge californiana
La clemenza svuota il braccio della morte, ma la pena capitale resta nell’ordinamento. Nel 2016 gli elettori californiani hanno respinto la sua abolizione. Il procuratore distrettuale di Los Angeles, Nathan J. Hochman, ha ricordato che i cittadini si sono espressi in due referendum per mantenerla. «Finché la legge non cambierà, il mio ufficio continuerà a valutare ogni caso punibile con la morte con il rigore che queste decisioni richiedono», ha dichiarato.
Il provvedimento non sarà automatico. 382 casi, quelli di detenuti con più condanne per reati gravi, dovranno essere approvati dalla Corte Suprema della California, con il voto di almeno quattro giudici su sette.
Sul fronte opposto si sono schierati la Criminal Justice Legal Foundation, l’associazione Crime Survivors e l’Associazione dei procuratori distrettuali della California. Secondo loro la decisione ferisce le famiglie delle vittime e calpesta la volontà degli elettori. «Ci addolora profondamente che alcune famiglie si sentano vittimizzate di nuovo», ha scritto Crime Survivors. Altri familiari la pensano diversamente. Jess Nichol, sorella di Polly Klaas, ha spiegato: «Pensavo che l’uomo che ha ucciso mia sorella meritasse di essere giustiziato. Col tempo ho capito che la sua esecuzione non ha assolutamente nulla a che vedere con la mia guarigione né con la vera sicurezza pubblica».
Newsom ha spiegato di aver commutato tutte le condanne per evitare di creare una gerarchia tra vittime e reati. Tutti i condannati sconteranno la stessa pena massima, il carcere a vita. In un passaggio della lettera scrive che ora si può lasciare che questi condannati «muoiano nell’oblio», mentre la memoria delle vittime viene onorata.
Newsom, la clemenza a fine mandato e la corsa al 2028
La tempistica ha anche una lettura politica. Il secondo e ultimo mandato di Newsom scade a gennaio. Il 4 gennaio 2027 gli subentrerà Xavier Becerra, ex segretario alla Salute. Il governatore è considerato tra i probabili candidati democratici alle presidenziali del 2028, e l’annuncio arriva pochi giorni dopo una tornata di elezioni di metà mandato favorevole al suo partito.
Il suo profilo in materia di giustizia, del resto, presenta contraddizioni. Nel 2022 ha posto il veto a una legge che avrebbe limitato l’isolamento carcerario, una pratica che le Nazioni Unite considerano tortura oltre una certa durata.
Altri governatori, in North Carolina, Oregon e Colorado, hanno commutato in passato alcune o tutte le condanne a morte dei rispettivi Stati. Oggi 23 Stati hanno abolito la pena capitale. La California resta fuori da questo elenco. Finché la legge non cambierà, i suoi tribunali potranno tornare a riempire il braccio della morte che il governatore ha appena svuotato.