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Ambiente

Nucleare in Italia: ddl delega in aula, ma la strada è ancora lunga

Dal ddl delega agli SMR, dal libro bianco di Nuclitalia alle divisioni politiche: tutti i dati e le posizioni sul ritorno all’atomo.
Byoblu·31 maggio 2026
Ambiente — Byoblu

Il disegno di legge delega sull’energia nucleare sostenibile, presentato dal governo alla Camera il 17 ottobre 2025, è pronto per il passaggio in aula. Dopo mesi di lavoro in sede referente nelle Commissioni riunite VIII (Ambiente) e X (Attività produttive), con l’esame di circa 500 emendamenti, l’iter è giunto a una svolta procedurale: i tempi degli interventi sono stati contingentati — ridotti da cinque a tre minuti per gruppo, più un minuto a titolo personale — e circa cento emendamenti del Movimento 5 Stelle sul deposito nazionale dei rifiuti radioattivi sono stati respinti in blocco con la tecnica del «canguro», votando un unico principio comune e non i singoli testi. Stando alle ultime dichiarazioni del ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, riportate da La Stampa il 31 maggio 2026, l’iter in aula dovrebbe cominciare a breve.

Il ddl: cosa prevede

Il provvedimento si compone di quattro articoli e conferisce al governo una delega da esercitare entro un anno per disciplinare «la produzione di energia da fonte nucleare sostenibile». L’ambito è più ampio di quanto il solo dibattito pubblico sugli Small Modular Reactor (SMR) lasci intendere: include la definizione di un programma nazionale, la disciplina dello smantellamento degli impianti esistenti, la gestione dei rifiuti radioattivi e del combustibile esaurito, la ricerca sulla fusione nucleare e il riordino delle competenze pubbliche del settore. Per l’attuazione degli investimenti previsti dalla delega sono stanziati 20 milioni di euro per ciascuno degli anni 2027, 2028 e 2029, a valere sulle risorse del Fondo per il finanziamento degli investimenti e lo sviluppo infrastrutturale del Paese assegnate al Ministero dell’Ambiente.

Le posizioni del governo: Meloni e Pichetto Fratin

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha impresso al dossier una precisa scadenza politica. In occasione dell’assemblea annuale di Confindustria, la premier ha annunciato che la legge delega sarà approvata entro l’estate, dopo di che arriveranno i decreti attuativi per costruire il quadro normativo necessario alla ripresa della produzione nucleare. L’obiettivo dichiarato dell’esecutivo è puntare sulle tecnologie di nuova generazione, in primo luogo gli SMR, reattori di potenza generalmente inferiore a 300 megawatt per modulo, progettati per essere prodotti in serie in fabbrica e assemblati in situ.

Pichetto Fratin ha articolato la visione del governo in più occasioni. Intervenendo a un evento milanese de Il Giornale il 21 aprile 2026, il ministro ha indicato che il nucleare potrebbe arrivare a coprire il 20% del fabbisogno energetico nazionale entro il 2050, con i primi piccoli reattori attesi nei primi anni del prossimo decennio. Ha inoltre aperto alla possibilità di un referendum abrogativo, a condizione che la legge delega venga prima approvata: «Confido nei giovani, che sono molto più attenti degli anziani e meno ideologici», ha dichiarato. Sul fronte della crisi energetica legata alle tensioni internazionali, Pichetto ha indicato una soglia precisa: se il prezzo del gas in Europa dovesse superare i 70 euro al megawattora (al momento dell’intervista intorno ai 40 euro), il governo valuterebbe la riattivazione delle due centrali a carbone di Civitavecchia e Brindisi, la cui dismissione è stata prorogata al 2038 dal recente Decreto Bollette.

Parlando a La Stampa il 31 maggio 2026, il ministro ha sottolineato che gli italiani sarebbero «ora meno ideologici» sulla questione nucleare e ha citato anche una sperimentazione in corso sulle navi mercantili come banco di prova tecnologico.

Il quadro di scenario ufficiale, elaborato nell’ambito del Piano Nazionale Integrato Energia e Clima (PNIEC), colloca l’apporto potenziale del nucleare tra 8 e 16 gigawatt al 2050, cioè tra l’11 e il 22% della domanda elettrica nazionale. Una forbice molto ampia che, secondo gli analisti del settore, riflette l’assenza di un piano industriale definito su siti, tecnologie e tempi di connessione alla rete.

Nuclitalia e la filiera industriale

Sul versante industriale, Nuclitalia — la società costituita circa un anno fa da Enel, Ansaldo e Leonardo — pubblicherà a novembre 2026 un libro bianco sugli SMR. Il documento dovrà contenere le conclusioni di una fase di studio sulla scelta tecnologica e sulle modalità di sviluppo di una filiera italiana. Secondo quanto riportato da Il Sole 24 Ore il 15 maggio 2026, è probabile che le conclusioni rimangano aperte su più opzioni, soprattutto in materia di tecnologia. Nel 2024 si era valutata l’ipotesi di adottare la tecnologia americana Westinghouse, ritenuta più avanzata e potenzialmente meno costosa. Il mutato contesto geopolitico ha tuttavia reso più complessa questa scelta: la dipendenza da una tecnologia extraeuropea pone interrogativi sulla sicurezza degli approvvigionamenti a lungo termine, aprendo la strada a valutazioni su soluzioni europee o sviluppate in Italia, con tempi e costi più elevati ma maggiore autonomia. In Italia esiste già, secondo Il Sole 24 Ore, la seconda filiera nucleare d’Europa per dimensioni — comprendente Ansaldo, Asg Superconductors (gruppo Malacalza) e Fincantieri — che però lavora prevalentemente per progetti all’estero.

Confindustria: il costo dell’energia come «minaccia esistenziale»

All’assemblea annuale di Confindustria, il presidente Emanuele Orsini ha affiancato esplicitamente la posizione del governo. «Per le imprese il prezzo dell’energia è ormai una vera e propria minaccia esistenziale», ha dichiarato, ricordando che l’Italia continua a pagare l’elettricità tra le più care d’Europa. Orsini ha respinto l’obiezione dei tempi lunghi di realizzazione degli impianti, definendo «falso» l’argomento secondo cui il nucleare sarebbe inutile perché richiede 10-15 anni. Ha inoltre annunciato la disponibilità delle imprese associate ad accogliere piccoli reattori modulari nei propri stabilimenti e distretti. Orsini ha anche chiesto di ricondurre la materia energetica alla competenza esclusiva dello Stato, segnalando circa 4.000 richieste di permesso per impianti rinnovabili bloccate e 131 gigawatt in attesa di autorizzazione.

Le voci contrarie: Pd e Movimento 5 Stelle

Il fronte politico critico è guidato principalmente da Partito Democratico e Movimento 5 Stelle. Secondo quanto riportato da La Stampa del 31 maggio 2026, il Pd accusa il governo di «offrire soluzioni che non esistono», mentre i Cinque Stelle contestano i costi, definendoli «tripli rispetto alle fonti green». Le posizioni di Carlo Calenda e Angelo Bonelli — rispettivamente favorevole e contrario — erano state articolate anche su Avvenire del 15 maggio 2026 in un confronto dedicato alle ragioni del sì e del no, i cui contenuti dettagliati non sono tuttavia accessibili integralmente.

Il contesto rinnovabile: i dati Terna

Il ritorno al dibattito nucleare avviene in un contesto in cui la transizione energetica è già in corso. Secondo il Rapporto Adeguatezza 2025 di Terna, a fine 2025 la capacità installata di eolico e solare aveva raggiunto i 57 gigawatt complessivi, con una nuova capacità entrata in esercizio nel solo 2025 pari a 7.191 megawatt — un passo nettamente superiore ai circa 1.400 megawatt del 2021. Tuttavia il target PNIEC 2030 fissa il traguardo a 107 gigawatt di fonti rinnovabili, lasciando ancora circa 50 gigawatt da installare in quattro anni. Il fabbisogno elettrico annuo nazionale ammontava nel 2025 a 311,3 terawattora. Questi dati confermano che il nucleare, per i tempi tecnici e normativi che ancora lo separano da qualsiasi entrata in esercizio, non potrà incidere sugli obiettivi di questo decennio.

Il quadro europeo

A livello europeo, la Commissione ha inserito dal 2023 specifiche attività nucleari nella tassonomia delle attività sostenibili, a condizioni stringenti. L’Agenzia internazionale per l’energia (IEA) registra che la generazione nucleare mondiale è sulla traiettoria di un nuovo record nel 2025 e segnala un sostegno attivo all’espansione in più di quaranta Paesi. L’Unione europea ha lanciato nel 2024 un’Alleanza industriale sugli SMR con l’obiettivo di favorire i primi progetti europei all’inizio del prossimo decennio. L’Italia aveva già aderito, il 10 marzo 2026, all’impegno internazionale per triplicare la capacità nucleare globale entro il 2050.

I nodi aperti

Al di là della scadenza politica dell’estate, il percorso presenta criticità strutturali che le fonti consultate indicano in modo convergente: i costi elevati degli impianti, la gestione delle scorie radioattive, i tempi di realizzazione stimati tra i dieci e i quindici anni per i primi impianti, la difficoltà di individuare siti idonei in un territorio esposto a rischi idrogeologici e sismici, e la scelta della tecnologia. La legge delega, se approvata, costituirà soltanto il primo tassello di un iter che prevede decreti attuativi, autorizzazioni, localizzazione e infine finanziamento industriale. L’entrata in esercizio di nuovi reattori, su questo tutti i soggetti coinvolti concordano, rimane fuori dall’orizzonte temporale dell’attuale legislatura.

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