Nuova ondata di Covid in Cina: a volte ritornano.

La Cina ha registrato una risalita estiva dei casi di Covid. Il Centro cinese per il controllo e la prevenzione delle malattie parla di oltre 79.000 casi confermati, di cui 130 classificati come gravi e un decesso. La variante che circola di più è la sottovariante di Omicron NB.1.8.1, con un livello di trasmissione definito “moderato”. Nella settimana dal 13 al 19 luglio il tasso di positività ai test ha toccato il 16,3%, in crescita di 4,3 punti rispetto ai sette giorni precedenti. Per la prima volta quest’anno, in Cina, il coronavirus ha scavalcato l’influenza come principale agente patogeno respiratorio.
Fine dei fatti comunicati. Adesso proviamo a metterli in fila.
I numeri, letti fino in fondo
Settantanovemila casi. Centotrenta gravi. Un morto. Un Paese di un miliardo e quattrocento milioni di persone. La maggior parte dei pazienti ha febbre e mal di gola, e si rimette in piedi in cinque, sette giorni. Le stesse autorità sanitarie cinesi dicono che il tasso di infezione è “significativamente inferiore” al picco dell’anno scorso e che non c’è nessun allarme in corso.
Detto in italiano corrente: si parla un malanno di stagione. Con la differenza che quando lo prende il naso di un cinese a luglio, in Europa qualcuno si sente in dovere di aprire il telegiornale.
E poi c’è quel 16,3% che gira su tutti i titoli come se fosse una scossa sismica. Il tasso di positività non è il numero dei malati: è una frazione tra i test positivi e quelli fatti. Mettiamo che decidi di testare solo chi si presenta in ospedale con la febbre invece della popolazione generale, ed ecco che il numero si muove da solo, senza che un solo virus in più abbia cambiato indirizzo. È aritmetica, non virologia. Chi ha vissuto il triennio 2020-2022 ha imparato a memoria come si costruisce una curva: basta decidere quanto scavare e con quale sensibilità impostare lo strumento, e la curva sale o scende a comando.
Da dove arrivano questi numeri?
Dettaglio che nessuno sottolinea mai. La fonte di tutto è il CDC di Pechino. Lo stesso apparato che nell’inverno 2019 ha gestito con trasparenza esemplare il debutto della faccenda, che ha tenuto la popolazione sotto chiave con la politica “zero Covid” fino a quando la piazza non ha cominciato a soffiare, e che poi, quando ha smontato tutto in una notte, ha comunicato al mondo cifre di mortalità che nessun osservatore serio ha mai considerato credibili.
È un regime. Fa filtrare i dati in base alla convenienza politica del momento, come tutti i regimi. Prendere per oro colato i suoi bollettini quando fanno paura, e ignorarli quando rassicurano, è il contrario del giornalismo. Al netto della fonte, va detto, il CDC cinese non fornisce nemmeno un totale settimanale delle nuove infezioni: fornisce percentuali. Su quelle si stanno costruendo articoli in mezzo mondo.
L’arma non è il virus. È il riflesso condizionato
I punto non è sanitario: è politico.
Una parte consistente della popolazione, in Italia e in Europa, non ha mai elaborato quello che le è stato fatto tra il 2020 e il 2022. Non ha metabolizzato i coprifuochi, i lasciapassare, i licenziamenti, i bambini con la mascherina all’aperto, gli anziani morti da soli, i medici radiati per aver dissentito. Quella parte di popolazione oggi funziona come un interruttore: basta la parola. “Nuova ondata”, “nuova variante”, “esperti preoccupati”. E scatta la memoria muscolare della paura.
Quel riflesso è un’infrastruttura. È stata costruita con anni di investimenti in terrore quotidiano, ed è ancora perfettamente in funzione. Chi ha imparato ad accenderla — governi, apparati sanitari, industria farmaceutica, un giornalismo che campa di adrenalina — non l’ha smontata. L’ha lasciata lì, coperta da un telo, in garage.
Non serve un virus letale per rimettere in circolo obblighi, raccomandazioni che diventano imposizioni, campagne vaccinali, restrizioni ai viaggi, promemoria sul distanziamento. Serve un titolo. Serve che un virologo con l’agenda degli inviti televisivi piena spieghi “cosa c’è dietro”. E si riparte da dove ci si era fermati, senza dover rifare il lavoro di persuasione dall’inizio.
Vigilanza, non ansia
Nessuno nega che esistano infezioni respiratorie, che possano essere pesanti per un ottantenne con tre patologie croniche, che la prevenzione e la buona medicina di territorio servano. Questo sito dice da sempre che la salute pubblica va presa sul serio — soprattutto quella che nessuno finanzia: prevenzione, alimentazione, salute mentale, medici di base che ancora visitano (ormai merce rara, soprattutto nelle metropoli).
Ma la salute pubblica non si difende con la paura. La paura non cura nessuno. La paura fa comprare, fa obbedire, fa votare, fa firmare consensi che nessuno legge.
La vigilanza vera, oggi, non riguarda un tampone a Shenzhen. Riguarda l’attenzione puntigliosa verso i trattati sulle pandemie, verso i regolamenti sanitari internazionali che si fanno solo per vendere farmaci, verso le procedure d’emergenza che vengono scritte in fretta e furia sotto la pressione dell’onda mediatica (e sappiamo i media chi li finanzia), e soprattutto riguarda la vigilanza attiva dei cittadini contro i meccanismi che consentono di sospendere diritti costituzionali con un decreto e una conferenza stampa. Tutte scartoffie che aspettano soltanto un pretesto, anche fabbricato ad arte.
Settantanovemila raffreddori estivi non sono un pretesto. Ma sono un test. Un test per vedere quanti, alla parola “ondata”, sono ancora disposti a mettersi in fila senza fare domande.
La paura è che, per quanti si siano svegliati, ce ne siano ancora tanti, troppi che continuano a dormire.