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Esteri

Dichiarazione ONU sulle pandemie: Usa, Ue e Italia non firmano. Il PD urla “Vergogna”! Cosa è successo.

Washington contesta l’«ideologia», Bruxelles difende i brevetti farmaceutici. Roma si sfila e il Pd si straccia le vesti.
Byoblu·27 settembre 2026
Esteri — Byoblu

Stati Uniti, Unione Europea e Italia non hanno sostenuto la dichiarazione Onu sulle pandemie discussa venerdì a New York. L’occasione era la seconda Riunione di alto livello dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite su prevenzione, preparazione e risposta alle pandemie. Il testo, negoziato per mesi, doveva sancire l’impegno comune a collaborare davanti alle future emergenze sanitarie. Il consenso unanime non è arrivato. Washington giudica il documento ideologico. Bruxelles lo considera un rischio per la proprietà intellettuale. Roma, stando a quanto riportato dalla stampa americana, si è sfilata. In Italia il Partito Democratico ha immancabilmente bollato la scelta come «una vergogna».

Cosa prevedeva la dichiarazione sulle pandemie

Il documento non è vincolante. Non impone ai governi regole su come gestire un’emergenza sanitaria. Il suo valore è politico: un’approvazione universale avrebbe mostrato un impegno globale condiviso.

Nel merito, il testo chiedeva laboratori più solidi, sistemi di allerta precoce e un migliore coordinamento nelle emergenze. Puntava a un accesso più ampio a vaccini, farmaci e test diagnostici. Incoraggiava una produzione distribuita in più aree del mondo, con un obiettivo preciso: rendere disponibili i prodotti essenziali entro i primi 100 giorni da una minaccia pandemica.

Le bozze iniziali contenevano riferimenti a equità, solidarietà, servizi di salute sessuale e riproduttiva, parità di genere, accesso ai vaccini e finanziamenti internazionali. Su queste parole si è consumata la rottura.

Il no di Washington: «ideologie divisive»

A parlare per gli Stati Uniti è stata Erica Schwartz, direttrice dei Centers for Disease Control and Prevention, l’agenzia federale americana per la sanità pubblica. Il testo, ha detto, contiene «ideologie divisive prive di un consenso sulle definizioni». E ancora: «Gli Stati Uniti non sono in condizione di sostenere questo testo nella sua interezza».

Secondo una fonte anonima citata dal New York Times, una prima versione della dichiarazione americana chiedeva di eliminare i riferimenti a equità, solidarietà e accesso universale ai servizi di salute sessuale e riproduttiva.

La posizione è coerente con la linea dell’amministrazione Trump. Gli Stati Uniti sono usciti formalmente dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) a gennaio. A settembre 2025 il segretario alla Salute Robert F. Kennedy Jr. aveva respinto all’Onu una dichiarazione su malattie croniche e salute mentale, accusandola di veicolare «ideologia gender radicale» e di promuovere l’aborto.

Il no di Bruxelles: i brevetti prima di tutto

L’Unione Europea ha motivato il rifiuto in modo diverso. Il testo, secondo Bruxelles, oltrepassava «linee rosse esplicite» su proprietà intellettuale, trasferimento di tecnologie e impegni finanziari. «Il trasferimento di tecnologia deve essere volontario e su termini concordati», recita la dichiarazione ufficiale europea.

L’Ue ha chiesto che i richiami all’accordo TRIPS e alla Dichiarazione di Doha rispecchiassero fedelmente i testi originali. Il TRIPS è l’accordo dell’Organizzazione mondiale del commercio che tutela brevetti e diritti industriali. La Dichiarazione di Doha, del 2001, riconosce agli Stati il diritto di proteggere la salute pubblica anche derogando ai brevetti in caso di emergenza. Bruxelles ha contestato inoltre stime giudicate superate sul fabbisogno di finanziamento e l’assenza di un meccanismo globale per monitorare la spesa.

Al tempo stesso l’Ue ha riconosciuto al testo parti utili: piani nazionali di preparazione, sorveglianza, diagnosi precoce, vaccinazione, personale sanitario e approccio One Health, che collega salute umana, animale e ambientale.

Il punto di rottura, dunque, riguarda chi controlla i brevetti. Non è una novità. Nell’ottobre 2020 India e Sudafrica chiesero di sospendere i brevetti sui vaccini anti-Covid. L’Unione Europea si oppose per quasi due anni. Nel giugno 2022 si arrivò a un compromesso giudicato limitato dagli stessi promotori. Negli stessi anni i produttori di vaccini registravano ricavi record: Pfizer chiuse il 2022 con oltre 100 miliardi di dollari di fatturato. E la Commissione di Ursula von der Leyen si è rifiutata per anni di rendere pubblici i messaggi scambiati con l’amministratore delegato di Pfizer durante la trattativa sui contratti. Nel maggio 2025 il Tribunale dell’Ue ha giudicato illegittimo quel diniego.

La solidarietà sanitaria che Bruxelles rivendica a parole trova quindi un limite preciso: la tutela della proprietà industriale dei grandi gruppi farmaceutici.

Legittimo a questo punto registrare l’ipocrisia conclamata tra la narrazione pubblica dei vaccini come arma per salvare la vita, mentre quando poi servirebbero davvero, la vita sembra avere molto meno valore di quello di un brevetto che va mantenuto a tutti i costi. L’Unione Europea in questo modo dimostra di difendere, al contrario, gli interessi delle multinazionali, e non la vita dei suoi cittadini.

Italia: astensione o rifiuto?

Sulla posizione di Roma i resoconti non coincidono. Il New York Times, ripreso dall’agenzia indiana IANS, scrive che l’Italia ha respinto esplicitamente il testo. Le fonti italiane parlano di astensione. Al momento, neppure su questo (come sul Protocollo di Oviedo) risulta una spiegazione pubblica del governo.

Non è il primo segnale di distanza. A maggio 2025 l’Italia si era astenuta all’Assemblea mondiale della sanità sull’accordo pandemico dell’Oms. Due mesi dopo aveva respinto formalmente le modifiche al Regolamento sanitario internazionale, le norme che disciplinano i poteri dell’Oms nelle emergenze.

I dem italiani non hanno mancato di cavalcare il fatto e ribadire la loro posizione, quella che gli italiani hanno tristemente imparato a conoscere durante la fase pandemica. Marina Sereni, responsabile Salute nella segreteria del Pd, parla di errore politico. Secondo lei il governo Meloni cercherebbe consensi elettorali tra le «correnti antiscientifiche». La scelta tradirebbe la memoria delle vittime del Covid ed esprimerebbe una visione sovranista che espone il Paese a rischi sanitari futuri.

C’è però un pezzo d’Italia che quella stagione la ricorda in un altro modo. Ricorda il green pass per lavorare, l’obbligo vaccinale per gli over 50 con la multa da 100 euro, i sanitari sospesi senza stipendio. Ricorda gli idranti di acqua ghiacciata sui lavoratori. Ricorda le famiglie con bambini lasciate fuori dai ristoranti e i poliziotti lasciati fuori dalle mense, quando era provato che il green pass non impediva il contagio e dunque si trattava solo di una punizione sociale per non essersi allineati. Ricorda le inchieste giudiziarie sulle forniture di mascherine e i milioni spesi per i banchi a rotelle. Per questi cittadini, «preparazione pandemica» evoca obblighi, lasciapassare digitali e appalti opachi. Sereni definisce antiscientifica la loro diffidenza. Nasce, invece, da un’esperienza vissuta in prima persona.

Il fronte dei Paesi poveri e la partita dell’Oms

A favore del testo si è schierata la grande maggioranza dei Paesi in via di sviluppo e a basso reddito. Durante il Covid molti di loro hanno ricevuto i vaccini con oltre un anno di ritardo rispetto ai Paesi ricchi. India e Germania, secondo il New York Times, hanno espresso riserve senza però opporsi.

«Accordarsi per collaborare nella prevenzione e nella risposta alle pandemie non dovrebbe essere controverso», ha commentato Helen Clark, ex premier neozelandese e copresidente del Panel indipendente sulla preparazione pandemica.

Il direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha minimizzato: il mancato sostegno di Usa e Ue «non è un problema», perché gli Stati potranno votare il testo in una sessione successiva. Ha aggiunto che il Covid «ha messo a nudo e aggravato le fratture della sicurezza sanitaria globale».

Sullo sfondo resta l’accordo pandemico dell’Oms, approvato l’anno scorso dopo diversi negoziati falliti. Non è ancora diventato diritto internazionale. Lo blocca l’allegato che obbligherebbe gli Stati a condividere rapidamente sequenze genetiche e campioni dei nuovi patogeni, in cambio di un accesso ai prodotti che ne derivano.

La dichiarazione politica sarà ora trasmessa all’Assemblea generale per il voto. Senza Stati Uniti e Unione Europea, arriverà in aula con il peso politico dimezzato.

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