— 📻 Radio Byoblu Iscriviti alla newsletter✉ Newsletter Petizioni 👤 Area utente ♥ Sostieni
Il primo blog di informazione indipendente
Ultim'ora
byoblu
Cultura

Paolo Becchi: il sovranismo antileviatanico, da Grillo a Salvini

Il filosofo del diritto ripercorre gli anni con Casaleggio, la rottura con i 5 Stelle, il governo gialloverde e la sua idea di sovranismo debole.
Byoblu·06 novembre 2026

Paolo Becchi, filosofo del diritto con oltre quarant’anni di insegnamento alle spalle, più di venti dei quali da professore ordinario, è stato ospite di Roberto Rasia nella trasmissione Closeup, su Telenord. Nell’intervista, pubblicata oggi, ripercorre la propria biografia intellettuale e politica: l’ingresso nel Movimento 5 Stelle e il sodalizio con Gianroberto Casaleggio, la rottura del 2015, il «sovranismo antileviatanico» teorizzato nel libro Italia sovrana, i rapporti con Matteo Salvini e la nascita del governo gialloverde. Poi lo sguardo sul 2027, il rapporto con il pensiero di Hans Jonas, le riflessioni di oggi e la famiglia.

«Non ero mai andato a votare»

Rasia lo presenta come l’uomo che per molti è stato «l’ideologo» del Movimento 5 Stelle. Becchi corregge subito il tiro: «L’ideologo, tra virgolette, semmai era Gianroberto Casaleggio. Io sono stato per pochissimo tempo, in realtà per pochi anni, un aiuto per lui. Un aiuto e un ispiratore su alcuni temi».

Il suo ingresso in politica, racconta, è arrivato tardi. «Io non ero mai andato a votare. Sono andato a votare nel 2013 per votare Movimento 5 Stelle». Una scelta che Rasia definisce strana per uno studioso del diritto. Becchi spiega le sue radici: «Non è solo l’anarchico che non andava a votare. La sinistra comunista un tempo era astensionista, cioè il bordighismo, che su di me ha avuto una certa influenza nel periodo giovanile. Poi, non trovando nessun partito o movimento che mi ispirasse, alla fine non votavo. Qualche referendum, ma non le elezioni politiche».

Con i 5 Stelle qualcosa cambia: «Quando è apparso il Movimento 5 Stelle ho detto: forse è il caso che ritorni alla politica che avevo abbandonato dopo le esperienze giovanili». E il motivo era proprio la natura del Movimento: «Mi piacque perché non era un partito, anzi non voleva proprio diventare un partito».

Di quella stagione non rinnega nulla: «Non rinnego niente di quell’esperienza, assolutamente. Anzi, a differenza di mia moglie, che poi ho coinvolto, la rifarei. Non rimpiango niente di quello che ho fatto».

Il sodalizio con Gianroberto Casaleggio

Il debito con Casaleggio, dice, è grande, nonostante la lite finale. «Devo tanto a Gianroberto, con cui poi alla fine purtroppo ho litigato. Professore universitario sì, ma io non sapevo minimamente che cosa fosse la rete, che cosa fosse internet. Facevo lavori di archivio, leggevo, scrivevo addirittura a mano. Chi mi ha aperto questo mondo, molto diverso da quello di oggi con l’intelligenza artificiale, ma che era già un mondo digitale, è stato lui. E da lì è nato un sodalizio». Alcuni dei suoi articoli per il blog confluirono nel volume Italia in movimento, pubblicato dalla casa editrice di Casaleggio.

Becchi difende l’immagine di Casaleggio come mente fuori dal comune: «Tutti mi dicono: ma cosa stai dicendo? No, era veramente una persona che aveva delle capacità enormi. Forse non era particolarmente fatto per la comunicazione». Da qui il ruolo di Beppe Grillo: «L’unione con Beppe è stata decisiva. Non voglio dire che Beppe non ragionasse, ma Beppe era un po’ il megafono. E ricordo con quale attenzione Casaleggio, nel suo studio, preparò lo tsunami del 2013, e prima ancora l’attraversamento dello Stretto di Messina a nuoto, da cui nasce poi questa esaltazione del Movimento».

E aggiunge: «Lui non c’è più, ma penso di poterlo dire con sicurezza: non avrebbe mai accettato il partito di Conte».

Sul blog, racconta, la sua posizione era particolare: «Il blog era chiaramente il blog di Casaleggio e di Grillo. Loro scrivevano e non firmavano gli articoli. Nel caso mio era un po’ diverso, perché mi dicevano: ma no, tu firmati, è meglio che ti firmi. Io li mandavo, poi erano loro che li pubblicavano, io non lo sapevo mai». Una gran parte di quei testi fu poi raccolta nel libro dalla copertina bianca con la V rossa.

Con Grillo il legame fu diverso: «È stato un rapporto più superficiale, ci siamo sentiti qualche volta al telefono. Nel 2012-2013 con Casaleggio mi sentivo praticamente tutte le settimane, anzi in certi periodi tutti i giorni, con mia moglie disperata. Con Grillo non c’è stata mai nessuna rottura, ma non c’è stato neanche quel legame così stretto che c’è stato con Casaleggio».

Il tentativo di cambiamento e la «marcia» su Roma

Alla domanda se il Movimento sia diventato quel partito che voleva combattere, Becchi risponde: «Esatto. È diventato un partito come gli altri». Il cambiamento era impossibile? «Questo sicuramente è un argomento forte. Ma il tentativo di cambiamento noi l’abbiamo fatto in quella fase. Era impossibile, e “siate realisti, chiedete l’impossibile”: questo era un po’ lo spirito, anche un po’ utopistico». E ancora: «Questo entusiasmo Grillo lo ha saputo incarnare benissimo. Quelle piazze sempre più piene, nel 2013, stavano a significare che il popolo italiano vedeva in questo una possibilità di cambiamento. Ahimè, purtroppo questo non si è verificato, ma il tentativo andava fatto».

Rasia gli chiede se riveda qualcosa di quella spinta nel movimento di Roberto Vannacci. La risposta è netta: «No, assolutamente. Vannacci è una costruzione del sistema. Può servire tutt’al più come gamba d’aiuto per il centrodestra, se ce ne sarà bisogno».

Per Becchi, i 5 Stelle delle origini erano un’altra cosa: «Era un movimento rivoluzionario, e anzi la rivoluzione stava per cominciare. Dopo le elezioni, con un risultato tradito, il voto popolare veniva tradito, Casaleggio ha chiamato per la “marcia su Roma”. Lo dico così io, forse non era stata chiamata così, ma l’idea era quella di occupare Roma, e lì sarebbe cominciato sicuramente un processo rivoluzionario in Italia. Poi c’è stato il passo indietro, perché chiaramente avevamo capito che avrebbero sparato sulla folla. A quel punto ci sarebbe stato spargimento di sangue, e non si è voluto andare avanti per quella strada».

La rottura del 2015: «Una costola del PD»

Lo strappo arriva nel 2015. «Avevo scritto, suscitando le irritazioni di tutti, che il Movimento 5 Stelle sarebbe diventato una costola del PD. E io questo non potevo accettarlo. Per tutto il discorso che avevamo fatto su un pensiero post-ideologico, oltre le grandi narrazioni destra-sinistra, che il Movimento diventasse una gamba a sostegno del PD io proprio non lo potevo sopportare. A quel punto me ne sono andato».

E su Casaleggio: «In realtà non lo sopportava neanche lui. Ma nell’ultimo periodo della sua vita penso che abbia perso anche un po’ di lucidità, a causa della malattia».

Nessun rimpianto per non aver vissuto la stagione del 30% e oltre: «Me ne sono andato praticamente quando il Movimento era al massimo. Ce ne sono alcuni che vedono che le cose vanno male e se ne vanno. Io invece ho aspettato che fosse al massimo per dire: me ne vado quando siete i più forti, quindi non sto facendo nessun danno».

Il sovranismo antileviatanico di Paolo Becchi

Dopo le elezioni del 2018, racconta, arriva una nuova fase di riflessione, culminata nel libro Italia sovrana. «La mia idea era fondamentalmente quella di tentare di conciliare una critica al globalismo e, dal punto di vista interno europeo, una critica all’Unione Europea. Se critichi il globalismo, vuol dire probabilmente che vuoi sostenere un approccio particolaristico, non universalistico come quello globalista. Allora ho recuperato l’idea di sovranità, di sovranismo».

Rasia gli chiede di spiegarlo a un diciottenne. «Lo Stato, l’organizzazione tra gli uomini, che esiste perché politicamente ci deve essere un’organizzazione, può essere sostanzialmente di due tipi: un modello che parte dall’alto verso il basso e un modello che parte dal basso verso l’alto. Qualcuno dice: il sovranismo è proprio il modello che parte dall’alto verso il basso. No. Ci sono due tipi di sovranismo diversi».

Ecco la distinzione centrale: «C’è il sovranismo centralista, che parte dall’alto verso il basso, e c’è il modello federalista, anticentralista o, per usare una parola magari già adatta a un ragazzo del liceo, antileviatanico, cioè contro l’idea dello Stato come l’aveva interpretato Hobbes. È un’altra idea di sovranismo, che parte dalle particolarità, dai territori, e da lì prosegue: dalla città, dal Comune, dalle province e dalle regioni, fino a giungere sempre più in alto. Però senza dimenticare quel basso, perché è da quel basso che nasce quell’alto».

Un modello che nel libro ha battezzato con un nome preciso: «L’ho chiamato sovranismo debole. C’è un sovranismo forte, centralistico, e c’è un sovranismo debole, di natura federalistica». Ed è qui, racconta, che entra in scena Salvini: «È lì che Salvini dice: ma è quello che voglio io».

Lega Italia e il federalismo smarrito

La Lega, all’epoca, incarnava quel pensiero? «Direi di sì. Ho avuto l’impressione che quel tipo di approccio potesse essere utilizzato da Salvini, mediando tra la Lega Nord, le autonomie locali, e un discorso di Lega nazionale». Becchi rivendica anche una paternità lessicale: «L’espressione Lega Italia, che oggi mi pare sia apparsa nel simbolo, è stata credo per la prima volta utilizzata da me in un programma televisivo, nel 2017. Dicevo: se Salvini vuole creare un movimento che tenga presenti le istanze del Nord ma che sia aperto su tutto il territorio nazionale, non può che chiamarlo Lega Italia».

Poi è arrivata la critica. «Io avevo tentato una mediazione tra sovranismo, federalismo e, se vogliamo, anche liberalismo. Non in senso individualistico, ma un liberalismo comunitario alla Hegel. Alcuni dicono che Hegel è un totalitario, ma no, Hegel era un liberale. Questo progetto, piano piano, ho visto che veniva meno. Nell’ultimo congresso è vero che c’è stata una maggioranza, però non c’è stata l’acclamazione del capo: c’è stata una minoranza consistente che ha fatto opposizione, e ben venga. Secondo me la Lega si è un po’ distanziata da questo, e tutto è cambiato dopo l’esperienza del governo gialloverde».

Il governo gialloverde e il ruolo del Quirinale

Su quel governo Becchi rivendica un ruolo diretto: «Chi è stato il primo in Italia a dire che non c’era altra possibilità di uscire dalla crisi se non mettendo insieme queste due forze? Mi hanno preso in giro. I rapporti con alcune persone, con Di Maio, li ho sempre mantenuti, anche se ero uscito dal Movimento. Nel frattempo avevo avuto nuovi rapporti con la Lega e con Salvini personalmente, e ho cercato di far nascere questo governo. Direi che l’ispirazione, l’idea, è venuta sostanzialmente da me, perché vedevo la possibile ricomposizione tra due forze antagoniste, che potevano riuscire a fare sintesi». E aggiunge che le cose sarebbero potute andare diversamente «se non avessero avuto tutti contro e se Salvini non avesse fatto certi errori».

Poi un’affermazione destinata a far discutere: «Una cosa bisogna dirla, sarebbe da approfondire, qui la dico soltanto, ma con la documentazione potrei dimostrarlo: chi ha fatto cadere il governo gialloverde non è stato Salvini, è stato il presidente della Repubblica».

Rasia richiama la crisi del Papeete. Becchi spiega: «Salvini si era reso conto dell’errore che aveva compiuto, si era reso conto di cosa stava per succedere, e quindi ha fatto marcia indietro. Questa marcia indietro, accettata da Di Maio, è stata respinta da Mattarella, che a quel punto non ha accettato la possibilità di andare avanti con questo governo, che sia Salvini che Di Maio erano disposti a continuare».

La ricostruzione, dice, è contenuta nel suo libro Ladri di democrazia: «Poiché sono io che ho fatto la mediazione tra i due, metto in evidenza minuto per minuto, giorno per giorno, ora per ora quello che è avvenuto in quei momenti, e perché alla fine è finita com’è finita».

Il 2027 e la legge elettorale

Rasia chiede uno sguardo sul futuro: una Meloni forte ma scalfita dal referendum, Vannacci, Conte, Schlein. Becchi parte dalla legge elettorale: «Inserisce un premio di maggioranza, posto al 42%. Sappiamo che ci saranno i ricorsi alla Corte costituzionale. Io anticipo qui i risultati: su alcune cose la Corte dirà che gli oppositori hanno ragione, ma l’impianto complessivo rimarrà, e quindi rimarrà anche il 42%».

Il nodo, per Becchi, è un altro: «Il grosso problema è che, se nessuna delle due coalizioni raggiunge il 42%, il sistema previsto dalla legge è quello proporzionale. È l’eterogenesi dei fini: questa legge creata per dare stabilità potrebbe produrre ancora più instabilità».

L’incontro con Hans Jonas

La conversazione torna sulla filosofia. L’incontro con il pensiero di Hans Jonas nasce da una proposta: «Un importante studioso di Jonas, che aveva tradotto negli anni Novanta Il principio responsabilità, l’opera più importante di Jonas, cioè Pierpaolo Portinaro, un ottimo studioso, mi dice: guarda, io non ho intenzione di tradurre Tecnica, medicina ed etica. Te la senti di curarlo tu? Io gli rispondo: di bioetica non è che mi sia occupato così tanto, però l’argomento mi interessa».

Jonas non lo conobbe mai di persona: morì nel 1993, dopo un viaggio in Italia, e quel giorno Becchi non riuscì ad andare a Percoto. Mantenne invece un rapporto con la moglie del filosofo, fino alla morte di lei: «L’ho vista personalmente una o due volte in Germania, ci scrivevamo, aveva quasi intenzione di venire anche a Genova. Poi l’età molto avanzata non glielo ha consentito».

Perché Jonas? «In Italia non ha avuto fortuna, perché in Italia o sei di destra o di sinistra, cattolico oppure laico. Ebbene, lui non era né di destra né di sinistra, e non era né cattolico né laico. Aveva delle posizioni interessantissime. Il mio Licenza di morire nasce sostanzialmente da lui», anche se Jonas, precisa, affrontava quei temi da un punto di vista etico e quasi mai giuridico. Ne ricostruisce il percorso: filosofo della religione negli anni Trenta e Quaranta, poi la biologia e la filosofia della natura, quindi Il principio responsabilità e infine la bioetica. «Io appartengo a quest’ultima fase».

Il senso della vita quotidiana e l’abitare

Rasia mostra anche l’ultimo libro di Becchi, Dopo la secolarizzazione. Affermazione e crisi del diritto moderno. Con un’Appendice sulla questione ebraica, ma chiede su cosa stia riflettendo oggi. La risposta arriva da due inviti. Il primo è di Crucioli, sindaco di Santo Stefano d’Aveto ed ex Movimento 5 Stelle, che gli propone una conferenza a tema libero: «Io scelgo l’argomento il senso della vita quotidiana. Lui resta sbalordito: credeva che parlassi di politica. No, ho parlato del recupero della vita quotidiana e del suo senso».

Il secondo invito arriva da Uscio, per un festival: «Mi chiedono: di che cosa vuoi parlare? Dell’abitare. Credevano che volessi parlare delle giovani generazioni, del futuro. No, vi parlo di qualcosa su cui sto pensando adesso: la nostra vita è legata all’abitare, noi abitiamo sempre luoghi». Rasia osserva che si può abitare anche un’epoca, un tempo. Becchi concorda: «Certamente sì, però il primo punto è che tu abiti una casa».

La famiglia

In chiusura, una foto di famiglia. La moglie Anna, tre figli: Franz, che vive in Germania; Adele, la primogenita, «che ha un carattere…», dice sorridendo; ed Eleonora, la più piccola, «per noi un grande aiuto, per qualsiasi cosa sempre disponibile, perché lei per fortuna è rimasta in Italia». Oggi anche la seconda figlia è tornata, ma il ricordo delle partenze resta vivo.

«Io mi sono messo a piangere quando questi due figli sono andati in Germania per motivi di lavoro, perché in Italia non c’era nessuna possibilità».

📻 RADIO Caricamento…