Guerra Iran, il Pentagono chiede altri 80 miliardi al Congresso

Il conto della guerra contro l’Iran continua a salire, e a pagarlo — come sempre — non saranno i generali. Il Pentagono ha comunicato oggi al Congresso di aver bisogno subito di 80 miliardi di dollari per proseguire il conflitto con Teheran. La richiesta arriva dal segretario alla Difesa Pete Hegseth, mentre le stime ufficiali parlano di una guerra che è già costata 37,5 miliardi. E il tempo stringe: giovedì i deputati lasceranno Washington per la pausa estiva, e senza un voto rapido i fondi resteranno congelati per settimane.
Un conto che raddoppia ogni volta che lo si guarda
Per capire la portata della richiesta basta ricostruire la sequenza delle cifre. Ad aprile un funzionario del Pentagono stimava il costo del conflitto in circa 25 miliardi di dollari. Poi Hegseth e il controller Jay Hurst hanno parlato al Congresso di 29 miliardi. A fine giugno la Casa Bianca ha presentato una richiesta supplementare da 67 miliardi, rimasta impantanata a Capitol Hill. Ora si arriva a 80 miliardi, il doppio di quanto testimoniato ai parlamentari pochi mesi fa. E all’inizio, stando a quanto emerso nelle audizioni, l’amministrazione aveva addirittura ventilato una richiesta iniziale da 200 miliardi, respinta al mittente.
Un dettaglio illuminante: durante un’audizione di aprile alla Commissione Bilancio della Camera, il direttore dell’ufficio bilancio della Casa Bianca, Russell Vought, ammise candidamente di non avere alcuna stima dei costi della guerra. Mentre difendeva, nello stesso momento, la richiesta di Trump di un bilancio militare annuale da 1.500 miliardi di dollari. La macchina bellica americana chiede assegni in bianco, e chi dovrebbe controllare i conti dichiara di non conoscerli.
Le casse vuote e l’industria che ringrazia
La carenza di risorse, secondo indiscrezioni della stampa americana, starebbe già costringendo il Pentagono a tagliare addestramento e manutenzione. Hegseth, nella sua prima audizione al Senato da maggio, ha dipinto lo scenario più cupo: senza i fondi, ha avvertito, sarebbe a rischio la stessa capacità di pagare le truppe e di ricostituire le scorte di munizioni.
Ed è qui che il cerchio si chiude. Gran parte della richiesta serve a rimpiazzare i missili SM-3, Patriot, THAAD e Tomahawk bruciati nei bombardamenti dell’operazione “Epic Fury”, iniziata il 28 febbraio. Gli analisti del Center for Strategic and International Studies calcolano che ricostituire gli arsenali richiederà tre anni o più ai ritmi produttivi attuali. Trump ha già invocato il Defense Production Act per accelerare la produzione, e domani incontrerà alla Casa Bianca i vertici dei colossi della difesa — Lockheed Martin, RTX, Boeing, Northrop Grumman e gli altri — che a marzo avevano promesso di quadruplicare la produzione delle loro munizioni “exquisite”. Per l’oligopolio dell’industria bellica americana, ogni missile lanciato su Teheran è un ordine di riacquisto garantito con denaro pubblico. La guerra come modello di business: non è un incidente, è il sistema.
Trump minaccia la “guerra totale”, ma il fronte interno scricchiola
Mentre il Pentagono batte cassa, il presidente alza i toni. “In Iran non abbiamo ancora finito. Finora siamo stati gentili”, ha dichiarato Trump dalla Casa Bianca, minacciando di colpire “ogni sito nucleare che pensano di ricostruire” e liquidando la prospettiva di un dialogo: “Vogliono disperatamente un incontro, ma non siamo interessati finché non saranno pronti”. Parole che arrivano dopo il memorandum d’intesa firmato la settimana scorsa, che avrebbe dovuto aprire la strada a negoziati di pace veri. L’ennesima conferma che il cessate il fuoco in vigore dal 7 aprile è carta velina, e che gli accordi servono più a gestire l’opinione pubblica che a costruire la pace.
Ma la guerra agli americani non piace. L’audizione di Hegseth è stata interrotta quattro volte da attivisti contro la guerra — “Smettete di bombardare i nostri bambini, questo è illegale”, ha gridato uno di loro prima di essere trascinato fuori. Diciassette soldati americani sono morti dall’inizio del conflitto, cento i feriti solo nelle ultime due settimane. E il Congresso, va ricordato, questa guerra non l’ha mai autorizzata.
A poco più di cento giorni dalle elezioni di metà mandato, i repubblicani sono all’angolo: devono votare miliardi per un conflitto impopolare mentre gli elettori fanno i conti con il carovita e i prezzi dell’energia. Persino senatori di peso come Susan Collins e Mitch McConnell frenano sulle scorciatoie contabili invocate da Trump per il suo “Arsenale della Libertà” da 350 miliardi. E secondo le valutazioni dell’intelligence americana, Teheran non cederà al tavolo sotto le bombe: la prospettiva più realistica è un “limbo indefinito” tra guerra e pace. Una nuova forever war, insomma.
Ottanta miliardi oggi, chissà quanti domani. Sono risorse sottratte a sanità, scuole, infrastrutture — negli Stati Uniti come nei Paesi alleati chiamati a seguirne la scia. Perché alla fine il meccanismo è sempre lo stesso: le guerre le decidono in pochi, i profitti li incassano in pochissimi, e il conto arriva puntuale sul tavolo dei cittadini. Che nessuno ha mai interpellato.
A questo punto però, se si guarda anche solo alla storia recente, emerge un pattern. Durante la fase pandemica, decine o centinaia di miliardi sono stati drenati per finire nelle casse di poche multinazionali del farmaco. Il risultato è che pochi si sono arricchiti, e noi ci siamo impoveriti. Ora non c’è più una minaccia sanitaria, ma c’è quella bellica. E di nuovo, centinaia, forse migliaia di miliardi vengono drenati dall’economia pubblica e dirottati nelle casse di poche multinazionali, questa volta dell’industria bellica. Corporation diverse, ma che dietro potrebbero avere burattini che rispondono alle stesse entità.
Viene quasi da pensare che il punto non sia neppure il fatto che “qualcuno si arricchisce a svantaggio dei molti”, ma che si tratti di un meccanismo rodato di drenaggio risorse dall’economia reale, per mantenere il popolo in uno stato di costante tensione finanziaria e impedire che l’opulenza generi una nuova classe dirigente. E siccome poi alla fine la maggior parte di queste industrie sono nordamericane, sorge il dubbio che gli USA abbiano costantemente bisogno di generare montagne di quattrini per evitare il fallimento, che si tratti di virus o di proiettili.
I due meccanismi (quello dell’impoverimento costante e quello dei bilanci drogati) non sono necessariamente alternativi. Se così fosse, saremmo in presenza di un mostro che non si fermerà mai di divorare tutto quello che trova, ma avrà bisogno di mangiare sempre di più. Fino al momento in cui raggiungerà una singolarità che lo farà esplodere. E noi con lui.