Perché guardiamo ancora la TV
Marco Montemagno, Imprenditore digitale, comunicatore e divulgatore italiano, noto per i suoi contenuti e video quotidiani focalizzati su business, tecnologia, innovazione e crescita personale. Instagram: @marcomontemagno
La televisione data per morta da 25 anni
Ma chi cazzo la guarda ancora la televisione? Questa è la domanda che ci facciamo da 25 anni. La televisione sta morendo, è morta, morirà. Reed Hastings di Netflix che ha detto: “La televisione morirà nel 2030“. Bill Gates, 2006 o 2008, che diceva: “rideremo della televisione, non esisterà più“. E oggi la televisione è ancora lì. Vai a vedere le statistiche: 9 italiani su 10 guardano la televisione. Ma non è che sia tanto diverso in altri paesi.
Contenitore e contenuto
Partiamo dalla morte della televisione. Citando Twain, se mai l’ha detta lui ‘sta frase: “La notizia della mia morte è una leggera esagerazione“, la televisione potrebbe fare questo comunicato stampa: “Guardate che siamo ancora vivi e vegeti”.
E forse la prima confusione è data dal fatto che confondiamo contenitore e contenuto. Confondiamo strumento e palinsesto. Il palinsesto televisivo, la cosiddetta televisione lineare, chiaramente è andata a morire, è scesa clamorosamente. Ma lo strumento televisione, lo schermone, invece sta da Dio.
Se guardi le statistiche… guardavo un’intervista con Paddy Galloway, che è uno stratega YouTube, ha lavorato con MrBeast, uno dei più famosi, ed era intervistato da Colin e Samir. La cosa interessante: portava questa statistica e ti faceva vedere che lo schermo televisivo è il posto dove si guarda YouTube negli Stati Uniti. Statistica interessante.
La televisione è facile e comoda
Il motivo è molto semplice: lo schermo televisivo ha alcuni enormi vantaggi. Un primo vantaggio è che la televisione è facile. La televisione è come il pickleball, è uno sport talmente facile, togli tutti gli effetti, basta che fai così, la palla va di là, pesa un Ciocorì, diventa accessibile per tutti. La televisione ha la stessa caratteristica: c’è un telecomando, non devi installare un’app, non devi far niente.
La televisione è sopravvissuta fino ad oggi perché è comoda. È un po’ come la radio in macchina. Non è che dici: “Adesso mi porto la radio”, come ai miei tempi, che tu portavi fisicamente la radio e la mettevi dentro. Per ascoltare la radio dovevi avere un’intenzione. Oggi sali in macchina, schiacci il bottone e parte la radio.
La comodità è una delle armi più sottovalutate nel mondo delle startup. Pensi sempre che hai bisogno di nuove funzionalità, del prodotto super figo. Invece una volta che tu togli frizione – frictionless si dice qua in UK: togli frizione e diventa tutto più facile. Per comodità, per inerzia vai avanti tutta la vita, un po’ come gli abbonamenti che ti dimentichi di averli e stai lì.
Internet è diventato televisione
La televisione è uno dei tubi di casa. In pratica la tieni lì e basta, fa anche un po’ scena e ha lo schermo, che a quel punto ha trovato nuova vita, perché in un qualche modo internet è diventato televisione, la televisione è diventata internet. Si sono uniti questi mondi, si sono sommersi a vicenda, mangiati, cannibalizzati a vicenda, perché a quel punto tu sullo schermo televisivo guardi YouTube e guardi tutto il resto: guardi Netflix, guardi la BBC, guardi la Rai e poi guardi il videuccio fatto dall’amico che te lo manda, te lo guardi sullo schermone grande. Lo schermo di per sé ha un valore enorme.
Da una massa di mercati a un mercato di massa
L’altro valore enorme che ha quello schermo è che hai bisogno di passare ogni tanto da una massa di mercati a un mercato di massa. Che vuol dire? Vuol dire che nel momento in cui hai mille canali diversi sui social, dove io guardo la mia clip di padel, tu guardi quella di cucito e Claudio guarda quella di ping pong, tutti noi siamo una massa di mercati. Tante soluzioni diverse, ognuno nel nostro piccolo mondo. Ogni tanto hai bisogno invece di un mercato di massa: hai bisogno della finale dei Mondiali, delle Olimpiadi, dell’evento, quello che raggruppa tutti quanti all’interno, tribalmente, di un unico contesto. Così siamo tutti allineati e tutti stiamo condividendo lo stesso momento. È il motivo per cui Sanremo ancora funziona, no? Tutti quanti, volere o volare, sono lì in un momento di unione collettiva, che unisce dal bambino al nonnino. Questa è la logica.
E quello ha un grande valore in questo momento, dove siamo tutti diversamente uguali e costantemente connessi al mondo in solitudine. È vero, è una sensazione strana quella. Hai bisogno di un momento tribale dove ti trovi tutti insieme, tutti abbiamo lo stesso argomento di cui parliamo, commentiamo, e questo ci dà un senso anche di tranquillità, di sicurezza, perché capiamo di far parte tutti dello stesso gruppone, non siamo solo microisolati.
Quello dà valore alla televisione, che diventa paradossalmente un mercato di massa raro, anche per l’inserzionista. Quel momento ha un valore. Sanremo lo vendi di più anche se fa magari 11 milioni di spettatori sulla televisione tradizionale, poi però ti fa un miliardo e mezzo di visualizzazioni sui social. I numeri non te li so dire, però indicativamente questa è la scala. E allora quello ha un valore anche economico rispetto a un inserzionista, per questo motivo.
La televisione non è più il pulpito
In altre parole, internet non ha ucciso la televisione, l’ha paradossalmente salvata. C’è andato a convivere e la televisione ha ritrovato una sua anima, un suo posizionamento, che chiaramente ha avuto un prezzo. Il prezzo è che la televisione non è più il pulpito.
Quando ero bambino, c’era la televisione e la frase classica era: “L’ha detto la televisione. L’ha detto il telegiornale“. E poi a quel punto per trasposizione: “l’ha detto Mentana, l’ha detto Vespa, l’ha detto Emilio Fede…”, l’ha detto qualcuno di quei personaggi televisivi, e quella era la verità: zitto, non si discute. Il verbo è stato proferito.
Oggi il pulpito non esiste più. La televisione è un commento sotto a un post. Fa parte dell’universo di informazione, di contenuti che abbiamo, e ha lo stesso peso, chi più chi meno, rispetto ai millemila creatori di contenuti che ci sono là fuori, dove il creatore di contenuto può essere da Tom Cruise, da Hollywood, ad Aaron Sorkin, al telegiornale, allo youtuber, al tiktoker: c’è un intero universo di gente che produce roba e noi siamo inondati da questi contenuti. In questo la televisione ha perso clamorosamente autorità.
Il ruolo educativo e l’intervista a Paolo Villaggio
Un altro motivo per cui ha perso autorità è che all’inizio la televisione aveva un ruolo anche educativo, aveva un posizionamento totalmente diverso. Ai tempi, c’era il maestro Manzi che ti insegnava l’italiano perché l’Italia parlava ancora in dialetto. E allora c’era un ruolo, un peso totalmente diverso.
E ti faccio anche un altro esempio. Ho visto un’intervista l’altro giorno a Paolo Villaggio, vecchissima, con Tortora che lo intervista e altri due intervistatori. E la cosa che mi ha molto colpito, oltre all’umorismo di Paolo Villaggio, è che il livello di italiano degli intervistatori e di Villaggio stesso era un livello molto alto, molto elaborato, molto sofisticato a livello linguistico. Ma com’è possibile che adesso invece, se tu vedi un qualunque contenuto televisivo, mamma mia, si parla così: “sì, no, bella, brutta, oh, ciao bella, zio!“. Un po’ come su YouTube, sui social. Il livello è calato drasticamente.
La televisione si è adeguata al linguaggio
Allora sarebbe facile dire: “Ecco, prima eravamo più colti, adesso… si stava meglio quando si stava peggio”. No, in realtà il ruolo della televisione è cambiato. Si sono adeguati i media televisivi, perché? Perché sennò perdevi il pubblico. E allora si sono adeguati al linguaggio. Hanno cominciato a parlare come mangiano: al posto di insegnarti a parlare ti chiedono: “Come parli tu? E io mi adeguo”. E questo però toglie credibilità, toglie autorevolezza, perché se il Tom Cruise di turno tu lo vedi al cesso, capito, mentre si lava i denti, perde quell’aura di superstar hollywoodiana o cose del genere. E la televisione l’aura l’ha persa, mo’.
Il pastone mediatico globale
Altro aspetto da considerare è che oggi si è creato una sorta di pastone mediatico globale, termo-universale. Cioè tu hai un macro-contenuto, non so, un’intervista. Da quell’intervista vengono estrapolate le clip, oggi in automatico con l’AI, coi sottotitoli e tutto quanto. Le clip vengono sparate su Reels, su Shorts, su TikTok. Da quei contenuti estrapoliamo il testo, che diventano articoli per LinkedIn, l’articolo per il blog, l’articolo di giornale. Poi da quei contenuti ancora tiri fuori le parti magari più succose che diventano dei tweet o un thread di tweet, e via così. Un unico contenuto che nasce pensato magari per un media specifico, oggi invece attraversa l’universo totale mediatico e non si capisce più: era televisione, non era televisione, da dove arriva ‘sta roba? È tutto insieme, anche perché internet nel frattempo ha cercato di televisionarsi in un qualche modo.
I podcast e i format che rifanno la televisione
Quando tu guardi i podcast… Io ho portato in Italia “4 Chiacchiere con“, che è stato il primo podcast di conversazione, con l’ospite, un po’ ispirato alla Joe Rogan style, che in Italia non esisteva. L’ho fatto per qualche anno, mi ha divertito, poi mi sono rotto, perché? Perché mi sembrava di far televisione. Avendola fatta io la televisione, dopo un po’ ho detto: “Ragazzi, ma io non voglio star qua a fare interviste con lo studio”. Oggi se vedi sono tutti a fare interviste in studio, perché quel fascino della televisione con lo studio televisivo, le camere, il microfono, l’ospite, l’intervistatore, l’intervistato, è uno stimolo quasi irresistibile e tutti si buttano lì.
Ma non solo per i podcast, pensa anche ai formati che vedi, i formati più virali. Io a volte vedo dei format che penso: “Questo è Funari!”. Funari faceva quella roba in televisione 35 anni fa. Se vai a vedere la storia della televisione rivedrai un sacco di format riproposti – non solo in Italia – da MrBeast. Vediamo allora che questo continuo rincorrersi tra questi due mondi alla fine ha creato questo animale nuovo che unisce un po’ tutti e la televisione di fatto non è morta, ma è sempre viva, semplicemente McLuhanamente – potremmo dire – con un’altra veste.
Dalla disintermediazione al filtro dell’algoritmo
Ultima considerazione è che quando è partito internet il grande sogno era la disintermediazione. Perché? Perché se tu hai vissuto in un periodo in cui c’era solo la classica televisione di Stato, in Italia c’era Rai e Mediaset, non c’erano possibilità… C’era una élite, una casta che deteneva il potere mediatico e basta: o tu entravi nelle macrosfere o stavi fuori. Il sogno di internet era una disintermediazione, “We Are the Media“, il famoso libro di Gillmor, dove chiunque può essere un media, eccetera.
Il problema è che siamo passati da avere il direttore del telegiornale o il direttore di rete che faceva da filtro a un algoritmo che fa da filtro. La disintermediazione teoricamente è avvenuta, nella pratica tu non hai un capo fisico ,a hai un capo algoritmo che risponde a una delle grandi aziende tech. Quindi di fatto ti puoi chiedere: era meglio o era peggio prima? Ci sono aspetti che sono migliori, perché c’è molta più possibilità di esprimersi rispetto al passato. Dall’altro lato quantomeno prima un direttore di rete potevi sapere nome e cognome, scrivere la lettera al direttore, che tanto veniva cestinata, o magari veniva licenziato, ne arrivava uno più bravo… Dal partito politico A si spostava al partito politico B… Però quantomeno avevi una faccia, un gruppo di persone e potevi dire: “Ecco, bastardi! Siete voi i bastardi!“. Oggi invece l’algoritmo è anonimo, neutro. Tu vieni distribuito, vieni visto in base alle logiche occulte dello zio di Google, dello zio di TikTok, lo zio di Spotify, eccetera. Questa è la situazione, intermediazione? No, grazie.
La televisione non è morta, ha traslocato
E allora forse in tutti questi anni abbiamo pensato sempre al funerale della televisione e invece di fatto la televisione ha solo traslocato. È rimasta lì. Com’è che diceva Orson Welles? “Io odio la televisione. La odio tanto quanto odio le noccioline. Ma non riesco a smettere di mangiare noccioline“. È qualcosa che fa parte della vita di tutti i giorni, quello schermo. E finché ci sono schermi ci sarà anche una parte di televisione o un retaggio televisivo di qualche tipo. Per questo motivo quando una persona dice: “Oh, guarda, io la televisione non la guardo più”, è un po’ come il tizio che prende un Uber e dice: “Ma io l’auto non la uso più”. Ho capito, ma semplicemente stai usando un tipo diverso di auto. Non ce l’hai tu, ma la stai in un qualche modo affittando, ed è lo stesso tipo di confusione. È così.
Abbiamo scambiato un trasloco per un funerale e probabilmente tra 10 anni, 15 anni, saremo ancora qua a dire: “Ma io la televisione non la guardo più”, comodamente seduti davanti a uno schermo da 2.700 pollici, come sarà tra 10 anni, e forse a quel punto, prima o poi, capiremo che non abbiamo smesso di guardare la televisione, abbiamo semplicemente smesso di chiamarla televisione.