Perù nel caos post-voto: proteste e ricorsi tra Fujimori e Sánchez

A quasi dieci giorni dal ballottaggio presidenziale dell’8 giugno 2026, il Perù non ha ancora un presidente eletto. Le autorità elettorali peruviane hanno fatto sapere che lo scrutinio definitivo potrebbe richiedere fino a un mese, lasciando il paese in una condizione di incertezza politica che sta alimentando tensioni sociali. I due candidati rimasti in gara sono Keiko Fujimori, esponente della destra e figlia dell’ex presidente Alberto Fujimori, e Roberto Sánchez, parlamentare di orientamento progressista. Il risultato è talmente serrato da rendere impossibile qualsiasi proiezione certa.
Nella notte tra il 16 e il 17 giugno, secondo quanto riportato dall’ANSA, Lima ha registrato nuove manifestazioni. I sostenitori di Sánchez sono scesi in piazza dichiarando di voler difendere la validità del voto, mentre il fronte avversario ha presentato ricorsi formali contestando alcune procedure di spoglio. La capitale peruviana è divisa, e le tensioni rischiano di protrarsi a lungo.
Chi sono i candidati: antefatto necessario
Per capire la posta in gioco, è indispensabile conoscere il contesto. Keiko Fujimori, 51 anni, è la figlia di Alberto Fujimori, che governò il Perù con pugno di ferro dal 1990 al 2000, prima di essere condannato per crimini contro l’umanità e corruzione. Keiko è da anni la principale figura della destra peruviana e ha già perso due ballottaggi presidenziali in passato, nel 2011 e nel 2016, entrambi in modo molto contestato. Ha anche affrontato procedimenti giudiziari per finanziamenti illeciti al suo partito, Fuerza Popular, vicenda che l’ha resa figura polarizzante nel paese.
Roberto Sánchez, 57 anni, è un parlamentare e accademico di sinistra, meno noto a livello internazionale ma radicato nei movimenti sociali e nelle comunità rurali delle regioni andine, dove la sinistra mantiene un forte consenso storico.
L’economista peruviano Gustavo Guerra-García Picasso, interpellato dalla testata americana Democracy Now!, ha sostenuto che la democrazia del paese sarebbe stata «indebolita» negli ultimi anni dall’azione di Fujimori e della sua coalizione, aggiungendo che sarebbero necessarie «riforme rapide per ripristinare un sistema presidenziale con adeguati contrappesi istituzionali». Si tratta di una posizione netta, che rispecchia le preoccupazioni di una parte significativa della società civile, ma che non va considerata come valutazione unanime.
Il contesto politico e sociale del Perù
Il Perù è uno dei paesi più instabili dell’America Latina dal punto di vista istituzionale. Negli ultimi dieci anni ha avuto sei presidenti diversi, tra dimissioni forzate, impeachment e arresti. Il Congresso e l’esecutivo si sono più volte scontrati in modo frontale, con scioglimenti reciproci e crisi costituzionali. L’ultima esperienza di governo di sinistra, quella di Pedro Castillo (2021-2022), si concluse con il suo arresto dopo un tentativo fallito di sciogliere il Parlamento.
La società peruviana è profondamente divisa: la capitale Lima e le città costiere tendono a esprimere un voto più conservatore, mentre le regioni andine e amazzoniche — più povere e spesso trascurate dai governi centrali — si orientano storicamente verso candidati progressisti. Questa frattura geografica e sociale rende ogni elezione presidenziale un test di equilibrio difficilissimo.
Sullo sfondo, lo storico americano Greg Grandin, sempre su Democracy Now!, ha inserito il voto peruviano in un quadro regionale più ampio, parlando di una «pressione senza precedenti» esercitata dall’amministrazione Trump nei confronti dei movimenti di sinistra latinoamericani. Una lettura geopolitica che va segnalata come interpretazione accademica, non come dato acquisito.
L’economia peruviana e i rapporti con l’Italia
Al di là della politica interna, il Perù è un attore economico di rilievo nel continente. È il secondo produttore mondiale di rame e zinco, nonché un importante esportatore di oro, argento e prodotti ittici. Il settore minerario rappresenta circa il 60% delle esportazioni totali del paese e attira investimenti stranieri significativi.
I rapporti commerciali con l’Italia, pur non essendo tra i più voluminosi, hanno una loro consistenza. Secondo i dati dell’ICE (Istituto nazionale per il Commercio Estero), l’Italia esporta verso il Perù principalmente macchinari industriali, prodotti farmaceutici, abbigliamento e beni di consumo. In direzione opposta, il Perù invia in Italia metalli non ferrosi, prodotti ittici trasformati — tra cui il celebre pesce in scatola — e materie prime agricole come il caffè. La comunità peruviana in Italia è tra le più numerose del continente latinoamericano: si stima che siano circa 100.000 i cittadini peruviani regolarmente residenti nel nostro paese, con una presenza particolarmente concentrata a Roma, Milano e Genova.
Una prolungata instabilità politica a Lima potrebbe rallentare i processi decisionali legati agli investimenti esteri, influenzare la gestione delle concessioni minerarie e, indirettamente, ripercuotersi sulle catene di fornitura di materie prime critiche — come il rame — che entrano nei cicli produttivi europei, compreso il settore manifatturiero italiano.
Cosa succede ora
Le prossime settimane saranno decisive. Il Tribunale Elettorale Nazionale peruviano dovrà pronunciarsi sui ricorsi presentati, e solo al termine di questo iter sarà possibile proclamare ufficialmente il vincitore. Nel frattempo, le piazze restano mobilitate e il rischio di un’escalation delle tensioni non è escluso da nessuno degli osservatori. La comunità internazionale segue con attenzione: un paese come il Perù, snodo strategico per materie prime e stabilità regionale, non può permettersi una crisi istituzionale prolungata.