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Esteri

Olanda: prima eutanasia per un minore di 12 anni. Dove finiscono le emozioni e dove cominciano i fatti.

In Olanda la prima eutanasia di un bambino under 12: come funziona la legge, i criteri rigorosi e il dibattito sul dolore insopportabile.
Byoblu·26 giugno 2026
Esteri — Byoblu
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Nei Paesi Bassi è stato applicato per la prima volta il protocollo di eutanasia su un bambino di età inferiore ai 12 anni. Il caso risale alla fine del 2025 ed è emerso pubblicamente lunedì 23 giugno 2026, quando la ministra della Salute olandese Sophie Hermans ha presentato al Parlamento una relazione di 22 pagine su aborti tardivi e morte infantile assistita. Del bambino non è stata resa nota l’età precisa, il sesso, la malattia né la struttura ospedaliera in cui era ricoverato, per ragioni di privacy.

Si tratta del primo caso documentato dall’entrata in vigore, nel febbraio 2024, della normativa che ha esteso ai bambini tra 1 e 12 anni la possibilità di accedere alla morte medicalmente assistita, in presenza di condizioni molto specifiche e verificabili.

Cosa prevede la legge olandese: criteri rigorosi, non discrezionali

La normativa olandese non lascia spazio all’arbitrio. Per poter applicare l’eutanasia a un minore di 12 anni, la legge richiede il contemporaneo verificarsi di più condizioni precise e cumulative:

* Il bambino deve essere affetto da una malattia terminale, senza prospettive di miglioramento;

* Le sue sofferenze devono essere insopportabili e non alleviabili con le cure palliative disponibili;

* I genitori devono prestare il proprio consenso, dopo essere stati pienamente informati;

* Il medico curante deve consultare un medico indipendente;

* Il medico deve seguire una lista di controllo in sei punti prima di procedere;

* Ogni caso deve essere segnalato obbligatoriamente a una commissione speciale di revisione, che esamina la cartella clinica e può interpellare la magistratura.

In questo caso specifico, la commissione ha già trasmesso il proprio parere alla Procura della Repubblica, che dovrà stabilire se il medico ha operato nel rispetto della legge. Un medico che pratica eutanasia illegalmente rischia fino a 12 anni di carcere.

Tra le patologie che possono rientrare nel campo di applicazione figurano gravi malformazioni congenite, malattie metaboliche e danni severi agli organi vitali. Quando il governo olandese ha adottato la riforma, aveva stimato che avrebbe riguardato un numero ristrettissimo di bambini: circa 5-10 l’anno.

Un Paese che conosce questa strada da decenni

I Paesi Bassi non sono arrivati a questo punto improvvisamente. Nel 2002 sono stati il primo Paese al mondo a legalizzare l’eutanasia e il suicidio assistito. Nel 2014 hanno esteso la possibilità ai minori sopra i 12 anni capaci di intendere e volere, nonché ai neonati sotto l’anno di vita con consenso genitoriale. Nel 2005, il medico Eduard Verhagen aveva già pubblicato sul New England Journal of Medicine il cosiddetto Protocollo di Groningen, linee guida per la fine della vita nei bambini in condizioni di sofferenza estrema senza prospettive, documentando 22 casi segnalati tra il 1997 e il 2004.

Secondo i dati ufficiali dei comitati di revisione, nel 2025 in Olanda sono stati registrati 10.341 decessi per eutanasia o suicidio assistito, il 3,8% in più rispetto all’anno precedente. L’85% dei casi riguardava pazienti con cancro o malattie polmonari, e tre quarti delle persone coinvolte avevano più di 70 anni. Un solo adolescente tra i 12 e i 18 anni è morto per eutanasia nello stesso anno.

La domanda che merita risposta: chi siamo noi per condannare un bambino a soffrire?

Di fronte a una notizia come questa, la reazione immediata è spesso l’orrore. Ma prima di esprimere giudizi, vale la pena fermarsi e chiedersi: quanto può essere grande la sofferenza di un bambino malato terminale? Quanto deve diventare insopportabile un dolore perché sia lecito chiedere che finisca?

Nessuno di noi, nella propria vita, ha probabilmente mai conosciuto una sofferenza tale da non riuscire ad apprezzare il semplice fatto di essere vivo. Eppure esistono bambini — e lo documentano le cartelle cliniche, non le ideologie — per i quali ogni giorno è una condanna senza via d’uscita, senza prospettiva di guarigione, senza possibilità che il dolore diminuisca. Per questi bambini, e solo per loro, la legge olandese apre una porta.

Condannare quella porta senza mai essersi trovati dall’altra parte significa scegliere il culto del dolore sopra la dignità della persona. Significa imporre la propria soglia di tolleranza alla sofferenza altrui. E non c’è nulla di più egoista.

La legge olandese non è una scorciatoia. È il tentativo — imperfetto come tutti i tentativi umani — di rispondere a una realtà estrema con strumenti razionali, trasparenti e controllati. I genitori che hanno acconsentito, i medici che si sono assunti la responsabilità, la commissione che ora esamina il caso: tutti sono parte di un sistema che non lascia nessuno solo con quella decisione.

Il dibattito politico in Italia

La notizia ha immediatamente prodotto reazioni nel dibattito italiano sul suicidio assistito, attualmente in discussione in Parlamento. Associazioni come Pro Vita e Famiglia hanno espresso contrarietà, invocando il rischio di una «deriva». Si tratta di posizioni legittime nel pluralismo democratico, ma che — per essere oneste — dovrebbero confrontarsi con la realtà clinica di quei 5-10 bambini l’anno cui la legge si rivolge, non con scenari ipotetici.

Il confronto razionale su questi temi è possibile e necessario. Ma solo se si parte dai fatti, non dalla paura.

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